I BUCHI NERI DEL SENATORE

di  Enzo Guidotto  


   

Dopo “Report” e “Anno Zero”, anche “Blu Notte” ha fatto conoscere all'opinione pubblica nazionale certi fatti antichi e recenti della mafia trapanese suscitando l'ormai consueta indignazione nei “soliti noti”, convinti che i panni sporchi vadano tenuti nascosti o, tutt'al più, lavati in casa. In compenso, contrariamente a quanto avvenuto l'anno scorso con i collaboratori di Michele Santoro, stavolta il senatore Antonio D'Alì ha risposto con modi garbati, linguaggio felpato e tono pacato alle domande di Carlo Lucarelli per spiegare la natura del rapporto fra la sua dinastia e quella dei Messina Denaro.

 

«Storicamente – afferma il conduttore della trasmissione – uno dei punti di contatto fra mafia e società civile è il latifondo: i proprietari terrieri stanno lontano, in città, ed hanno bisogno di qualcuno che amministri le loro terre, magari usando il pugno di ferro. Nel Trapanese, sulle terre dei D'Alì, c'è Francesco Messina Denaro» di Salvatore.

 

600 dipendenti - «Negli anni Cinquanta – precisa D'Alì - la mia famiglia aveva la più cospicua possidenza agraria e circa 600 dipendenti sparsi in tutta la provincia: che nell'ambito del numerosissimo gruppo di dipendenti ci possano essere state anche persone che a seguito di indagini si siano rivelate appartenenti alla criminalità organizzata, credo che in Sicilia fosse difficile poterlo evitare e soprattutto poterlo prevedere».

 

Non si può escludere che il senatore sia stato sincero nel senso che  ha detto quel che sa: nato il giorno di Natale del 1951, non può essere testimone di quelle vicende. Ma, se volesse prendersi la briga di indagare a fondo si renderebbe conto  che le cose, in realtà, sono andate diversamente: basterebbe  scartabellare l'archivio di famiglia o interpellare qualche anziano parente.

 

Stando alle dichiarazioni fatte l'anno scorso ad “Anno Zero” dallo zio Antonio, nella scelta di Francesco Messina Denaro come dipendente non c'era stato nulla da  “prevedere” per “evitare” perché nell'ambiente la sua personalità era ben nota.  Don Ciccio – ha detto - lavorò a Castelvetrano «come campiere, dopo la guerra. La mafia allora era diversa. Ci si poteva avere a che fare con quella gente lì. Insomma, inizialmente, era (si badi bene: non  “sembrava” ma «era»!, ndr) una brava persona, non una persona dalla quale bisognava stare alla larga». Nella famiglia D'Alì, dunque, esisteva sin dall'epoca dell'assunzione la consapevolezza piena, chiara e netta dell'appartenenza a Cosa Nostra di quel collaboratore che tale rimase anche dopo essersi reso responsabile di vari crimini.

 

Matteo? “Terza generazione” - Ulteriori elementi sulla sua caratura delinquenziale si potevano peraltro desumere dal fatto che in realtà Matteo Messina Denaro non appartiene alla seconda ma «alla terza generazione di una famiglia da sempre in Cosa Nostra» dato che il nonno Salvatore «se l'era sfangata dalla repressione di Mori all'imperversare di Giuliano». L'interessante notizia l'ha fornita Alfio Caruso, giornalista del “Corriere della Sera”, nel libro “Cose di Cosa Nostra” pubblicato nel 2000. Per la cronaca,  Cesare Mori, operò a Castelvetrano da commissario di polizia dal 1904 al 1914 ed a Trapani e Palermo da prefetto dal 1924 al 1928, anno in cui nacque Francesco. Salvatore Giuliano morì nel 1950.

 

Negli anni immediatamente successivi Francesco, figlio di Salvatore e padre di Matteo – si legge in un “Memoriale” della Federazione del PCI  di Trapani consegnato alla Commissione parlamentare antimafia della sesta legislatura (1972-1976) – risulta implicato in fatti assai eclatanti: varata la Riforma Agraria, «all'ombra della legge per la formazione della piccola proprietà contadina si perpetra in provincia la truffa colossale a danno dei lavoratori e lo sfacciato illecito arricchimento dei mafiosi».  Nella zona di Castelvetrano, per la vendita dell'ex feudo “Campana” «si mobilita un nutrito nugolo  di mafiosi, tra i più noti della zona» che comprende, oltre al nostro personaggio, persino un affermato notaio. A un certo punto, però, si scatenano «furibondi odi» per la «divisione dei frutti», per cui «il gruppo diviso e in mortale contrasto» passa «dalle vendite della terra alla propria autoeliminazione con la lupara». Fra i sopravvissuti, il vecchio Francesco Messina Denaro che  andrà avanti lungo il solco tracciato diventando componente della commissione regionale di Cosa Nostra e, malgrado tutto, rimarrà alle dipendenze dei D'Alì fino al 1988, quando si dà alla latitanza, lieto di aver assicurato un tranquillo avvenire al figlio Salvatore junior, fatto assumere alla Banca Sicula di proprietà dei D'Alì e di lasciare lo scettro al prediletto Matteo, all'anagrafe agricoltore, che percorrerà una folgorante carriera criminale: già nel febbraio dell'89 è denunciato a piede libero per associazione mafiosa; nel ‘91 incassa dall'INPS quattro milioni come indennità di disoccupazione: ad averli pagati era stato Pietro D'Alì, fratello del senatore Antonio (“Narcomafie”, V.2007);  nel ‘93 partecipa alla strategia stragista nel Centronord  e per farla franca diventa uccel di bosco. «Nel 1994 – ha raccontato agli inquirenti il “pentito” Vincenzo Sinacori – Matteo dette l'ordine di votare Forza Italia».  E quell'anno, nella lista per il Senato, si sa, c'era un solo candidato.

 

I gabelloti di Paceco - Se le cose sono andate così,  per dirla col poeta,  oggi a Trapani ci sarebbe  «qualcosa si nuovo, anzi d'antico» , perché – c'è scritto nel citato memoriale agli atti dell'Antimafia – anche nei passati decenni, in provincia, si notava un' «atmosfera impregnata della collusione fra forze politiche e mafia». Ma, «a differenza delle altre province occidentali della Sicilia, nel Trapanese la mafia non è arroccata unicamente alla Democrazia Cristiana, ma segue l'orientamento dei grossi interessi economici e sociali che serve e da cui trae profitto nella sua intermediazione tra patronato e lavoratori». Gli esempi non mancano ed il primo si riveIa illuminante: «I gabelloti dell'agrario D'Alì, grossi nomi della mafia di Paceco, seguono le piste politiche del loro protetto e protettore».

 

Calunnia destituita di fondamento? Gli interessati sono ormai morti. Se però se si va in piazza a Paceco e si chiede un parere sulle dichiarazioni fatte dal senatore in televisione la risposta delle memorie storiche è unanime: «Sùlu Francesco Messina Denaro a Castelvetrano? Ma quànnu mai? Pùru ccà i gabelloti  dei D'Alì eranu capimafia: basta pinsàri a Cicciu D'Angelo, chiamatu “Cicciarèddru”, nnò feudu “Tamburellara”; a Vito Sucameli, ntìsu “Nasca”, nnò feudu “Bellingeri” e ai loro gregàri». Solo dipendenti? «E pùru influenti!» precisa un omino che si regge sul bastone. In che senso? «Unu di chissi fici “pùnciri” puru a sò figghiu: parìa chi cuntava menu, ma so frati si mpustàu a Banca Sicula, e u postu passàu in eredità a un figghiu. Ci finìu mègghiu di Salvatore Messina Denaro, figghiu di Cicciu e frati di Matteo: l'arrestaru pi mafia e fu scuppàtu fòra».

 

Come prima, più di prima - Ma non c'è solo questo. «Un niputi di “Cicciareddru” e fràti di mafiusu – dice un altro - trasìu à Banca del Popolo e fu puru sindacu di Paceca. E quando le autorità lo hanno interpellato sulla reputazione di Girolamo Marino, detto “Mommu ù nànu”, iènnaru di “Nasca” e capomafia dopu a iddru, c'arrispunnìu:”E' una persona rispettabilissima”. Ecco qua, l'hanno scritto anche in una rivista nazionale». E mostra la fotocopia dell'articolo di “Panorama” del 22.6.1981. Il nome del sindaco? Giuseppe D'Angelo.

 

Nelle stesse pagine ci sono nomi del Gotha mafioso trapanese del momento, tra i quali campeggiano quelli dei Minore (uno dei quali, Antonino, secondo quanto scrive Caruso, fu impiegato dai D'Alì nella tenuta di Contrada Bianca) e dei Marino, ma anche notizie sui finanziamenti della Regione e della Cee a certe aziende del settore vinicolo,  lo stesso nel quale sono oggi in corso inchieste e processi per truffe a carico di rampolli della “Marino dinasty” – due dei quali incriminati anche per triplice omicidio commesso a Brescia - e dei loro finora “presunti” complici. Secondo qualcuno, i finanziamenti arrivavano attraverso “parlatine” di politici. E, guarda caso, il presidente di una delle società sequestrate è fratello di un ex candidato sindaco del centro destra.

 

Qualcuno ne sa qualcosa? 

 

Enzo Guidotto

di Gianluca Fiusco

 

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