PESCA, L'AGONIA DELLA MARINERIA TRAPANESE

di  Angela Corso  


   

1° luglio 2008.

 

E' la data in cui cambierà (o, peggio, forse scomparirà) la pesca a Trapani.

 

Infatti, entro tale termine, verrà applicato il nuovo regolamento relativo alle misure di gestione per lo sfruttamento sostenibile delle risorse della pesca nel Mar Mediterraneo.

 

L'articolo nove, in particolare, disciplina la misura minima delle maglie. Tale misura dovrà essere di 40 mm fino al 30 giugno 2008; dal 1° luglio 2008 la rete dovrà essere a maglia quadrata da 40 mm o, dietro richiesta debitamente motivata dal proprietario del peschereccio, a maglia romboidale da 50 mm.

 

“L'applicazione del nuovo regolamento, peraltro bocciato per ben tre volte consecutive prima di essere approvato, segnerà la morte della piccola pesca, quella detta «a strascico» - afferma Natale Amoroso, presidente dell'UN. I. COOP pesca di Trapani -, perché le nuove tipologie di rete non favoriscono di certo la pesca di pesci di piccola taglia, che sono il principale prodotto della pesca nel Mediterraneo e nella zona di Trapani. Dal primo luglio 2008 si assisterà ad un'eco-distruzione dei pescherecci, perché ci saranno molti fallimenti”.

 

Per i mari del Nord, questa tipologia di maglia è ottimale, essendo il loro pescato di dimensioni maggiori rispetto a quello del Mediterraneo. Tale normativa si è estesa anche nei mari del sud Europa solo perché nelle commissioni per la pesca, a livello comunitario, non c'è una rappresentanza forte politicamente, che possa fare gli interessi dei paesi del sud Europa.

 

Basta guardare ai fondi stanziati per la pesca, per capire quanto contino politicamente i paesi del Mediterraneo: 373.000.000,00 di euro per la FEP, contro 1.000.000,00 di euro per la Spagna!

 

Una volta giunta in Italia la quota spettante di questi fondi, il 28% rimane allo Stato ed il 72% viene ripartito fra le varie regioni. La Regione Sicilia (che non riesce mai a spendere l'intero ammontare delle provvidenze, a causa di un sistema burocratico assai lento) ne riceve il 33%, anche se le altre regioni italiane vorrebbero che tale percentuale si abbassasse: in particolare, la Regione Campania ha avanzato la proposta di suddividere i fondi basandosi non più sul pescato, ma sulla densità (ovviamente a tutto svantaggio della Sicilia!!).

 

“Si è parlato della creazione di comitati di gestione della fascia costiera - continua Amoroso - per poter meglio gestire più fette di superficie, in base alla diversità dell'ambiente marino e per distribuire i fermi biologici in maniera più razionale. E' anche a causa della mancata redazione di questi piani che si è fatto saltare il fermo biologico di quest'anno!

 

Addirittura l'assessore Bica, di recente, e senza neanche consultare i diretti interessati, cioè noi pescatori, ha parlato di un piano di gestione provinciale per la pesca. Un'idea assurda, in quanto non verrebbe mai approvata a livello comunitario. Sarebbe più sensato, invece, predisporre un piano di gestione generale, dove inserire Trapani, per poter rimodulare le aree normative, al fine di estendere le aree del pescato, nel rispetto dlle norme”.

 

L'agonia della marineria trapanese, dunque, continua. A partire dagli anni '80, quando il Ministero dell'Ambiente ha creato la più grande riserva d'Europa, limitando i 2/3 dei fondali marini sfruttabili, numerosissimi pescherecci sono stati demoliti, in cambio di un indennizzo statale ai proprietari. Questo dato deve far riflettere, perché ogni peschereccio demolito è un'impresa fallita ed è, soprattutto, un numero elevato di disoccupati, il più delle volte con famiglia a carico.

 

“Imporre, ora, l'uso di queste nuove maglie - asserisce Amoroso - è troppo tardi. Occorreva farlo dieci anni fa, quando ancora si pescava bene. Oggi il settore è giunto al collasso!”.

 

Per Pietro Li Causi, capo sezione pesca e gente di mare presso la Capitaneria di porto di Trapani, “la marineria non è all'avanguardia e le associazioni di categoria sono indietro e non funzionanti.

 

Siamo noi pescatori a pagare le conseguenze di un caos normativo imbarazzante. I costi si sono ormai quintuplicati: norme sanitarie, piano sicurezza, regolamentazione degli idrocarburi, sistemi satellitari oltre le tre miglia a spese dei pescherecci, etc.

 

Le cooperative di pesca a Trapani (quasi una decina) per funzionare in maniera efficace, dovrebbero essere gestite da persone competenti, altro che pescatori!

 

Occorrerebbe seguire - conclude Li Causi - l'esempio di San Vito Lo Capo. Quella cooperativa riunisce venticinque pescherecci, si adopera per contenere gli sprechi di denaro, fa da scudo agli interessi personali, cerca di favorire il rinnovamento della marineria attraverso l'unione delle forze”.

 

Angela Corso

di Gianluca Fiusco

 

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