SIGNORE, POLITICO E POETA

di  Gianni Vento 


   

I lettori si saranno certamente accorti - o non se ne saranno accorti affatto - che da oltre un anno, e forse più, io ho interrotto la mia collaborazione con questo giornale e ciò, oltre che per dedicarmi più attentamente alla stesura dei miei “Quaderni”, anche e soprattutto per il fatto che sono diventato vecchio e pieno di acciacchi e, da tempo ormai, penso di “tirare i remi in barca”.

 

Ma la richiesta di un articolo a mia firma che servisse a ricordare ai lettori di EXTRA la figura dell'Amico perduto, non poteva rimanere inascoltata.

 

Che volete che vi dica di Dino Grammatico che i trapanesi non sappiano già: volete che vi parli dell'insegnante, del giornalista,  del politico, dello scrittore? Oppure del poeta?

 

Non farei altro che riprendere, di fatto, tutto quanto è stato scritto su di Lui nelle settimane scorse, a mò di necrologio. Potrei rifarmi anche ai contenuti della mirabile orazione pronunciata dal rappresentante del Governo Siciliano, onorevole Lo Porto, che per decenni gli fu vicino nel comune, coraggioso e proficuo impegno politico.

 

Tutto ciò è cronaca che mi auguro diventi storia. Sempre che la storia venga scritta da storici veri interessati a tramandare ai posteri la cronaca dei tempi trascorsi e non dai soliti improvvisatori o manichini dei politicanti di turno, il cui compito è, spesso, quello di distorcere, di travisarla, la storia!

 

Un giornalista trapanese, nel corso di una trasmissione televisiva dedicata alla figura dell'onorevole Grammatico, ha detto: “Siamo qui non per ricordarlo, Dino Grammatico, ma per non dimenticarlo”.

 

E la memoria in questa città, la città del sale, la città delle regate, la città che si stende dolcemente dalle propaggini della montagna di Erice giù giù fino al mare, la memoria è corta! Mi auguro fermamente che stavolta non sia così e il nostro grande concittadino venga onorato nel tempo come ha realmente meritato.

 

*  *  *

 

Io, qui, voglio parlare brevemente dell'Amico, dell'uomo che mi ritenne degno della sua considerazione e che mi onorò della sua amicizia.

 

Non del politico con la sua trentennale attività di deputato all'Assemblea Regionale Siciliana.

 

Non del Sindaco di Custonaci che fece di un borgo una cittadina fiorente, industre ed operosa. E nemmeno dell'eminente parlamentare che alla fine degli anni '60 partecipò, esponendosi in prima persona, a quella rivoluzione del sistema politico allora imperante, rivoluzione che si pensò potesse essere una vera e propria nuova primavera siciliana: scossone che tanto fece sognare le nostre popolazioni.

 

*  *  *

 

Dino lo conobbi nel lontano 1947. Lui era appena uscito dal carcere di San Francesco, io ero tornato da qualche mese nella mia città, reduce del campo di concentramento di Monza e della galera di san Vittore.

 

Avevamo ingenuamente pensato, entrambi, che la Patria costituisse un inestimabile valore per tutti ed invece eravamo rimasti veramente in pochi a crederlo. E pagammo per questo!

 

Signore nel senso più letterale della parola, uomo onesto e assolutamente credibile in un mondo dove la credibilità è diventata merce rarissima, Dino meritò il rispetto degli avversari e rispettò egli stesso, il prossimo, più di se stesso.

 

*  *  *

 

In questi ultimi anni avevamo preso l'abitudine di incontrarci la domenica, “al solito posto” - diceva lui.

 

Compravamo i giornali nell'“Edicola” di via  Fardella  e prendevamo il caffé sempre allo stesso bar. Poi una lunga passeggiata, discorrendo degli avvenimenti del giorno e tanto di politica, di quella di oggi - naturalmente - che raffrontavamo con quella di ieri, evitando quasi per un tacito accordo di parlare di quella che noi prevedevamo, nell'intimo, potrebbe essere la politica di domani.

 

L'ultima domenica ci lasciammo con l'impegno di rivederci all'indomani alla Cartogram, dove lui faceva stampare i suoi libri ed io i miei Quaderni.

 

Poi non lo rividi più, il caro Dino.

 

Dinanzi agli occhi resta ancora un caleidoscopio confuso di immagini: la sontuosa sala del Palazzo dei Normanni dove il Governo aveva disposto la camera ardente e poi la piccola chiesa di San Giuseppe alle Fontanelle, quasi accanto a casa sua, e i discorsi, le orazioni, le celebrazioni… l'addio.

 

*  *  *

 

Ora penso con tristezza a quelle che saranno le prossime domeniche, se ce ne saranno ancora e per quanto tempo; penso al caffé del mattino centellinato insieme a lui in quel bar di via Fardella, sempre tra le undici e le undici e mezza: una abitudine che era diventata quasi una cerimonia, un appuntamento al quale nessuno dei due avrebbe mai rinunciato.

 

E le lunghe conversazioni sugli avvenimenti del giorno, commentando le notizie riportate dai giornali, parlando ancora e sempre di politica e le poesie che mi faceva, talora, leggere in anteprima chiedendomene uno spassionato giudizio.

 

Questa, fra le altre, la più bella, a mio avviso; un tratto che è certo l'espressione di un suo tormento interiore, altamente simbolico e significativo: “Muoio/ perché non ho più radici/ - disse il grande albero/ schiantato/ dai colpi d'accetta del boscaiolo/ alla base/ del tronco./ E sembra una favola antica”.

  Gianni Vento

di Gianluca Fiusco

 

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