MAFIA," INIZINO I PARTITI A FARE PIAZZA PULITA "
di  Enzo Guidotto 


Castelfranco Veneto (TV) - «La polizia - ha dichiarato in una recente intervista al Corriere della Sera il filosofo siracusano Manlio Sgalambro - può arrestare la mafia. Sconfiggerla mai!». Ed ha pienamente ragione perché la mafia non è mai stata un semplice problema di polizia, ma una complessa questione di pulizia che ha sempre coinvolto società, economia, politica e istituzioni. Oggi, però, la “malapianta” si presenta più viva e vegeta che mai a causa di quell'affievolimento del senso dell'etica che negli ultimi tempi ha fatto spostare la lancetta della “bussola dei valori” in una precisa direzione: quella che sembra invitare a dare sfogo ad alcune latenti ansie fuorvianti diffuse un po' dappertutto. Quali le principali? La bramosia di ricchezza e la sete di potere. Succede così che quanti si lasciano prendere dal gioco nel quale i due desideri si intrecciano e si realizzano, tendono a darsi una mano, imitando entro certi limiti la logica ed i metodi dei mafiosi, con i quali entrano idealmente in sintonia. Ed è proprio con l'ingresso in questa spirale perversa che tanta gente, più che disprezzo, arriva a manifestare nei confronti degli “uomini del disonore” quell'attenzione, quel rispetto e quel consenso che nei casi più gravi degenerano in vere e proprie forme di collaborazione per uno scopo comune: far soldi o ottenere voti a tutti i costi.

“Fàri pìcciuli e cumannàri” -  Basta pensare, tanto per fare qualche esempio, alle vicende che hanno avuto come protagonisti persino ex parlamentari nazionali e nazionali del trapanese che a quanto pare, pur essendo da tempo…“sotto pressione”, non hanno perso l'“appeal” e probabilmente continuano in qualche misura a tirare le fila in certi settori - appalti e sanità in particolare - grazie alla compiacenza di chi sa e tace ed alla disponibilità di politici ed amministratori di alto livello, dipendenti pubblici, portaborse e professionisti spregiudicati che, aderendo alla “logica delle tangenti”, spalancano la porta delle istituzioni alla mafia.

Stando così le cose è chiaro che, per essere risolutiva, la lotta alla mafia non può continuare ad essere delegata esclusivamente alle forze dell'ordine e alla magistratura: le retate, i processi e le condanne possono portare al superamento di qualsiasi forma di criminalità organizzata, ma non di quelle di tipo mafioso che operano in contesti ambientali caratterizzati da preoccupanti forme di inquinamento sociale.

Visione globale del problema - Cosa bisogna fare allora? L' unica soluzione è quella di partire da una “visione globale” del fenomeno per poi predisporre ed attuare un “progetto globale” capace non soltanto di sferrare un colpo decisivo alla “piovra”, per neutralizzarne sia i centri nevralgici che i tentacoli che si snodano dappertutto, ma anche di prosciugare il liquido di coltura che le  garantisce alimento e forza. 

Andiamo con ordine per rendere chiara l'idea. La “piovra” ha tre gruppi di tentacoli: con il primo alimenta l'economia mafiosa basata sull'acquisizione, il riciclaggio e l'investimento nell'economia legale di capitali di origine illecita; con il secondo tiene i collegamenti con i pubblici poteri, soprattutto nel campo politico ed amministrativo; con il terzo stritola quanti ostacolano i primi due.

La “piovra” invisibile - L'assenza, negli ultimi tempi, di omicidi e stragi ai danni di rappresentanti dello Stato non significa quindi che la mafia sia scomparsa: ha solo messo a riposo i tentacoli della violenza mafiosa per non dare all'occhio, non farsi notare, cercare di farsi dimenticare. La “piovra”, insomma, si è soltanto resa invisibile, è andata in immersione, si è inabissata e si guarda bene dal manifestarsi con fatti eclatanti onde evitare un inasprimento dell'azione di contrasto analoga a quella verificatasi nei primi anni '90.

La sua strategia di fondo rimane però quella di realizzare affari sporchi e coltivare amicizie altolocate facendo leva sulla presenza nella società, nell'economia, nella politica e nelle istituzioni di quel liquido di coltura che va identificato nella diffusa tendenza a far tutto quello che si vuole con la pretesa di non rendere conto a nessuno.

La “cultura mafiosa” - Tendenza, in sintesi, all'arbitrio ed all'impunità che il cardinale Salvatore Pappalardo chiama “cultura mafiosa”. La sua definizione? «E' clientelismo e favoritismo insieme, è sentirsi sicuri perché protetti da un amico o da un gruppo di persone che contano; è pretesa di fare a meno della legge e di poterla impunemente violare. Simili atteggiamenti  non si riscontrano solo in individui o gruppi caratterialmente delinquenti ma anche in tanti che con il loro abituale comportamento arrogante e pretenzioso si dimostrano culturalmente mafiosi anche se ostentano una rispettabilità sociale».

Un “progetto globale” - Data la complessità della questione, dunque, l'unica via da seguire per debellare definitivamente la “piovra” e ridurre gradualmente questo suo liquido vitale non può essere che l'adozione di un “progetto globale” da mettere in pratica lungo quattro versanti con un'azione congiunta delle pubbliche istituzioni e della società civile.

Lungo il versante della prevenzione e della repressione un'azione efficace è possibile a condizione che ci sia un costante adeguamento delle leggi, degli organici e dei mezzi della magistratura, delle forze dell'ordine, dell' amministrazione finanziaria e degli organismi che vigilano sul settore del credito e sulle società commerciali.

Lungo il versante dello sviluppo economico e del progresso sociale bisogna favorire la crescita del Meridione risolvendo  l'annoso problema della disoccupazione che rappresenta la maggiore riserva di manovalanza per le organizzazioni malavitose. Un obiettivo, questo, raggiungibile con una seria politica di incentivazione e di oculato controllo dei finanziamenti e degli appalti pubblici- anche da parte dei sindacati -  per salvaguardare e sostenere l'economia sana minacciata dall'invadenza della mafia imprenditrice e finanziaria.

Lungo il versante politico, amministrativo e giudiziario basterebbe seguire le indicazioni fornite da Giampiero D'Alia, dell'UDC, recentemente nominato sottosegretario al Ministero dell'Interno, in occasione, nell'autunno dello scorso anno, della missione della Commissione parlamentare antimafia a Trapani. «E' necessario isolare ogni forma di infiltrazione e di condizionamento mafioso delle istituzioni. Tutti i partiti, a cominciare dal mio, devono compiere un atto di coraggio e fare piazza pulita. Occorre una svolta per evitare la totale disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni».

Lungo il versante culturale ed educativo occorre infine perseguire il duplice obiettivo di far capire a tutti la  dimensione vera e la reale pericolosità del  potere mafioso e della cultura mafiosa e di favorire al tempo stesso una presa di coscienza sempre più profonda sul ruolo del “popolo sovrano” in uno Stato autenticamente democratico : un ruolo di vigilanza e di stimolo nei confronti di quanti operano all'interno delle competenti istituzioni perché si adoperino con tempestività e determinazione nei tre precedenti settori e contribuiscano all'eliminazione delle logiche clientelari che hanno minato alla base il nostro sistema rappresentativo.

Il compito di operare in questo campo - all'insegna del motto “la conoscenza crea coscienza” -  spetta alla Chiesa, alla Scuola, ai sindacati, agli Enti locali ed alle associazioni ed ai gruppi di impegno civico.

Enzo Guidotto

Pres. Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso

 

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