UNA PROCESSIONE DAVVERO AMARA 

 

di Pasquale Gianno

 


 

 

 

 

È trascorso giusto un mese dall’ultimo Venerdì Santo trapanese e ancora non riesco a dimenticare lo sfascio a cui ho assistito quest’anno. In città a poco sono servite le severe critiche di giornalisti, cultori, storici che da lontano o da vicino hanno commentato la processione 2015. Per i trapanesi, produttori o fruitori che siano, importante è che i Misteri escano regolarmente, come ogni anno del resto. E allora da parte di consoli, maestranze e organizzatori come si è meditato sugli errori commessi durante tutta la Settimana Santa? Ovviamente con pranzi, pranzetti, cenette e abbuffate collettive che i vari ceti non si sono fatti certo mancare. Siamo allo sbando. Altro che ricerca di religiosità, altro che fede, altro che cultura (a parte quella gastronomica).

 

Ma iniziamo da capo: ecco come è andata. Dopo Natale le premesse per un approccio più attento al recupero della storia e della sacralità dei riti pasquali avevano fatto sperare ad una seria organizzazione della processione. Si era parlato del legame tra i Misteri e la Discesa dalla croce del Cristo a Santa Maria del Gesù e del posticipo di un’ora dell’uscita della processione. L’itinerario nel bene o nel male, e con tanti nonsense, era limitato al centro storico. Fin qui abbastanza bene. Durante la Quaresima poi c’era stata grande e sentita partecipazione a tutte le scinnute. Ricordo ancora con commozione la seconda, quella per la quale io e la mia banda ci eravamo preparati con grande entusiasmo: un repertorio di sole marce tradizionali, eseguite veramente con grande trasporto e rispettando tutta la dinamica sonora prevista negli spartiti. Ne uscì fuori una delle scinnute più belle che abbia mai vissuto in 25 anni di partecipazione in banda. Nei giorni successivi, i commenti dei più mi avevano veramente gratificato in quanto tutti si erano accorti del lavoro di preparazione che era stato compiuto e dello sforzo che una banda di 100 e più elementi deve comunque compiere per produrre un piano.

 

Pian piano però iniziano le delusioni: si apprende che la Curia ha deciso di anticipare la Discesa di un’ora e quindi si ritorna all’orario consueto, le 14. Nulla di nuovo allora, con respiro di sollievo da parte degli ultimi gruppi. Gli ultimi aggiustamenti all’itinerario: si può percorrere via Mercè, non però altre strade segnate da barricate invalicabili. In tutto ciò ovviamente si segnala solo la noncuranza e lo stato di letargo dell’amministrazione comunale. Altre delusioni poi sono state mostre fotografiche, concerti, seminari, convegni, gran parte dei quali organizzati veramente a fin di bene e gratuitamente da un gruppo di ragazzi che amano davvero i Misteri. Delusione perché? Assenza di pubblico; concerti per soli parenti e amici intimi, convegni per pochi e tra l’altro neanche addetti ai lavori. Dov’erano i consoli, dove gli organizzatori, dove i membri dell’Unione Maestranze. Si è parlato di fede, di storia, di tradizioni popolari, di musica popolare con interventi anche importanti. Ma a quale pro? Personalmente avevo presentato uno studio sui suoni della nostra Pasqua, avevo spiegato come i crepitacoli in legno vengano utilizzati solo nei giorni luttuosi del triduo, come la posizione delle bande storicamente, e non solo, sia davanti il gruppo e non dietro come avviene ormai da diversi anni, e tanto altro ancora. Ovviamente verba volant… e quindi in processione abbiamo ritrovato nuovamente le bande dietro i gruppi, il Cristo Risorto sollevato mediante il suono della ciaccola e altro ancora. Vi ritornerò più avanti.

 

Che non sia stata una Settimana Santa dolce, ma amara, anzi disgustosa, l’avevo percepito già il Martedì Santo. Nel primo pomeriggio ho assistito alla processione della Pietà dei Massari in via Garibaldi: vestiario delle figuranti indescrivibile, orrendo; al solito poi un campionario vastissimo di consoli e partecipanti vari tra processione e vara della Madonna e finalmente, a parecchi metri di distanza, Pietà e banda. Ecco, proprio la banda: iniziò a suonare. Ma soltanto un trio di marcia: in via Garibaldi! Tra mille incontri per impegni personali mi vidi costretto ad andare via mentre, avanzando, alle spalle potei ascoltare ancora un altro trio. Pensai, scoraggiato, di rivedere la processione nel tardo pomeriggio. Ma che? Ancora peggio. Via San Francesco e altri tre bei trio di marcia in altrettanti punti della strada. A questo punto basta: decisi di scappare via, non faceva per me.

 

Il più bello è arrivato l’indomani: era la volta della mia banda e di un itinerario da sempre troppo lungo. E tranne qualche caso, in cui l’esecuzione completa della marcia era obbligatoria, ordine continuo dei consoli è stato quello di “sunare t’annicchia” giusto per ricevere l’offerta. Dopo la marcia d’uscita si è assistito infatti all’ennesimo festival del trio funebre, alle arrancate frenetiche della Madonna e alle annacate, sempre su trio, davanti alle varie e insignificanti sedi dei ceti dei Misteri. Per il primo anno è successo pure che passando davanti al palazzo Ripa, laddove in passato sorgeva un’edicola votiva con un’immagine della Madonna, i portatori abbiano pensato bene di arrancare a più non posso e svoltare subito l’angolo. E pensare che la banda aveva già la marcia pronta!

 

 

Magari pretendo troppo, ma vorrei capire a questo punto come si faccia a proporre delle processioni di questo genere. A chi imputare la colpa: ai consoli che devono effettuare la questua? Ai direttori di banda che non si ribellano? Che senso ha eseguire soltanto il trio di una marcia? È come se a Sanremo si cantassero solo gli incisi e a teatro durante l’Aida solo la marcia trionfale! E la trama narrativa, il racconto musicale della marcia funebre? Dove vanno a finire? Le composizioni funebri evocano un passaggio nella struttura che celebra anche il messaggio cristiano della resurrezione e della rinascita dopo la morte. Ma scherziamo! Proporre solo il trio di una marcia significa perdere il campo sonoro della Pasqua trapanese, cancellare la memoria storica (ma di quella ormai rimane poco!). E perché no, scusate, a questo punto significa non amare la musica e le tradizioni popolari. Capisco che il compito della banda sia difficile perché si colloca a metà tra cultura alta e cultura popolare, ma ci vuole un limite in tutto. E da semplice strumentista quale sono, mi sono sentito umiliato e offeso dopo aver provato intere marce funebri per tre mesi.

 

Era dovuto parlare di queste due processioni perché ricordo che fino a qualche anno fa si poteva ancora riscontrare l’anima autentica della fede e della devozione popolare; ora invece sono quelle che, a mio avviso, hanno perso completamente ogni tratto identitario e sono smarrite nel nulla. Povere Madonne che cercano, cercano per le vie il Cristo morto, perso per sempre.

 

Per andare alla processione del Venerdì Santo, che aggiungere: il trionfo del menefreghismo personale. Statue che sfiorano i balconi sopra le rispettive sedi (importante è entrarvi con tutte le aste), annacate infinite davanti le stesse, soste immotivate (o forse lo potrebbe spiegare qualche diretta televisiva) anche di un’ora, un’ora e mezzo nello stesso punto, figuranti che vanno a destra e a manca vestiti in maniera sconcertante. Non ho più visto abitini neanche nei ceti che continuavano a perpetuare la tradizione. Processione delle pie donne davanti la statua dell’Addolorata brevissima e superorganizzata. Era lì che cercavo di solito la devozione pura, semplice, libera da ogni forzatura: ora neanche quello. Una volta le donne trapanesi, velate e vestite a lutto avevano due possibilità: o fare la processione dietro il gruppo del popolo o condurre il cero in doppia fila davanti all’Addolorata. Ormai non possono più fare nessuna delle due cose: dietro il gruppo del popolo c’è ormai la banda!

 

Sugli orari nessun supervisore, nessun piano organizzato. All’incrocio tra Via Roma, Corso Vittorio e via Torrearsa bisognava mettere i tappi alle orecchie: si poteva persino arrivare ad ascoltare quattro marce contemporaneamente! Per non parlare dell’itinerario che faceva seguito alla via Garibaldi: uno squallido circuito di strade. La processione comunque non procedeva se non a passo di lumaca e la gente stanca e snervata spesso se ne andava: del resto come si fa a stare fermi in un punto per 5-6 ore! Arrivati già in forte ritardo a Piazza Vittorio, altra delusione: pochissima gente. Ho provato tristezza per Sua Eccellenza il Vescovo, in attesa per ore su un misero palco di fortuna. Ho voluto assistere al suo discorso, preparato accuratamente per far riflettere sulla fede autentica di alcuni trapanesi del passato. Ma quanti eravamo ad ascoltarlo? Dell’Unione Maestranze e compagnia bella neanche l’ombra. Ho capito che si stava celebrando il Mistero del nulla, dell’assenza, del vano. Ho avuto una sensazione di straniamento: ma cosa ci facevano lì quella statue ferme? Cosa rappresentavano? Il tutto in un contesto desolante. La Trapani bene era concentrata altrove: ecco la folla. La ritrovai in Via Garibaldi: locali, pub e baretti stracolmi di giovani con birre in mano, vino a gogo, luci disco e musica ad alto volume. Ecco dov’era la vita, ecco cos’era diventato il Venerdì Santo per i trapanesi: un sabato sera qualunque.

 

Quante volte ho desiderato invece un Venerdì Santo circondato dal silenzio della folla tra le strade del centro! Ormai siamo caduti davvero in basso in una società vuota di valori e ideali. Non parlo neanche del Sabato mattina, la storia la conoscono tutti. È stato davvero imbarazzante e le rapide entrate dei gruppi lo testimoniano. Però, visto il ritardo, come sono stati diligenti molti gruppi a rispettare i tempi: una sola marcia spesso è bastata, senza neanche ripeterne il trio.

 

Infine altra delusione continua ad essere il Cristo Risorto: la processione deve svolgersi di mattina, durare poco e avere un itinerario strettissimo. La ciaccola deve essere riposta per dare posto alla campanella simbolo del tempo festivo… ma forse, per l’ennesima volta, tutto ciò è ripetitivo e forse fuori moda. Del resto quest’anno in un libro di recente pubblicazione sono finito, per ironia della sorte, tra i nomi di Mondello, Benigno, Ferro, Burgio, che ci hanno descritto la processione tra Ottocento e Novecento. Forse ragiono da vecchio o è stato uno “sconvenevole incidente”? Ai posteri l’ardua sentenza; in ogni caso con l’autore ho preferito chiarire subito la svista, ripetute ahimè tre volte.

 

A questo punto che rimane da dire: visto che una Settimana Santa così organizzata è in grado soltanto di deludere e umiliare forse sarà il caso di abbandonarla, fermarla o affidarne l’organizzazione ad un comitato di esperti. Per quanto mi riguarda sono stato invitato più volte ad assistere alla processione di Caltanissetta, beh, vedremo il da farsi.

 

 

Pasquale Gianno, 5 maggio 2015

 

 

 

 

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Foto di Beppino Tartaro

 

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