MAFIA E APPALTI, COMUNE E PROVINCIA PARTI CIVILI ?
di Enzo Guidotto
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«Prufissuri mèu, comu sèmu?». Il mio interlocutore della conversazione riportata sul numero di aprile-maggio ogni tanto si va vivo e, commentando fatti e situazioni, offre spunti di riflessione sempre più interessanti. L'ultima volta era euforico. «Giovanni Burgarella sinn'acchianàu: un sùlu cunsigghièri, ma puru cavalèri del lavoro. E fa pùru rima». Due belle soddisfazioni! «Iddru sì chi si lu miritàva! Inveci u prisirenti e u segretariu di l'industriali stù cavalieràtu ci lu vulìanu fari avìri ò vecchiu Vitu Mannina. Senza mai Dìu! Quànnu ci fìciru sta proposta al prefetto Sodano era presente pùru u fìgghiu, chi poi finìu galera pi mafia! Ma u prefettu capìu l'antifona: parlari cu Enzu Mannina era comu parlàri cu Cicciu Pace e assicutàu a tutti». E fu un'ottima intuizione. Bene così.
Pellegrino: “leone”? - «E bonu fìci puru
Birrittella a cantarisìlla. Ma a verità la rissi tutta?». Ne ha detto
tanta, ma chi di dovere può sempre approfondire. «Certu chi a Pellegrinu
ci li scattiàu a duvìri». I fatti sono
“Accùra!” - «Aràciu però, picchì a Paceca un si sàpi mai. Ma Lei un si scanta?» Di chi e di cosa? «Virìssi chi prima ancora Vàrtulu era sociu di Cicciarèddru D'Angelo, u vecchiu capumafia: marmi a San Vito, assegni stani …». Quello fu il suo “peccato originale” e le vicende dell'appartamento di Palermo, dell'invito a stare attenti a “sbirri” e “nfami” e i contatti con Francesco Pace sembrerebbero confermare una certa inclinazione. «Cicciarèddru mòrsi e Paci è a San Giuliano. Ma a Paceca ci su àutri chi hannu “amici”. Quannu arristaru pi mafia o sò segretariu particolare Franco Orlando, lu sostituìu Mimmetto Coppola, figghiu e frati di mafiusi, tutti cumpàri e figghiòzzi - d'anèddru e di San Giuvanni - di Mommu “u nanu”. Chissu s'intrufulìa a tutti banni e iddru sulu u sapi picchì sinni vulìa iri nall'ufficiu da Regione a Roma». Se è così bisognerebbe tornare sull'argomento. «Prima lu fa e mègghiu è». Mah! E' meglio farlo, come si suol dire, “à squagghiàta ra nivi”: quando si tende a dimenticare è opportuno rinfrescare la memoria. Tanto più che l'inchiesta va avanti e credo che ne sentiremo di tutti i colori. «Infatti ìddri, dopu i sò articoli, aggianniàru: pari chi cci pigghiàu l'itterìzzia». E Lei mi sembra che sia diventato un po' cattivello. «Scusassi! Ma iò sugnu andreottianu…». Aih! Questa non me l'aspettavo. «Ma no, chi capìu? Lu sàcciu chi u jmmurùtu è filibustiere e unn'è veru chi fu assòltu. Ma lei un mi fici finìri: jò vulìa riri chi sùgnu andreottianu filosoficamente». E in base a quale filosofia? «Chiddra chi dici: a pinsàri màli di l'autri si fa piccàtu, ma spissu s'annuvìna». Beh, questo può anche esser vero, ma Andreotti è sempre Andreotti: partecipava a incontri con mafiosi. «E allura, “u jmmurùtu ra so via u so jmmu un su virìa”.
Una bella serenata - «Cci pozzu cunfissàri nàtru piccatu?». In pensieri, opere o omissioni? «Intenzioni!». Dica. «Jò a ssì Ruggirello ci vulissi priparari na canzuna». Una serenata? «A più voci, registrata e mannàta. Sàpi quali? Chiddra di Caterina Caselli. Jò cantassi “la verità vi fa male, lo so”; e l' autri, in coro : “nessuno ci può giudicare, nemmeno tu …”». Certo che Lei parla in dialetto, ma è proprio “finu”! «Vuole che parlo in italiano?». No, no, a me piace così. Altrimenti, stando qui in Veneto, con chi parlo in siciliano?
«Ma mi livassi n'àtra curiusità: lei è giornalista patentàtu?». No. «Allura hannu raggiùni i Ruggirello?». Si e no. Scrivo per passione. Ma sostenere, come fanno loro, che quello che scrivono i non “patentati” non è accettabile rivela scarsa sensibilità democratica. «Allura jò, democraticamente, pozzu sapìri comu finìu col caso Sodano-D'Alì? Anche picchì cci su nuvità. Liggìvi chi u prefetto Sodano ha ricevuto tanti onori. Invèci, ccà … E ntìsi puru chi na vota, pi fari finìri i sciàrri tra D'Alì e Nino Croce, si misi nmèzzu o misiru nmezzu a Cicciu Pace».
Onori a Sodano - E' vero. In maggio il
prefetto ha ricevuto la
Pace tra D'Alì e Croce - L'altra questione è emersa in un processo: anni fa, in occasione dei contrasti nati all'interno di Forza Italia tra Antonio D'Alì e il consigliere regionale Nino Croce, il capomafia Francesco Pace aveva incaricato Tommaso Coppola di Valderice di convincere in tutti i modi Nino Croce «ad astenersi dal criticare D'Alì». «Questa crisi ci preoccupa» gli diceva, perchè «Croce parla troppo», «fallo stare zitto». Insomma, una delega intimidatoria volta a produrre assoggettamento ed omertà. Non si capisce il motivo della contesa ma, se le cose sono andate così, un capomafia si sarebbe interessato di problemi interni di partito favorendo, di fatto, la posizione di D'Alì, sottosegretario di Stato all'Interno. La cosa è di una gravità estrema, ma non sembra che il senatore si sia mai pronunciato in proposito. Non si rende conto che così facendo crea spazio alle dicerie.
«Ma sti particolari c'entrano col
trasferimento di Sodano?». Non saprei. Pare però che fu D'Alì a
insistere a più riprese col ministro Pisanu, il quale, alla fine,
cedendo al pressing asfissiante, avrebbe fatto il “favore” al compagno
di partito. «Compagno? E chi era comunista u senatùri?
Il mònito di Cesare Mori - Mori era in buona fede e fu preso in giro proprio perchè conosceva bene la situazione ed aveva idee chiare sul da farsi: commissario di polizia a Castelvetrano nei primi del 900 e prefetto di Trapani nel '24 prima di andare a Palermo, era convinto che la mafia non si poteva estirpare sin dalle radici più profonde solo con l'azione repressiva: occorre – sosteneva – rendere la gente libera dal bisogno, far pulizia nei “palazzi” e promuovere «insurrezione di coscienza, rivolta di spiriti, azione di popolo» in modo tale da «far sentire alla mafia una spinta propulsiva ambientale». Per fare questo – spiegava – chi ha potere deve «dare ai timidi, ai delusi, agli scoraggiati, fede in sé stessi, nelle proprie energie, nelle proprie capacità, nel proprio diritto» e soprattutto «portare seco la popolazione e impegnarla direttamente nella lotta, impersonando a sé l'azione» all'insegna del motto «verba movent, exempla trahunt»: le parole possono far muovere, ma sono gli esempi che attirano e trascinano. Un monito, questo, che dovrebbe far riflettere D'Alì, ma anche Fazio, perché entrambi, pur avendo la possibilità di far leva sulla maggioranza dei cittadini, si limitano a dichiarazioni fredde - e tutto sommato d'obbligo – solo all'indomani dei blitz, lusinghieri non per chi li commenta ma per chi li attua; poi però neutralizzano le stesse censurando non chi ha fatto le magagne in campo politico, amministrativo e burocratico, ma quanti cercano di spiegare bene come stanno le cose per dovere professionale. E c'è anche chi vorrebbe mandarli in … “soggiorno obbligato”.
«Allura, praticamente, ch' avìssiru a fari p'addimustràri chi su veramenti cuntràri à mafia?». Quanto meno far costituire Provincia e Comune parti civili nei processi contro boss mafiosi e politici, amministratori e burocrati complici, i veri soggetti che condizionano lo sviluppo economico e deturpano l'immagine del Trapanese. Altrove è avvenuto ed avviene. Se a Trapani non avverrà, la gente perbene sarà portata a sospettare che dietro le quinte “gatta ci cova”. Staremo a vedere, amico mio! Grazie per gli spunti e a risentirci!
Enzo Guidotto di Gianluca Fiusco |
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