TARONDO : " I TRAPANESI NON S'INDIGNANO E COSA NOSTRA VA A NOZZE "

di  Nicola Rinaudo  


   

"Non sapete indignarvi. A Trapani, come a Marsala; a Paceco, come a Valderice; a Castellammare, come ad Alcamo; a Castelvetrano, come a Salemi. Il punto di partenza è questo. Le istituzioni esistono perché esistono i cittadini. Pretendere solo manifestazioni di coraggio è riduttivo. Ci devono essere, a tutela e garanzia della gente, anche le condizioni. Fra queste, la serietà degli apparati dello Stato.

 

Ma questa è solo una conseguenza. La premessa è, appunto, la capacità della gente di arrabbiarsi, di costringere i rappresentanti istituzionali al confronto continuo. A rispondere, presente! Sempre".

 

Il Tarondo - pensiero, inteso come Andrea, magistrato, nato a Bologna 43 anni fa, da 11 anni Sostituto Procuratore a Trapani, non fa sconti a nessuno. Neppure a se stesso.

 

Oggi - riprende - la figura del giudice - eroe, quello che da solo, contro tutti, va in guerra, a farsi ammazzare, non esiste più. C'è solo il lavoro di squadra. Il gruppo buono (lo Stato) che fronteggia il gruppo cattivo (Cosa Nostra). C'è la memoria storica di questa Procura, ma non solo. C'è un patrimonio di conoscenze che va continuamente alimentato, preziosa eredità per chi verrà dopo".

 

L'esternazione ha tutto il sapore di un "passo d'addio"…

 

"Non lo so. Forse. In più occasioni - afferma il giudice felsineo - ho chiesto ed ottenuto il trasferimento nella sede che avevo scelto. Tutte le volte, però, all'ultimo istante, ci ho ripensato. Lascerei in asso un sacco di roba. Pensate che sia una pazzia?".

 

A fare il tifo per un trasferimento di Andrea Tarondo, com'è noto, c'è la mafia che, attraverso la complicità di altri poteri forti (la politica, a quanto pare), avrebbe tentato di materializzare non solo il trasloco del giudice, ma anche quello del capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares.

 

"Non posso negarlo. Il tentativo, elegante, studiato a tavolino, c'è stato. C'è ancora. Probabilmente, grazie anche ai nostri moderni mezzi d'investigazione, siamo riusciti ad arrivare prima di loro. Ma non è detto che sia sempre così. E' dura. Durissima".

 

Già, con l'aggravante d'imprevisti che di sicuro "infastidiscono" l'antipatico mestiere del servitore dello Stato. La vicenda del Maresciallo dei carabinieri, Giuseppe Ronzino, capo della squadra di polizia giudiziaria presso la Procura di Trapani, accusato di concussione, rappresenta una singolare coincidenza.

 

"Per noi - incalza Tarando - è un fatto assolutamente doloroso. Non soltanto sotto il profilo umano. Indubbiamente ha rallentato il nostro lavoro investigativo (Ronzino è stato destinato ad un altro incarico, ndr); sappiamo, tuttavia, che simili tentativi di delegittimazione ci possono piovere addosso in qualunque momento. Mi auguro che in breve tempo si chiarisca ogni cosa. Di più non posso dire".

 

Mastica indignazione il dott. Tarondo. Si vede ad occhio nudo. Fa fatica, un'enorme fatica, a trattenere dentro di sé tutto quello che vorrebbe dire ma che, per ordini superiori (il giro di vite imposto dal Consiglio Superiore della Magistratura, dopo il caso De Magistris, ndr), non può essere detto. Lavorare in silenzio. Più di prima. Senza eccessi di confidenza a quei rompiscatole di giornalisti.

 

Proviamo a stuzzicarlo, allora, sulla politica, sul senatore Antonio D'Alì: sulla Coppa America, sull'autorità portuale, sulla ricetta antimafia propinata recentemente, in edizione nazionale, dal Presidente della Provincia Regionale di Trapani. Niente da fare. Tarondo, risponde soltanto con un laconico "non ho niente da dire".

 

Ritorniamo al punto di partenza. Alla gente. Ai trapanesi che non sanno indignarsi ma che, improvvisamente, chiedono ed ottengono, attraverso le associazioni che hanno promosso l'iniziativa, la riapertura delle indagini sull'omicidio di Mauro Rostagno.

 

"È, al di là di possibili strumentalizzazioni, un segnale positivo. Non m'illudo più di tanto - asserisce Tarondo - ma questa curiosità, questa sete di sapere, così manifestata, merita delle risposte. Le stesse che, ad esempio, meriterebbero gli omicidi dei giudici Ciaccio Montalto, Giacomelli. Le stesse risposte che meriterebbe la strage di Pizzolungo".

 

E a proposito di persone o cose che, comunque, nel bene e nel male, si sono imposte all'attenzione pubblica, il Sostituto Procuratore si sofferma volentieri sul caso dell'ex Prefetto di Trapani, Fulvio Sodano.

 

"Questo tam - tam mediatico, posto in essere da voi giornalisti, è servito a qualcosa. E' servito, principalmente, a chiarire alla gente diversi lati oscuri della vicenda. Sui motivi politici che, ad oggi, impediscono l'attribuzione della cittadinanza onoraria a Sodano, non entro nel merito. Dico che questa comunità (quella trapanese) debba essere rispettosa e, al tempo stesso riconoscente, nei confronti di un funzionario dello Stato che ha lavorato, comunque, per i cittadini.

 

Sotto il profilo più squisitamente tecnico - prosegue Tarondo - credo che a Sodano vada riconosciuta la paternità di una buonissima intuizione, come quella della Calcestruzzi Ericina. Un esperimento pilota che ci ha permesso di operare, con un certo successo, sul versante della confisca dei beni mafiosi. Ci ha permesso di andare oltre la semplice requisizione dell'appartamento o dell'appezzamento di terreno. Ci ha permesso d'iniziare a mettere le mani sui beni produttivi di Cosa Nostra come, appunto, le aziende del calcestruzzo che hanno un incredibile indotto, linfa vitale per l'organizzazione criminale.

 

Siamo riusciti a sequestrarne diverse: a Valderice, a Castellammare, ad Alcamo. Non siamo riusciti, però, a fare altrettanto nella zona del castelvetranese.

 

Ora, detto, in tutta onestà, paradossale per quanto possa sembrare, la confisca del bene mafioso, non è mai un'acquisizione definitiva. Se non si riesce a controllare un'impresa mafiosa, dunque, è più conveniente distruggerla. Tanto meglio se in ballo non ci sono posti di lavoro vero ma, come spesso riscontriamo, solo prestanome e fiancheggiatori, ovvero lavoratori fantasma.

 

La forza di Cosa Nostra - rileva Tarondo - risiede nella salda unità d'intenti con gli altri poteri deviati. Cambiano i reggenti, ma la continuità d'azione resta sempre al suo posto. A sorreggere tutto e tutti. E le vicende della Calcestruzzi Ericina, ma non solo quelle, sono esempi tangibili".

 

La storia mafiosa di questa Provincia è, nella sua globalità, una storia di "primo livello". Una storia con un filo conduttore…

 

"Si, un filo conduttore - osserva Tarondo - zeppo di fatti e circostanze apparentemente, ma solo apparentemente, inspiegabili. Un filo conduttore invisibile, per la gente. Forse, alla base, c'è anche un difetto di comunicazione che, in percentuale, può essere imputato a chi, da queste parti, si occupa d'informazione. In percentuale - ribadisco - perché il difetto di comunicazione giunge anche dalla magistratura, anche dalle forze dell'ordine, anche dalle istituzioni tutte. E allora tutti, ciascuno per il proprio ruolo, abbiamo il dovere ed il diritto di scavare meglio e di più; per sapere e far sapere; per conoscere e far conoscere".

 

Il presente ci informa che il nuovo capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, riesce a mantenere uno stato d'incredibile equilibrio fra i poteri occulti. Il collante, appunto, è la bramosia di potere che accomuna mafia, politica, massoneria, pezzi deviati dello Stato. Lo strumento è la capacità, oltretutto assai discreta, che costoro hanno d'infiltrarsi nei palazzi istituzionali, condizionandone in maniera più o meno evidente l'operato.

 

"Credo - riprende Tarando - che anche sotto questo aspetto stia cambiando qualcosa. Di colpi a Cosa Nostra ne abbiamo assestati. E' vero, ne abbiamo anche ricevuti e continuiamo a riceverne. Ma qualche piccolo passo in avanti è stato fatto. Diciamolo pure. Altrimenti, qui, che ci stiamo a fare!

I tempi in cui i boss passeggiavano tranquillamente per le vie delle proprie città, sono finiti.

 

E questo vale anche per Matteo Messina Denaro. Chiaro?".

 

Nicola Rinaudo

di Gianluca Fiusco

 

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