" DELITTO A TRAPANI  "

 

OMICIDIO ALLA PROCESSIONE DEI  MISTERI

 

di Gian Mauro Costa 

 

 

Pubblicato su " LA REPUBBLICA" - Edizione PALERMO - mercoledì 3 settembre 2008

 


   

 

 

 

 

Il fiato pesante suo e degli altri, avvertito attraverso la bocca, il rullio dei tamburi, incessante, colpi ritmati dentro la testa sino ad averla vuota, priva di pensieri, cassa di risonanza delle urla, delle imprecazioni, dei gridolini di gioia e stupore. Gli occhi, scure fessure febbrili attraverso il cappuccio bianco, aperte su migliaia di altri occhi inebriati di luci, arrossati dalla fatica e dalla  smania. Gaetano per un giorno all’anno si dimentica di tutto, di tutto il resto. Di suo padre che da una vita lo tormenta per averlo accanto a sé nel negozio di corso Vittorio Emanuele, dell’università, a Palermo, con quelle materie di economia e commercio sempre più pesanti e con la fatica di seguire le lezioni con una grande stanchezza addosso per le notti in bianco e un’ora e mezza di viaggio addosso su e giù per l’autostrada, di quel debito di poker che deve pagare entro una settimana perché quella serata è andata davvero storta e ha anche bevuto troppo, di quel guaio con... È la terza volta che sta lì, in testa al corteo dei Misteri, col suo saio e le sue scarpe rosse come quelle dei confratelli di San Michele, la terza volta che guarda la gente di Trapani, e gli pare di conoscerli tutti, uno per uno, grandi e piccoli, protetto dalla visiera bianca, a girare incessantemente per le strade, a sbirciare dove vuole. Sfilare così, oggetto di ammirazione, di stupore, gli dà un’euforia calma, un senso di potere. Lui, così giovane, così moderno, in testa alla tradizione di suo padre, dei suoi nonni. Dietro di lui, i quadri, la storia di Cristo raccontata attraverso i sudori, gli odori di un giorno di festa e di immane fatica, di preghiere e orgasmi. Ecco, incontra gli occhi azzurri di Tommaso. Mobilissimi, espressivi. È come se gli indicassero qualcosa. Sì, Tommaso gli si avvicina, è a un passo. I due sai strusciano l’uno con l’altro. Sente qualcosa, al fianco. Il tamburo esce dalla sua testa, che si riempie subito di pensieri, come un sub che riprende fiato dopo un’immersione. Il corteo gira da via Beatrice, qualcuno lo spinge in avanti. Agli occhi della gente si apre la vista della Separazione, l’attenzione è tutta sui massari, sulla scritta d’argento della maestranza, sulla manta, su... Su Gaetano calano le tenebre. Anche quelle due febbrili fessure sul mondo vengono spente.

 

Angela cerca un posto per parcheggiare in via Conte Agostino Pepoli la sua Yaris. Le hanno detto che in questo periodo, con la mostra di Caravaggio al Museo, è diventata un’impresa. Ma lei è proprio lì che vuole andare, vuole dare un’occhiata a quelle tele che finalmente fanno parlare della sua città come di un luogo di cultura, che fanno conoscere a migliaia di siciliani le bellezze quasi inedite di quel luogo di esposizione nato dall’antico convento dei padri Carmelitani, vuole attraversare ancora una volta il giardino del Santuario dell’Annunziata come faceva spesso da piccola per giocare, molto prima di decidere di diventare una poliziotta, prima che il suo lavoro la portasse in giro per l’Italia, sempre più a nord, sempre più verso il verde pungente delle Alpi. Adesso che anche i suoi non ci sono più – suo padre è morto di tumore, troppe sigarette, troppo amianto respirato in tutti quegli anni a impastare la calce; sua madre se l’è portata su nel Veneto un lontano cugino che l’ha fatta risposare –, a Trapani non viene da un bel pezzo. Ma non ci ha pensato su due volte quando Claudio, Claudio Giuliani, suo collega, da qualche anno al commissariato della città, lui che viene dalla Toscana, un tipo simpatico, conosciuto durante un corso di aggiornamento, l’ha invitata a passare qualche giorno con lui, in vacanza. Già, in vacanza, lei, a Trapani. Nella casa trapanese di un toscano, a due passi dal lungomare.... a vedere la Rocca, a respirare quella familiare aria di salsedine. Lui, Claudio, ha da sbrigare ancora un po’ di lavoro. Un paio di giorni e poi se ne andranno assieme, un po’ a Favignana, poi chissà. Angela chiude gli occhi e pensa alle braccia forti di Claudio, a quell’accento che la fa ridere e intenerire. Toh, guarda, un posto. Non è poi così difficile parcheggiare. O forse non è vero che vengono tante persone.

 

Mostra il suo distintivo alla cassa, più per automatismo che per scelta, sale per quelle scale maestose, che da piccola le sembravano di un palazzo reale, non si sorprende più nel trovare solo una dozzina di persone nelle sale che ospitano le tele di Caravaggio. Davanti a una si ferma, folgorata. È l’estasi della Maddalena. Si perde a guardare quegli occhi, le pieghe delle vesti, quell’abbandono, il colore bianco della carne, il buio dietro il suo corpo. Quando un commento alle sue spalle la fa tornare alla realtà, guarda l’orologio, le sfugge una smorfia di disappunto. È tardi, Claudio la starà aspettando da almeno mezz’ora nel ristorante di via Giudecca, dove le ha detto che le avrebbe fatto mangiare pesce freschissimo.

 

Lui la accoglie con un sorriso e riempie subito un bicchiere di vino bianco ghiacciato, che si chiama Grillo Parlante. E Angela risponde, infatti, si rilassa, racconta a Claudio le sue emozioni, gli parla di quel dipinto, ricorda la sua infanzia, i dipinti nelle chiese della sua prima comunione, così scuri e minacciosi, la festa di Pasqua, la processione magica dei Misteri. Misteri, un nome che già da sola le metteva addosso un brivido di paura ed eccitazione. Escono dal ristorante, un po’ brilli, alla ricerca di aria e caffè. E anche Claudio parla, della sua scoperta di Trapani, del male sottile che ogni giorno lo fa ammalare di rabbia e dolcezza, delle sue nuotate rabbiose e delle sue contemplazioni dolci del mare. Della sua prima osservazione dei Misteri. E, proprio a proposito di misteri, le racconta una storia. Una storia da poliziotto, che Angela ha conosciuto già, parzialmente, dai resoconti dei giornali. Lei era già fuori, lui era appena arrivato. Claudio le racconta di Gaetano Vinciguerra, di quel giovane inghiottito dal nulla proprio nel giorno dei Misteri. Aveva fatto la processione col suo cappuccio della Confraternita e poi, buio. Il suo cadavere trovato ore dopo vicino a una salina. Un colpo sparato alla nuca. Una firma da professionisti, dice ad Angela. Indagini subito impantanate. Un giovane senza una storia particolare, senza precedenti penali. Figlio di un commerciante modesto, studi all’università non brillanti, una macchina sportiva, i soliti interessi dei suoi coetanei: calcio, discoteca, le ragazze, nessun impegno politico, nessuna curiosità culturale. Un giovane qualunque, con un mistero non qualunque. Quello che gli ha strappato la vita. Ci sono molte testimonianze di quel giorno: chi l’ha visto arrivare, allegro, chi l’ha visto mentre indossava i paramenti insieme con gli altri della confraternita, chi gli ha parlato lungo le prime ore dell’estenuante processione. Ci sono volute parecchie ore per accorgersi della sua scomparsa, c’è voluto che arrivasse l’alba, che i Misteri rientrassero nella Chiesa del Purgatorio, che qualcuno chiedesse di lui. Niente. Solo qualcuno che ricorda di aver visto un saio rosso salire a bordo di un’auto in una strada distante dalla processione. Un’auto che è poi partita di corsa. Una Mercedes bianca con i primi numeri di targa... Niente, l’auto è stata identificata. Il proprietario ha detto che gli era stata rubata poche ore prima. Il suo alibi è stato vagliato e controvagliato. Nulla, dice Claudio, ma questa storia mi è rimasta addosso. Giace tra le carte che mi sono portato a casa, quelle dei casi sui quali torno quando posso. E me la ritrovo ogni volta che assisto ai Misteri, che vedo sfilare i massari come li chiamate voi. Già, gli incappucciati adesso non ci sono più. Il vescovo non li vuole più in processione, ha sospeso la Confraternita. Si è addirittura parlato di possibili infiltrazioni massoniche, mafiose. Poi Claudio guarda il mare, prende la mano di Angela: stasera ti porto a San Vito, le dice. Ci mangiamo il gelato e facciamo una passeggiata sulla spiaggia.

 

L’indomani mattina Angela si sveglia di ottimo umore. Claudio è già da un paio d’ore al lavoro. Si porta una tazza di caffellatte sulla terrazzina, si gode la vista del mare e assapora le briciole delle coccole notturne che Claudio le ha saputo sparpagliare addosso dopo l’enfasi del contatto tra i corpi. Angela sa dove lui tiene i raccoglitori rossi con le carte delle indagini. Va a prendere quelle del caso Gaetano Vinciguerra. Le sistema sul tavolino esterno accanto alla fruttiera con agrumi di plastica (beh, pensa, se la storia dovrà continuare sarà necessario spiegare qualcosa a Claudio a proposito di buongusto), si gode la prima delle cinque sigarette della giornata, si immerge nella lettura.

 

Scarta le relazioni interne della polizia, si concentra sui verbali delle testimonianze. Incontra cognomi che le ricordano vecchi episodi, frammenti d’infanzia (e questo Firrarello non sarà forse il nipote del mezzadro della nonna? E quel Bellisà non è che sia magari il figlio della mia vecchia insegnante?). Ritrova i cocci delle sue emozioni, dei suoi stupori infantili quando gli interrogati parlano della processione, delle annacate, dei sussulti della folla, dei balconi gremiti di gente, della musica della banda, del ritmo dei tamburi che scandisce i battiti del cuore di tutta la città. Si bea così, con un sole che le fa un solletico gradevole sulla pelle. Ha tempo, Claudio non arriverà prima delle quattro del pomeriggio. Dopo un paio d’ore dà un morso a un pomodoro e la sua attenzione viene catturata da una frase. Un certo Tommaso Badagliacca, della Confraternita di San Michele, nel racconto di quella giornata parla del secondo gruppo, quello della Lavanda dei piedi. E a un certo punto dice: “E proprio quando i massari hanno fatto pausa fermando la vara sulle forcelle, ne ho approfittato per bere un po’ d’acqua che una signora...”. Le forcelle, riflette Angela. Le forcelle su cui si posa la vara si usano a Erice, dove si fa la processione dei Misteri secondo la tradizione antica. La nonna che è di lì lo ricordava sempre a casa. A Trapani da tempo i cavalletti hanno sostituito le forcelle, alla faccia dei tradizionalisti. Mah, pensa Angela, un curioso errore. Soprattutto sulla bocca di un giovane. Ma il suo sesto senso di poliziotta si attiva. Quelle dichiarazioni così formali di Badagliacca, quei particolari così precisi, quasi forbiti, le fanno sentire puzza di una dichiarazione “insignata”, dettata cioè dietro le quinte da qualcuno. E sfila i fogli della testimonianza di Badagliacca per studiarseli ben bene.

 

A un tratto decide di accendere il portatile, di collegarsi in Internet. Entra nel sito dedicato ai Misteri. Comincia un confronto, punto per punto. E dopo un po’ trova “qualcosa”. Molto più del lapsus sulle forcelle. Badagliacca nel parlare dell’ultima volta che ha visto il suo confratello Gaetano fa riferimento a un momento della processione, quando il corteo passa da via San Francesco di Paola a via Mercé. Angela ha controllato: nell’itinerario di quell’anno (perché ci sono leggere variazioni del tracciato, Angela se lo ricorda bene, dettate da esigenze ecclesiali o di opportunità diplomatica tra strade storiche e di nuova formazione urbanistica) non figurava via Mercé. Il corteo deviava in via Argentieri. Un altro errore, è possibile. Ma vale la pena di approfondire. Si fa una bella insalata di pomodoro condita di olio, sale e origano. Si gode l’aria della terrazzina, si appisola. Quando arriva Claudio gli racconta la sua scoperta. Insiste, come una bambina capricciosa. E lo convince.

 

L’indomani Claudio torna con le sue informazioni. Badagliacca è stato uno degli amici di Gaetano, hanno frequentato assieme le superiori. Poi, Tommaso, anzi il Tommaso come dice Claudio (anche in questo caso, riflette paziente Angela, dovrò lavorare per togliergli questo vizio linguistico da sbirro), ha deciso di fermarsi con gli studi. È stato un po’ a fare il fannullone, ad arrangiarsi, sempre alla ricerca di qualche quattrino. Poi, a un tratto, si è aperto un negozio di bigiotteria, e proprio in via Fardella, nella strada commercialmente più ambita. E le cose per lui hanno cominciato a girare bene. Angela stavolta deve faticare di più a convincere Claudio a procedere. Deve arrivare a sussurrargli all’orecchio qualcosa che lo fa arrossire. E pure in questo ambito, pazienza, si dice Angela stavolta un po’ stupita. Ma la promessa spinta fa il suo effetto. Claudio accetta di compiere quella che per lui è una trasgressione deontologica. Contatta un amico funzionario di banca, una delle tante banche di quella “strana” provincia che detiene il record di sportelli rispetto al numero di abitanti. E il colpo arriva a segno. Badagliacca ha aperto un conto corrente “in bianco” poco prima di Pasqua e, qualche giorno dopo la Processione, ha fatto un corposo versamento. Lascia fare a me, gli dice Angela.

 

Quando si presenta con i suoi jeans scoloriti, la camicetta bianca leggera e gli stivaletti scamosciati nel negozio “Articoli da regalo” di via Fardella, la prima cosa che la colpisce sono gli occhi azzurri di Tommaso. È una sbirra brava, Angela. Lo lascia fare, accetta i suoi complimenti, lo fa parlare, prova una decina di collanine e braccialetti che non si sognerebbe mai di indossare, gli confida di essere una turista e di non orientarsi bene in città. Sto per chiudere il negozio, dice Tommaso. Ti porto io a mangiare qualcosa come si deve, un couscous che neanche a Marsala, ma che dico, in Tunisia... La serata non finisce proprio come Tommaso era ormai sicuro che dovesse finire. Certo, ci sono voluti un paio d’ore e un paio di bottiglie di Catarratto. C’è voluta tutta l’abilità di Angela, la “prova” del versamento, il bluff sulle indagini ormai chiuse intorno a lui, la minaccia di un’incriminazione pronta per omicidio. E la fragilità di Tommaso. Finisce in commissariato, dove Claudio e uno dei suoi uomini li aspettano da un po’ (Claudio ancora scettico e soprattutto nervoso, col tic di guardare l’orologio ogni due minuti). Ma poi Tommaso crolla.

 

Non sono stato io, dice facendo una sceneggiata di lacrime e mani che strappano i capelli, io non sono capace di fare male a nessuno. Ho solo accettato dei soldi che mi servivano. E non erano i trenta soldi di Giuda, no. Giuro, non lo sapevo che doveva finire così. Quando si è presentato l’uomo di don Nonò per offrirmi quella somma soltanto per levarmi di mezzo, nel giorno della Processione, per farmi sostituire nel corteo della Confraternita, ho pensato che era solo un giochetto. Gli dobbiamo dare una lezione, al tuo amico Gaetano, mi hanno detto. Io a Gaetano gli volevo bene, gli volevo. Glielo dicevo che si sarebbe messo nei guai un giorno a continuare così ad assicutari fimmine e piccioli a poker. C’è tutto un giro, qui, che voi non vi immaginate. Fimmine, signore per bene, che si rivelano di nascosto delle gran buttanazze. E che se la spassano coi picciotti, si sparano nel naso le polverine, e ci fanno purcarie di tutti i tipi. Io, ve lo giuro, non ci sono mai voluto andare a questi festini, io ci ho rispetto della buona educazione, ci ho. La minchiata che fici Gaetano è stata quella di portarsi darrieri anche Totuccio, ’u figghiu di don Nonò. Ma che potevo pensare io... solo una lezione, una fracchiata di lignate che magari gli facevano bene al povero Gaetano, ’u facevano rinsavire. Niente, finì accussì... A lezione don Nonò ce l’ha voluta dare giusta... per questo ha voluto le cose combinate accussì... Li fici giuste, pure a uno con gli occhi azzurri coma a mia ci misi per sostituirmi, che così Gaetano lo poteva seguire senza sospetto, nel giorno della Passione di Nostro Signore, dentro la Confraternita. Don Nonò ci è affezionato assai ai fratelli, quell’anno fece arrivare al cassiere una bella somma. Ci tiene ai valori, lui, alla tradizione. È un uomo all’antica, fatto così. Non è che lo voglio giustificare, ma vedere a suo figlio ridotto come a un pappamolla qualsiasi... Adesso tira dritto Totuccio. Chissà, se a Gaetano suo padre gli rompeva le corna, forse... ma io che c’entro, comunque? Solo piccioli ho preso. Che fa, li restituisco adesso? .

 

Angela e Claudio sono sdraiati su uno scoglio di Favignana. Le vacanze sono cominciate. Ma finiranno presto. Dopo due giorni di mare e due notti in albergo, lui ha smesso di arrossire. Anche perché la sua pelle è diventata nera come mai in vita sua. Azzarda: non è che chiederesti un trasferimento? Angela lo guarda, sorride. Poi si fa seria e sta in silenzio per un lungo minuto. Alla fine: “Mah, chissà. Forse è arrivato il momento di tornare”.

 

Gian Mauro Costa 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un sentito ringraziamento al dott. Gian Mauro Costa, per la cortese disponibilità e per aver concesso la pubblicazione del racconto

 

 

Grazie a Gino Lipari per la segnalazione, a Salvatore Accardi per avermi recuperato la copia del quotidiano mentre mi trovavo in vacanza e grazie infine al quotidiano LA REPUBBLICA

 

 

 

©  2008 - www.processionemisteritp.it

 

 

Inizio pagina