GLI EDILI PERDONO BURGARELLA
di  Nicola Rinaudo


  Ha deciso di metterci…un mattone sopra. Giovanni Burgarella, segretario generale provinciale trapanese della FILLEA - CGIL, il sindacato dei lavoratori delle costruzioni, lascerà nei primi mesi del prossimo anno la carica. ”Ritengo - dice - sia giunto il momento di lasciare ad altri la possibilità di assumersi le proprie responsabilità e di prendere piena coscienza del ruolo che ricopre un gruppo dirigente. In sei anni di attività (la sua prima nomina a segretario degli edili risale al febbraio del ’99 ndr) un solco lo abbiamo tracciato. La Cetima (la cassa edile) oggi annovera duemila iscritti; un altro migliaio proviene dal settore marmifero; il fatturato annuo della FILLEA ha sfondato il tetto dei 350.000 euro. Insomma il settore regge, nonostante gli appalti siano in calo di quasi il 40%”.

Ad agosto scorso Burgarella, con le sue pungenti esternazioni, aveva lasciato il segno nel corso dell’ormai famosa seduta aperta, quindi straordinaria, del consiglio comunale di Paceco. Gli effetti non si sono lasciati attendere. A distanza di qualche giorno, infatti, il segretario degli edili è stato protagonista, suo malgrado, di un paio d’incontri di tipo ravvicinato: il primo a Paceco, il secondo a Trapani, proprio davanti l’ingresso della FILLEA - CGIL. ”Nella prima circostanza - afferma Burgarella - sono stato invitato dal figlio di un defunto capomafia del paese a mettermi in pensione, per campare più tranquillo. Nell’altro faccia a faccia sono stato accusato dal mio interlocutore di avercela con lui. Ha concluso dicendomi che non avrebbe avuto il piacere di incontrarmi ancora una volta per una ripassatina alla lezione”.

Da questi due episodi, qualcosa, il baffuto e combattivo esponente della CGIL, deve avere dedotto. Per lui, comunque, niente di nuovo. Anzi una storia che si ripete. Un percorso che quattro anni fa - è noto a tutti che Burgarella sia un ”osservato speciale” dalla mafia -  dopo gli attentati intimidatori consumati a Guarrato, nei pressi della propria abitazione, indusse le forze dell’ordine ad assegnargli una scorta. ”La scorta - riprende Burgarella - non faceva al caso mio. Mi sentivo un uomo in gabbia, con l’aggravante di mettere in pericolo la vita di chi, pur nell’esercizio delle proprie funzioni, aveva assunto il compito di proteggermi. Ho resistito cinque mesi. Poi ho chiesto la revoca della scorta. Rimane, invece, sotto sorveglianza, giorno e notte, casa mia. Ho un debito morale e materiale nei confronti della mia famiglia. Credo che questa decisione possa, in qualche maniera, iniziare a mitigare il profondo senso di colpa che avverto nei confronti di mia moglie, dei miei figli”.

Saverio Piccione, segretario generale provinciale della CGIL trapanese, gli avrebbe offerto un incarico all’interno della segreteria del sindacato. ”Il guaio - ribatte Burgarella - è che sono follemente innamorato del mio lavoro. Sto riflettendo…”.

”Giovanni Burgarella - afferma il Prof. Enzo Guidotto, consulente della Commissione Nazionale Antimafia -, incarna alla perfezione il ruolo della punta avanzata, dell’uomo semplice ma coraggioso che, ogni giorno, fa antimafia con i fatti. Ciò, in netta contrapposizione ad un sistema, i cui apparati istituzionali si limitano ad ostentare solo il loro personale apprezzamento, nel contesto di quello che, spesso, si rivela come un gioco al massacro. Del resto lo Stato - sostiene Guidotto - finanzia, seppur attraverso le proprie leggi, gli affari dei figli dei mafiosi. La signora Bertolino, ad esempio, quella della distilleria di Partinico, recentemente, ha investito tantissimo in Veneto. Quando l’hanno obbligata a chiudere la distilleria, ha ricevuto dallo Stato un risarcimento di oltre trenta milioni di euro. Tredici milioni di euro, attraverso i patti territoriali, sono stati destinati ad un progetto che, nel pacecoto, prevede la costruzione di cantine vinicole. Pare che dietro questa operazione ci sia la mafia. Quando si trattò di salvare - conclude Guidotto - l’azienda dell’imprenditore palermitano Libero Grassi, assassinato dalla mafia, nessuno mosse un dito. Sarebbero bastati, allora, solo sette miliardi di lire”.

Foto Bova

Nicola Rinaudo

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