IL SONDAGGIO

Se si parla di mafia, i trapanesi vanno in crisi

di  Francesco Paolo D'Amico


Di mafia è meglio parlarne o non parlarne?

E il danno d'immagine lo creano le inchieste giornalistiche o l'atteggiamento sfuggente, talvolta persino aggressivo, dei politici. Dei nostri rappresentanti istituzionali?

Il 30% degli intervistati (uomini e donne di età compresa fra i 18 e i 65 anni), di fronte alle nostre domande, è fuggito via.

Un altro 30% ha preferito astenersi da ogni commento, perché non ha seguito personalmente, ad esempio, la vicenda Sodano.

Solo la restante parte si è espressa. Ecco, nel dettaglio, il contenuto delle risposte.

Gianluca Bravi, 20 anni, studente - “Parlarne non può far altro che bene. L' omertà è grande ma bisogna a tutti i costi cercare di sconfiggerla, altrimenti si sottovaluta il problema. Secondo alcuni miei amici la mafia è finita con Provenzano e Riina. Niente di più sbagliato.

Se un'inchiesta giornalistica affronta il tema della mafia, non ci si può aspettare di vedere le bellezze paesaggistiche della città. L'atteggiamento degli intervistati sicuramente non ha fornito una bella immagine della città”.

Giulia Lo Monaco, 19 anni, studentessa - “Parlare, ma anche agire. La gente, secondo me, è stanca di parole e ha bisogno di certezze da parte delle istituzioni.

I giornalisti svolgono il proprio dovere. Gli intervistati dimostrano la loro pochezza e cosi agendo anche la loro implicazione. Se aggrediscono o scappano hanno di certo qualcosa da nascondere”.

Francesco Paolo Maiorana, 28 anni studente - “E' giusto parlare di Mafia, cancro sociale ancora ramificato nel nostro Paese. Tenere alta l'attenzione su un problema così grave sicuramente aiuta.

Il giornalismo d'inchiesta, se svolto con professionalità e imparzialità è un contributo importante alla legalità”.

Marco Mezzani, 20 anni, studente - “Conosco poco il fenomeno mafioso. Probabilmente perché non se ne parla abbastanza.

Non è vero che i giornalisti, quando parlano di mafia, mettono in risalto solo gli aspetti negativi. Cercano anche l'evento positivo, come l'intervista al Prefetto Sodano. Per il resto, se non vuoi chiarire ammetti di esserci dentro. E sono proprio queste le  persone che danno una cattiva immagine”.

Rosa Di Girolamo, 40 anni, casalinga - “Se ne parla solo il singolo cittadino non serve a niente. Lo Stato deve ricordarsi, ogni giorno, che la Mafia esiste.

Ho visto la trasmissione di Santoro e più che un reportage mi è sembrata una sceneggiata. D'Ali ha fatto molto per la nostra città. Non dimentichiamolo!”.

Elio Barbera, 34 anni, dottore commercialista - “La lotta alla mafia è una questione che non deve essere delegata soltanto agli organi inquirenti e giudicanti. Riguarda l'intera collettività. Pertanto, i cittadini hanno il diritto di essere informati nei limiti e nel rispetto dei principi democratici.

Sicuramente l'atteggiamento omertoso dei soggetti che si sono rifiutati di rispondere ai quesiti dei giornalisti è sintomatico dell'immagine di una città che viene identificata dai molti «tout court» con la mafia”.

Antonella Ballotta, 36 anni, commerciante - “Il silenzio, da solo, è sinonimo di Mafia. La realtà, specie se scomoda, va affrontata con vigore. Fuggire, è solo un atto di pura vigliaccheria. Un sottrarsi alle proprie responsabilità”.

Gioacchino Parrinello, 60 anni , pensionato - “Parlarne o non parlarne non è fondamentale. Lo Stato deve tutelarci!

Tutti i soggetti politici hanno il dovere di farci sapere tutto. Il loro primo dovere è la trasparenza”.

Bice Genovese,  31 anni, impiegata co.co.pro - “Parlarne sempre e comunque, ma correttamente. L'informazione fuorviante, crea solo ignoranza.

Il vero danno, non solo d'immagine, lo crea senza dubbio chi fugge. Vuol dire che ha qualcosa da nascondere. Il giornalismo d'inchiesta è utile, perché riesce ad aprire gli occhi alla gente”.

Katia Ingoglia, 29 anni, avvocato -“L' unica strategia per combattere la mafia, sdradicandola dal territorio, è quella di agire.

Un uomo delle istituzioni come il sen. D'Alì, che sfugge alle domande, che si sottrae alla richiesta di chiarimenti, in una situazione - oserei dire - «normale», non dà certamente un'immagine positiva della città”.

Raimonda Grimaudo, 33 anni, psicologa - “Più si parla di mafia, più si possono modificare le «premesse mafiose». La conoscenza è il punto di partenza.

Il danno all'immagine della città è quello che la mafia crea e se questo vuol dire essere oggetto di un servizio d'inchiesta non è certo colpa dei giornalisti, ma di chi vive nell'ambiguità delle proprie idee e del proprio agire”.

Nicola Rinaudo

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