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Enrico Petrella
era considerato intorno al 1870 il maggior operista italiano dopo Verdi.
Poi, dopo la morte, l'oblio quasi totale. Sopravvisse solo il ricordo
dei titoli delle sue opere più popolari ai suoi tempi, "JONE",
"LA CONTESSA DI AMALFI", "IL CARNEVALE DI VENEZIA".
L'opera di riscoperta di autori e opere dimenticate non lo ha toccato
finora, ed è assurdo perchè Petrella è autore di spiccata personalità
e nelle sue opere vibrano bagliori di autentica genialità.
Nasce a Palermo nel 1813, lo stesso anno di Verdi e Wagner, studia con
Saverio Del Giudice, indi si trasferisce a Napoli ove è allievo del
famoso Zingarelli e in seguito ebbe lezioni anche da Bellini del quale
risente nella vena melodica, dolce e appassionata. A soli 16 anni, nel
1829, debutta in un teatrino di Napoli con la farsa "IL DIAVOLO
COLOR DI ROSA" che ebbe vivo successo, seguirono "IL GIORNO
DELLE NOZZE", farsa basata sulle peripezie di Pulcinella sposo
involontario, e "LO SCROCCONE ".
Dopo questi primi successi Putrella ha richieste di altri teatri, nel
1838 sempre a Napoli trionfa "I PIRATI SPAGNOLI" che destò
l'ammirazione di Donizetti, allora insegnante al conservatorio; si
tratta di un opera semiseria in cui si alternano momenti drammatici e
comici, e appare un buffo che recita in napoletano. Del 1839 è "LE
MINIERE DI FREINBERG": scrive per il San Carlo la "CIMODOCEA"
ispirata a un racconto di Chateaubriand, ma poichè pretende una somma
troppo alta, la gestione del teatro rifiuta.
Per 11 anni Petrella non scrive più per il teatro, vivendo di lezioni
private.
Nel 1850 torna alle scene con "IL CARNEVALE DI VENEZIA" che ha
un vero trionfo, è una delle migliori opere comiche del tempo, pervasa
di una sottile vena lirica sognante e affettuosa che si fonde
gustosamente con gli aspetti farseschi e ridanciani della vicenda. Vero
gioiello è la "Serenata di Arlecchino" espressa in un cantato
parlato. L'editrice milanese Giovanna Lucca lo lancia come il rivale di
Verdi, e questo non giovò a lui, tuttavia le sue opere ressero al
confronto per un certo tempo.
Punta sull'opera tragica: grande successo ha nel 1851 "MARCO
VISCONTI" che ha vere perle come la ballata "rondinella
pellegrina" e l'aria di Ottorino "come un aura sul
mattino", è il tipico melodramma romantico popolare con
menestrelli, giostre, serenate, torvi castelli.
Seguono "L'ASSEDIO DI LEIDA", opera spettacolare con scene di
massa, e "JONE" del 1858, che trionfa alla Scala di Milano,
basata su "Gli ultimi giorni di Pompei" di Bulwer Lytton. Ha
bagliori di ardente immaginazione e sensualità nelle ricostruzione
dell'antica Pompei, fra i momenti salienti l'aria intensa di Glauco
"o Jone di questa anima" e la scena finale, l'eruzione del
Vesuvio con la famosa marcia funebre ancora oggi eseguita ai funerali
nei paesi del Sud. Grande successo ebbe a Torino nel 1864 "LA
CONTESSA DI AMALFI" che Massimo Mila definì di un erotismo
inquietante e morboso. Narra la storia di Egidio, giovane orfano
adottato da un duca che viene sedotto da una malefica, demoniaca
contessa, Leonora, che lo spinge a lasciare la fidanzata che muore per
il dolore, ma nella scena finale quando Egidio ode il canto morboso di
Leonora che lo attira a se in una barca luminosa nella sera vince la
malefica attrazione suonando con impeto il violoncello. Grande
suggestione e impeto ha la scena della seduzione di Leonora.
Nelle ultime opere c'è un tentativo di aggiornarsi sulle più avanzate
novità italiane e straniere e uscire dai limiti provinciali in cui si
era svolta la sua arte, così in "CATERINA HOWARD", "GIOVANNA
DI NAPOLI" del 1869, densa di ricerca interiore "I PROMESSI
SPOSI" del 69, in cui vibra un atmosfera agreste e crepuscolare in
linea con le atmosfere di certa poesia della scapigliatura, tra i
momenti salienti il valzer tragico dei bravi ubriachi, il duetto Renzo e
Lucia e sopratutto lo stupendo "addio ai monti" di Lucia che
Guido Pannain definì uno dei più fulgidi tesori della melodia italiana
dell'800. La ricerca continua con "MANFREDO" del 1872, fosco
dramma passionale di un nobile calabrese (realmente esistito) che si
macchia di orrendi crimini e tenta invano di redimersi. Originale la
scena iniziale che mostra una sala dopo un orgia, tra uomini e donne
seminudi riversi sul pavimento che dormono e Manfredo esprime la sete di
liberazione da quella vita che conduce; egli ama senza saperlo la
sorella Lina e finisce per suicidarsi quando lo scopre, tra le pagine
migliori il "coro dei mietitori" e l'aria "o Lina
mia", la musica tenta di scandire emozioni interiori, vibrazioni
arcane dell’anima.
Anche nell'ultima opera "BIANCA ORSINI" del 1875 ci sono cose
notevoli, la protagonista è avvolta di un sinistro malefico fascino, le
situazioni sono svolte con grande abilità, tra i momenti spettacolari
la scena della "fiera di Bracciano".
Petrella sembrò prediligere per le sue opere donne perverse e sensuali.
E’ uno degli ultimi esponenti della scuola napoletana, un cantore
popolare che trovò in alcuni momenti il fremito dell'autentica arte.
Scrisse in tutto 25 opere, ricordiamo anche "LA MOROSINA" del
1860.
Negli ultimi anni si ridusse in indigenza, amava molto le donne e la
vita brillante, si ammalò di diabete e morì a Genova nel 1877: Verdi,
che pure non lo stimava, gli inviò una somma di denaro che però giunse
il giorno dopo la morte. Lasciò incompiute due opere, "LA FATA DI
POZZUOLI" e "SALAMBO”
Maurizio
Giarda
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