L'ULTIMO RESPIRO DI RINO
di  N.R. 


La mano accarezza quel volto stanco di soffrire. E' tutto l'amore di una madre che assiste, impotente, all'agonia del proprio figlio negli ultimi istanti di vita.

"Chiamami - sussurra piangente Enza Colomba - chiamami ancora una volta mamma".

Si percepisce un bisbiglìo: "ciao mamma". Poi un respiro forte. Gli occhi si chiudono. Per sempre.

Sono le 10.30 del 15 agosto.

Oggi Crispino (Rino) Adragna, primo di tre figli (avrebbe compiuto venticinque anni il prossimo 4 dicembre), già soldato della Marina Militare Italiana, riposa nel piccolo cimitero di Ragosia, a Valderice, a qualche metro dalla tomba di Mauro Rostagno, uno che si è "guadagnato" la morte, diciassette anni fa, perché…non si faceva i fatti suoi.

Sulla lapide di Rino sarà posto, miniaturizzato, un acquario in vetro (la sua passione) e inciso un passo tratto dalla Bibbia: "ho in Dio la speranza…che ci sarà una risurrezione" (Atti 24:15).

"Ho perso mio figlio. Solo fisicamente. Adesso - soggiunge emozionata la signora Enza - mi sento, come dire, più ricca. Più forte. Dentro. Grazie a Rino. Grazie al suo testamento morale e spirituale: credere ciecamente nella fede. Credere, senza compromessi, nella parola di Dio".

Sparse sul tavolo decine e decine di foto che ripercorrono, come in un film, l’esistenza del ragazzo trapanese: dai suoi primi giorni di vita fino agli ultimi. Due mani ne stringono, in particolare, una: vi è un bambino vestito da principino. E' Rino. Non ha neppure tre anni. Due occhi gonfi e arrossati la fissano intensamente. Una bocca tremante la bacia ripetutamente. Giuseppe Adragna, il papà di Rino, non ha alcuna intenzione di arrendersi.

"Non ci fermeremo. Continueremo, finchè saremo in vita, ad andare avanti. La verità, prima o poi, salterà fuori. Abbiamo intenzione di costituire anche a Trapani un'associazione di genitori dei militari di leva morti successivamente al servizio svolto".

Poi ripercorre, in ordine sparso, i momenti cruciali di quell'inferno lungo cinque anni, capace di "rompere" la serenità di una famiglia, ma non di sgretolarne l'unità.

Da quella terribile diagnosi a Pasqua del 2000, linfoma non Hodgkin a grandi cellule B, ovvero tumore delle ghiandole linfatiche, al ricovero di Rino presso gli ospedali riuniti di Bergamo per l'asportazione del testicolo sinistro; dai cicli e ricicli di chemioterapia e radioterapia, all'irriverente indifferenza delle istituzioni locali; dall'umiliazione di due genitori che per il loro figlio s'incatenano di fronte al Palazzo Municipale, all'imbarazzo per il riconoscimento di una pensione d'invalidità pari a poco più di duecentoquaranta euro al mese; dalla tac che a gennaio scorso ha evidenziato un tumore al cervello di Rino, alla paralisi ed alla cecità; da altri due insopportabili cicli di chemioterapia, all'acqua come unica forma di alimento tollerata.

"Mio figlio - riprende Giuseppe Adragna - non doveva salire a bordo di quella maledetta nave (la fregata lanciamissili "Perseo"). Non sapeva nuotare. Non doveva neanche salire su quella maledettissima torre, a Pantelleria, presso il centro Mariradar. Non lo prevedevano i suoi incarichi".

Dal 1975 ad oggi, in Italia, sono deceduti oltre ottomila militari a causa di patologie identiche o simili a quella che ha colpito irreversibilmente Crispino Adragna. Sono, invece, oltre venticinquemila i soggetti incanalatisi in questo tunnel. Per quanti ci sarà una via d'uscita? Quanti altri si aggiungeranno a Rino e agli ottomila che non ci sono più?

A parte qualche rara eccezione, è impossibile ottenere il riconoscimento della causa di servizio, con relativo equo indennizzo economico. Ma ciò che sconforta veramente è registrare come quel "muro di gomma" continui a respingere con disarmante facilità ogni tentativo volto alla ricerca di verità e giustizia. Quella verità e quella giustizia che migliaia di mamme e di papà continuano vergognosamente a vedersi negare. Anche di fronte all'evidenza.

N.R.I

 

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