TUTTI GLI EREDI DELLO ZIO "BINNU"
di  Francesco Paolo D'Amico 


Con l’arresto effettuato nelle campagne di Corleone lo scorso 11 aprile, si conclude l’interminabile latitanza ,durata oltre 40 anni, del boss più pericoloso e ricercato di tutti i tempi, Bernardo Provenzano .

Il boss corleonese era irreperibile  dal 9 maggio del 1963, data che segna l'ennesimo agguato della faida fra la cosca di Luciano Liggio, di cui faceva parte, e quella del dottore Michele Navarra; di Provenzano non restava che una foto segnaletica scattata nel lontano 18 settembre 1959.

Invisibile dentro la sua terra,  solo con il suo io, immerso dentro la luce di una luna connivente  e di un tetto di stelle  raggianti complici da sempre : questa e’stata anche la sua latitanza , dentro notti in cui solo la certezza del potere scaldavano l’animo del capo di cosa nostra. 

 Una vita dentro il sistema “mafia” da  quando, picciotto, chiamato “Binnu” per gli amici, sparava come un diavolo così feroce, sadico e belluino tanto da essere soprannominato,u viddanu” o “u tratturi”, ma fino a dopo le stragi Falcone-Borsellino , quando da l’ ormai divenuto “zio Binnu”  trapelera’ una identità  di   ragioniere , professore , insomma di vero regista  di un’altra mafia, trasversale a quella ufficiale, su cui i pentiti  hanno saputo svelare ben poco. Una mafia tutto business, avvezza ad infiltrazioni politiche e doppiopetto, silenziosa e presente integralmente , ma così abile da ufficializzarsi assente dentro una società sterile di contenuti propizi a sconfiggerla. 

Al suo arresto, il capomafia, era inerme,  armato  dei suoi segreti,  presenti e passati, segreti sui delitti eccellenti,  segreti sulle complicità, segreti che hanno caratterizzato la sua infinita latitanza.

Secondo i giornalisti Salvo Palazzolo e Ernesto Oliva, autori del libro "Bernardo Provenzano, il ragioniere di Cosa nostra"  (Rubbettino editore), le talpe, dentro i palazzi delle istituzioni, che hanno protetto la latitanza di Bernardo Provenzano ,sono sette. E almeno cinque volte, negli ultimi dieci anni, il capo di Cosa nostra è riuscito a sfuggire alla cattura. Questo è il capitolo più segreto che impegna i magistrati della Procura di Palermo, infatti sono ben due le indagini sulle talpe istituzionali; un'altra, alla Procura di Caltanissetta, è stata chiusa per l'impossibilità di andare avanti: nel giugno 1992, pochi giorni dopo la strage Falcone, uno dei manager più fidati del padrino, Calogero Calà, telefonò a un ufficio di segreteria del Viminale. E non si è mai scoperto il nome dell'interlocutore romano e il motivo della chiamata.

 Nel  covo di Corleone sono stati trovati circa 350 messaggi. I cosiddetti pizzini, fogli scritti a macchina da scrivere, piegati e arrotolati in piccole dimensioni, in modo che i postini della mafia potessero nosconderli durante il trasporto.

Dieci, di questi, sono stati scritti al capomafia da Matteo Messina Denaro,  latitante da tredici anni e tra i possibili successori del boss. In alcuni di questi pizzini, Messina Denaro si lamenta con Provenzano perché la classe politica non sostiene Cosa Nostra. Non si fanno nomi, ma l’allusione è a ciò che la mafia si aspettava dallo Stato: dalla modifica del 41 bis che regola la detenzione in carcere all’abolizione legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni della piovra.

 La domanda a questo punto è di rito : chi sostituirà Bernardo Provenzano?

 In pole position alla candidatura,  troviamo proprio il numero 2 di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, nato il 26/04/1962 a Castelvetrano (TP). E’ ricercato dal 1993, per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto e altro;

Passato da playboy, amante delle auto veloci, degli orologi Rolex,  , è stato ritenuto il responsabile delle bombe del 1993 a Roma (l' attentato a Maurizio Costanzo e a San Giorgio al Velabro), Firenze (l' autobomba in via degli Uffizi) e Milano (l' esplosione di via Palestro). Bombe che hanno provocato dieci morti, 95 feriti e danni miliardari al patrimonio artistico del paese. Ma non solo, e’ accusato , infatti, della morte del boss di Alcamo , Antonino Milazzo e di aver strangolato la fidanzata di quest’ultimo , incinta di tre mesi . La sua ultima foto, di circa ventanni fa, mette in risalto un giovanotto con occhiali a goccia ,  elegante con un aria da gentleman distinto. Ma in realtà, solo per ferocia e spietatezza .

 Ma un ruolo di primo piano, confermato anche dall'ultima relazione della Dia inviata al Parlamento nel novembre scorso, potrebbe averlo Salvatore Lo Piccolo, 63 anni, latitante dal 1983, e'  capo del mandamento di San Lorenzo, borgata di antica  tradizione mafiosa, cuore guizzante di Cosa Nostra. Secondo gli inquirenti in questi ultimi anni,  sarebbe diventato il piu' stretto collaboratore di Provenzano nel controllo degli affari illeciti , in particolare nel campo del racket delle estorsioni.

 Nella lista entrerebbe  a far parte anche Sandro Lo Piccolo , 31 anni , figlio di Salvatore, ricercato dal 1998 per omicidio, per associazione mafiosa, estorsione, condannato all’ ergastolo: in fin dei conti un  curriculum di tutto rispetto per un giovane  appena trentenne.

Altri aspiranti a capo di Cosa Nostra, potrebbero essere Giuseppe Falsone , trentaseienne di Campobello di Licata (AG), proveniente da una famiglia di tradizione mafiose, ricercato dal 1999 per associazione mafiosa, omicidio e traffico internazionale di sostanze stupefacenti,  o Maurizio Di Gati  trentanovenne di Racalmuto (AG) che da giovane apprendista barbiere, per vendicare la morte del fratello, ucciso dai killer della stidda , a venticinque diventa uomo d’onore. E’ ricercato dal 1999 per omicidio , associazione mafiosa e truffa  .

Si aprirà ora una nuova fase di guerra per conquistare la leadership mafiosa ?

Gli inquirenti credono proprio di si; essi temono proprio l'esplosione di una nuova guerra tra cosche per il controllo dei vertici dell'organizzazione.

 E noi come pesci  dentro un acquario, con acqua sporca che sa di urina, tanto da non riuscire a distinguere più la puzza, continuiamo a  saziarci con mangime d’ arrogante quotidianeità mafiosa; vediamo solo dentro , ogni tanto fuori , ma solo immagini uniformi con curiosità così affascinante  da farci sottomettere ; il capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares, in un intervista di qualche tempo fa  al nostro giornale , affermo’:” i trapanesi non sono altro che persone affrancate da metodi e sistemi risalenti all'età del Feudalesimo. Persone abituate ad obbedire. Solo ad obbedire". Solo la cultura e il confronto  non restano che le speranze utili a farci scoprire, almeno , l’odore del mare. 

Francesco Paolo D'Amico

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