L'AUTOGOAL DI D'ALI. IN FORZA ITALIA LE CONNIVENZE SBAGLIATE

di  Enzo Guidotto 


      Senza i meccanismi di distorsione del mercato pilotati da mafia, camorra, ndrangheta e “sacra corona unita” – è stata nel marzo del 2003 la conclusione di una ricerca del CENSIS – negli ultimi tempi il Meridione avrebbe potuto creare almeno 100.000 posti di lavoro in più l'anno.

Qual è allora la strategia più efficace per debellare la “piovra” che altera la legge della libera concorrenza, inquina il sistema economico condizionandone lo sviluppo ed impedisce di ridurre, un po' ovunque e nel Trapanese in particolare, il livello della disoccupazione, soprattutto giovanile?

«Si è ormai da tempo acquisita la consapevolezza che profondi riassetti sono avvenuti nel versante dell'economia e della finanza criminali», per cui «l'obiettivo di migliorare le condizioni di competitività economica non può prescindere dalla scelta di contribuire alla rimozione di un fattore di ostacolo alla crescita, qual è quello della criminalità. Gli investimenti “legali” della mafia si sono allargati e differenziati, subendo soprattutto una mutazione di forma: la “classica” impresa mafiosa del clan familiare è quasi scomparsa. Più diffusa è l'impresa o l'attività gestita da prestanomi non appartenenti più esclusivamente all'entourage del boss; ancora più preoccupante è l'inserimento massiccio ed anonimo dei capitali mafiosi nell'economia legale. In tale contesto, di essenziale importanza risulta individuare e colpire le diverse forme di investimento e di occultamento dei capitali mafiosi» attraverso «una strategia di aggressione ai patrimoni di origine illecita».

Cemento e appalti - Fra le attività che destano maggiore preoccupazione, quelle legate al «ciclo del cemento» che costituisce una delle principali risorse su cui si basa l'economia e il potere dei sodalizi mafiosi tradizionali. Nelle aree ad alta incidenza mafiosa, lo specifico settore rappresenta l'interesse strategico delle associazioni criminali che tendenzialmente esercitano in regime di monopolio l'attività estrattiva e la produzione del calcestruzzo». Ma il più delle volte, i manovratori del settore alimentano anche i fenomeni dell'abusivismo edilizio e dell' «l'infiltrazione nel sistema degli appalti» che rappresenta «uno dei principali canali di “inquinamento” della pubblica amministrazione» e determina «notevoli diminuzioni patrimoniali alle finanze dello Stato e degli enti territoriali, arreca grave pregiudizio all'economia nazionale e locale – in particolare sviluppando concorrenza sleale e penetrazione in realtà imprenditoriali sane – e crea le condizioni per il controllo economico del territorio da parte dei gruppi criminali».

In base a quanto già scritto sull'argomento con riferimento alla situazione trapanese, il lettore è portato a pensare che questi concetti siano stati espressi dal Prefetto Fulvio Sodano all'epoca in cui dedicava la massima attenzione alla confisca dei beni dei mafiosi e al salvataggio della Calcestruzzi Ericina.

 E invece no: si tratta di “brani di prosa” tratti dal rapporto su “Lo stato della sicurezza in Italia” dell'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, presentato solennemente in Parlamento il 15 agosto 2003.

Madornale contraddizione - E allora diventa legittimo un interrogativo: come mai lo stesso ministro, un mese prima, quando era alle prese con la preparazione di questo documento di ben 148 pagine che si presume esprima sinceramente le sue profonde convinzioni, con un provvedimento tanto improvviso quanto ingiustificato – peraltro privo di motivazione - aveva deciso di trasferire  da Trapani quel Prefetto zelante che più e meglio di tanti

altri si era distinto proprio in quel versante che di fatto rappresenta  il vero tallone d'Achille di Cosa Nostra?

La risposta non è mai stata data nemmeno al diretto interessato. Più che legittima, quindi, la reazione. «Come Le è noto – gli ha scritto il dottor Sodano dopo il blitz del novembre del 2005 – gli uomini della Squadra Mobile di Trapani, egregiamente guidati dal dottor Giuseppe Linares, hanno decapitato la famiglia mafiosa della città, arrestando il capomafia Ciccio Pace, cinque imprenditori e denunciato un funzionario dell'Agenzia del Demanio (Francesco Nasca, ndr) connivente con la mafia. L'operazione prende le mosse dalla “Calcestruzzi Ericina”, azienda confiscata dallo Stato al boss Vincenzo Virga. Il merito della stessa è stato attribuito allo scrivente che da un lato ha sventato il tentativo di Cosa Nostra di riappropriarsi del bene tramite compiacenti prestanome e dall'altro ha consentito all'azienda di sopravvivere dignitosamente facendole ottenere, a dispetto di tutti, cospicue commesse. L'operazione ha avuto vasta eco sui media sia locali che nazionali e a me sono pervenute tantissime attestazioni di stima, vicinanza e incoraggiamento anche e soprattutto dalla gente comune, quella gente che spesso viene etichettata come connivente e omertosa».

Silenzi assordanti - «Per la verità – ha rilevato il Prefetto – mi sarei aspettato qualcosa di simile dalla mia Amministrazione e da Lei, Signor Ministro, così prodigo di complimenti alle Forze dell'Ordine ogni qual volta portano a termine operazioni che escono dall'ordinario. Invece niente, nemmeno una telefonata,una pacca sulle spalle, solo imbarazzanti e imbarazzati silenzi che a volte sanno essere più assordanti dei più fragorosi rumori. A ben riflettere, il mio premio l'ho avuto: un bel trasferimento.  Ciononostante, sono contento lo stesso perché, come anche sa, questa terra vive di messaggi non scritti e fin quando la “Ericina” darà lavoro onesto ai dipendenti, lo Stato avrà vinto una battaglia importante contro l'antistato».

Sapeva o no il Ministro che a Trapani il mercato del calcestruzzo era controllato dalla cosca imprenditorialmafiosa che faceva capo prima a Virga e poi a Pace? O non lo sapeva perché il senatore del collegio non l'aveva reso edotto per evitare di offuscare l'immagine della città e di far brutta figura col “superiore”? L'ipotesi sembra assumere consistenza alla luce  delle argomentazioni addotte in seno al Consiglio Provinciale del 9 ottobre da D'Alì – e da tanti vassalli, valvassori, valvassini e ruffiani del potente di turno – per censurare  la trasmissione “Anno Zero” che in verità ha illustrato benissimo le situazioni affrontate. D'altra parte, la parola mafia, secondo una ipotesi molto attendibile deriva dall'arabo “maf” che significa “tener nascosto”.

Un favore alla mafia - Quale il particolare più suggestivo emerso in televisione? «A un certo punto – ha chiesto l'intervistatore al Prefetto, seduto su una sedia a rotelle e impossibilitato a parlare per motivi di salute - la trasferiscono perché stava diventando invadente, rompeva le scatole, era un rompi…? ». Passa qualche secondo e il prefetto scrive «Si!». «Lei è convinto che se c'è qualcuno che ha cercato di mandarla via da Trapani questo qualcuno ha un nome e cognome ed è Antonio D'Alì?». Sodano abbassa la testa, per dare una risposta positiva, confermando quanto aveva precisato nella lettera al ministro: invece di congratularsi per quello che facevo, «il Suo Sottosegretario D'Alì ebbe testualmente a dirmi: “Ma che combina! Mi dicono che col suo aiuto all'Ericina sta alterando il libero mercato”. Si rende conto» che è stato «fatto un grosso favore alla mafia che voleva l'allontanamento di un Prefetto che dava veramente fastidio all'organizzazione?».

La frase, letta durante la trasmissione dalla moglie, ha lasciato di stucco l'opinione pubblica nazionale trasformando il “Caso Sodano” in “Caso D'Alì”: capovolgendo la diagnosi ineccepibile del ministro, il sottosegretario, paradossalmente, attribuiva la responsabilità dei meccanismi di distorsione non alla mafia ma al Prefetto. E quel «mi dicono» a chi si riferiva? Si possono conoscere i nomi di fiosi «i telefoni consegnavano anche un tam-tam sotterraneo che preannunciava il trasferimento del prefetto» che «in  effetti venne trasferito».

quanti gli manifestavano le critiche ? In proposito, su “La Stampa” di Torino Francesco La Licata ha scritto che in quel periodo  nelle conversazioni tra mafiosi «i telefoni consegnavano anche un tam-tam sotterraneo che preannunciava il trasferimento del Prefetto» che «in  effetti venne trasferito».

Di certo si sa che un mafioso della zona, intercettato tempo fa mentre parlava al telefono con un imprenditore, diceva  che il senatore, oltre ad essere con  Matteo Messina Denaro «come fratelli», aveva ottenuto il cinquanta per cento dei voti da Vincenzo Virga e company. Secondo gli inquirenti l'Alestra  voleva dire che il senatore «non poteva prescindere dall'intrattenere contatti con lo stesso capomafia» lasciando intendere sarcasticamente che «non aveva peso politico del tutto autonomo» con frasi come questa: «Ah, ma chi ca…è il senatore D'Alì?».

Verità o millanteria? Per il senatore le chiacchiere del boss loquace sono vecchie calunnie prive di fondamento. E' però fin troppo noto che i mafiosi, dopo la scomparsa di “Sicilia Libera”, espressione di Cosa Nostra e presente anche a Trapani, hanno fatto votare soprattutto per Forza Italia. Risulta, ad esempio, che a Paceco la prima sezione dello stesso partito, situata nella centralissima Via Amendola, fu creata da Peppe Maiorana, “u prufissuri”, condannato per mafia con sentenza della Cassazione.

Consiglio a vuoto - Perché D'Alì non ha mai voluto cogliere l'occasione per chiarire tutto in modo esauriente? Un esplicito consiglio al riguardo glielo avevo mandato per interposta persona. Esattamente alle ore 17.30, del 17 maggio scorso, all'aeroporto di Birgi vedo un vecchio conoscente di quarant'anni fa, esponente di Forza Italia. Il discorso cade sulla politica e io vado al dunque: perché il tuo amico senatore non spiega una volta per tutte la verità su quanto gli viene attribuito? Se non si fida della stampa che ritiene nemica potrebbe rivolgersi a quella amica: basterebbe un articolo o un'intervista a “Il Giornale”, che giornalmente dedica una pagina intera a un personaggio illustre.

Consiglio provinciale -  Nel dibattito svoltosi alla Provincia, il senatore si è guardato bene dal mettere il dito nella piaga fino in fondo. «E' chiaro che non gli conveniva» è stato il parere di tanti. Si è limitato a dire di essere «rammaricato ed amareggiato di alcune riprese televisive» ed ha cercato di difendersi facendo ricorso ad argomentazioni fuorvianti: l'interessamento per l'incipiente malattia del Prefetto Sodano e il compiacimento per l'attività svolta dal Prefetto Finazzo che «ha prodotto in tema di criminalità organizzata risultati assolutamente lodevoli». Primo punto: ma lui faceva il sottosegretario o il medico? E chi l'ha detto che lo svolgimento dello stesso incarico, ma ex novo, ad Agrigento sarebbe stato per Sodano più riposante o comunque meno gravoso di quello esercitato a Trapani? Secondo punto: chi può escludere che rimanendo a Trapani Sodano avrebbe potuto conseguire risultati uguali o migliori, data la singolare esperienza maturata in loco? E poi, siamo obiettivi, i successi delle forze dell'ordine dipendono dalla Prefettura o dalla bravura di funzionari e agenti coordinati dalla Procura? E con l'infiltrazione degli imprenditori arrestati per mafia nelle forniture per i controllatissimi lavori in vista dell'America's Cup come la mettiamo?

Bisogna dare però atto al senatore che verso la fine del suo intervento ha riconosciuto in modo esplicito – sia pure diluendo il concetto in ipotesi evanescenti e panoramiche dai contorni sfumati con un'abilità oratoria non comune - che la sua «parte» politica ( Forza Italia, ndr.) possa aver avuto, oltre a «disattenzioni», delle «connivenze sbagliate». E quali sarebbero quelle giuste? La parola “connivenza”, senza aggettivi, ha di per sé un significato tutt'altro che lusinghiero: secondo il vocabolario della Zanichelli curato da Edigeo vuol dire «assistere passivamente, o dando il proprio consenso, a un atto disonesto che si potrebbe impedire».

Io non mi intendo di sport, ma sembra proprio che su questo particolare si sia verificato, più che un calcio di rigore da parte di Anno Zero, un autentico autogoal del Senatore. E siccome la partita è molto seria non è escluso che fra non molto, una copia della trasmissione – già acquisita dal Viminale, dove però i capi di Gabinetto sono sempre quelli di Pisanu e di D'Alì -  balzerà all'attenzione del Quirinale.

Enzo Guidotto

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