LA CHIESA DI SAN MICHELE E I MISTERI

tratto da " GUIDA PER GLI STRANIERI IN TRAPANI "

 con un saggio storico di Giuseppe Maria Di Ferro - Trapani 1825 


   

 

 

" In un oratorio più recondito della chiesa, si conservano i diciotto gruppi dei misteri della passione. Sono essi composti di figure di legno, e di grandezza naturale. Sono tutti eccellenti lavori dei più periti artefici Trapanesi. Si crede, che gli Spagnuoli ne abbiano introdotto l’uso, sin dal principio del secolo decimosesto. In ogni Venerdì Santo, conducendosi processionalmente per la città, vengono a dare uno spettacolo di devozione, e di pompa. Noi anderemo intanto rimarcando quei gruppi, che si hanno attirato gli applausi maggiori. Mi credo però dispensato dall’obbligo di rammentare allo straniero, che la fantasia dei loro autori, fosse stata circoscritta dalla misura di quello spazio, che poteano  vestire di personaggi.

 

Il primo che ci presente, vien chiamato la Licenza come esprimente Gesù Cristo, che prima della sua passione si conceda dalla Madre, e dal Discepolo diletto. Il patetico di questo lavoro, opera di Mario Ciotta , non puo l’essere né più vivo, né più tenero. Ei vi sparse a tratti così forti il tuono del sentimento, che non è mica possibile di non venire riscaldata l’immaginazione delle anime sensibili, e compassionevoli.

 

Siegue indi quello della Lavanda, scultura dello stesso intelligente artefice. In questo, il Maestro dell’umiltà lotta con Pietro, che non sa acquietarsi a quell’abbassamento del suo Signore. Ogni personaggio conserva a meraviglia quel distintissimo carattere, che gli appartiene.

 

Il terzo presenta  la sua scena sul poggetto dell’orto degli ulivi. Il lavoro è della perita mano di Baldassare Pisciotta. Il volto del Nazareno appalesa quella tristezza, che lo metteva  nelle angustie di morte. L’azione è nell’istante, in cui gli vien presentato  il vaso dei patimenti da un’angelo confortatore.

 

I tre favoriti Discepoli sono immersi in un sonno profondo. In questa scelta, non potè dar loro l’artefice delle mosse vive, dignitose, ed eloquenti. Ma l’illuminato suo genio, per non raffreddare il patetico di quell’interesse, ed attaccandosi alla parola del sagro testo, s’impegnò di esprimere in quel sopore, un certo principio affannoso, e dolente.

 

L’altro che si appella la Negazione, rappresenta il Redentore di già uscito dall’atrio del Pontefice Caifa. In questo gruppo volle far conoscere Baldassare Pisciotta  il suo fuoco speciale nell’esprimere questa scena. La portinaja del Sommo Sacerdote, che stà innanzi al suo scaldino, è collocata assai bene, e molto a proposito. Ella si fa ravvisare di un’aria oziosa, ed importuna. Il soldato che guida il Nazareno fra i lacci, dimostra col torvo suo ciglio, la compiacenza del suo furore. Il volto di Gesù Cristo è incomparabilmente bello. L’azione è tutta nel momento in cui egli rivolto un poco dalla parte destra, lancia uno sguardo su di Pietro, capace a richiamargli l’idea della sua caduta. Ma in quell’occhiata non vi entra né l’asprezza, né l’austerità, né la minaccia. Pare come se annunziar volesse il Salvadore, di esser egli più sensibile alla sventura del suo Pietro, che alla sua propria offesa. L’Apostolo nel discoprire quegli sguardi cotanto a lui familiari, con mani alzate, e con un moto quasi retrogrado, fa ben conoscere tutto il tumulto  del suo cuore, e quanto venisse l’anima sua fortemente straziata dal dolore, e dalla detestazione della colpa commessa.

 

Quel Pilato, che in un altro gruppo presenta Gesù Cristo al popolo di Gerosolima, trasforma il contemplatore , in un’uomo che stia quasi a sentire. Tutti gli oggetti corrispondono molto bene  alle di loro azioni: ma il virtuoso Francesco Nolfo, improntò nel volto del Preside Romano una così marcata verità, e gli diede un soffio così animatore, che par ci faccia ascoltare di sua propria bocca, quelle commoventi parole di Ecce Homo. La deposizione della croce, può venir classificata fra le migliori opere dell’immortale Giuseppe Milanti. Questo spettacolo, che mette in seno alla madre l’estinto suo figliolo, versa un torrente d’immagini dolorose. Esse si parton tutte dalle vive impressioni, che la scultura ha saputo infondere in quegli spettatori così cari a quella vittima preziosa. Il volto di Gesù Cristo, tuttochè coperto del pallore di morte, conserva nondimeno l’intero nesso di sua bellezza.Le di lui membra sono abbandonate: ma nella più naturale azione. Quest’opera rese vieppiù stimabile il nome di Milanti; decise di sua perizia; e gli concitò degli ammiratori, anzicchè dei rivali.

 

Per ristringere intanto questi rapporti, che possono venire riguardati come i decreti del mio cuore, io invito finalmente il Viaggiatore, a considerare l’ultimo di questi gruppi. E’ desso opera di Giacomo Tartaglio, e rappresenta il trasporto di Gesù Cristo al sepolcro. Le figure al numero di sei, che richiamano gli onori alla di lui memoria, sono un poco più piccole del naturale. Ma le fisonomie, i contorni, le proporzioni, le mosse, la verità, gli affetti ecc. vengono bene ad avvalorare la fama del Tartaglio, che con le tante altre apprezzabili di lui opere, avea imposto silenzio all’invidia.In tutte queste sculture però, i di loro autori molto versati nell’iconografia, osservarono con la più scrupolosa attenzione, ciò che dagli artisti chiamasi costume. Così le armi, i vasi, i coturni guerniti di ferro, e di bronzo, le piccole catene ecc. come ancora le zone, baltei, le patere, le clamidi, le celate, le vesti sacerdotali, quelle dei magistrati, dei guerrieri, e dei manigoldi; le sedie dei Re, dei Pontefici, e le curuli, sono quali noi le scorgiamo nelle medaglie le più vetuste. Il tutto in somma fa ben conoscere, anche ai meno provetti nello studio dell’antiquaria, chi sia l’ebreo, chi il romano, e chi il gentile.

 

Sembra quindi, che quei valenti artefici Trapanesi, abbiano voluto estendere in queste figure il genio della loro perizia e della loro immaginativa, perché vegliasse alla gloria della scultura nazionale. Uscendo da questo luogo, e ripiegando due volte su la dritta si viene a trovare l’antica chiesa di S. Giuliano, oggi. "

 

                                                                     Giuseppe Maria di Ferro

                                                                                           da  “Guida per gli stranieri in Trapani”

                                                                                           Trapani 1825, presso Mannone e Solina.

 

 

 

 

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