RUGGIRELLO, IL CARABINIERE CHE DIVENTO' BANCHIERE

di  Enzo Guidotto  


   

Una ventina di anni fa ebbi il piacere di conoscere un personaggio straordinario: faceva l'imprenditore da una vita, veniva dalla gavetta, ma era prima di tutto un uomo di grande cultura: il commendator Gino Isoli. Abitava a Fontaniva, nel Padovano, dove avevo organizzato un convegno sul tema “Mafia, problema nazionale” in collaborazione con l'Amministrazione comunale. L'assessore all'Istruzione, gli aveva raccomandato di non mancare e, visto che non era venuto, fece di tutto per presentarmelo il giorno dopo. Motivo? Sapeva ero stato a lungo in questa provincia e Gino Isoli era uno dei tanti operatori economici veneti sequestrati da malavitosi che avevano deciso di avviare la trattativa per il rilascio attraverso un numero telefonico di Trapani. La scelta dei banditi, attivi tra il Lazio e la Lombardia, era servita soltanto per depistare e non aveva nulla a che vedere con la Sicilia e la mafia, ma quel particolare che riguardava Trapani favorì una interessante conversazione. Inevitabile il racconto del rapimento. «Vede?», mi disse mostrandomi una foto-fiction inserita in un suo libro che ricostruisce la vicenda. «Mi hanno preso così: ero appena uscito in macchina dall'azienda e vedo un tizio che fa l'autostop. Mi fermo e arrivano gli altri».

 

“Caleidoscopio” di “egregie cose” - Mi regalò quello ed altri suoi  volumi tra cui “Caleidoscopio”, una raccolta di proverbi, massime e detti vari nella quale si possono attingere preziosi spunti di riflessione, specialmente sul bene e il male. «Lei che di certe cose se ne intende – mi chiese poi - immagina perché quegli scellerati mi tesero quel tranello?». Non saprei. «Sapevano che sono sempre stato buono e generoso con tutti. Ho dato lavoro a tanti padri di famiglia provenienti anche dal Sud. Erano sicuri che mi sarei fermato subito».

 

Nei giorni scorsi, sfogliando per l'ennesima volta “Caleidoscopio”, sono stato colpito da  frasi che  avevo già sottolineato a … futura memoria.  Qualche esempio? «La causa cattiva peggiora col volerla difendere», «Non si può essere buoni a metà». La più significativa per l'occasione? «I giovani hanno il dono dell'oblìo, i vecchi quello di ricordare». E quando si è “in itinere” si cominciano ad avvertire i primi sintomi. Sarà per questo che certi fatti - sui quali scrivo volentieri sia commenti pepati che doverose precisazioni - mi fanno venire in mente  vicende del passato ormai lontano che saltan fuori come le ciliegie dal paniere. Il guaio è che qualcuno è convinto che il mio, più che un dono, sia un “vizio”. E chi non ne ha? Ma Gino Isoli, uomo con grande esperienza di vita, mi ha illuminato anche su questo.  «Bisogna far conoscere la verità, non occultarla: il male che si nasconde sembra maggiore» mi disse l'ultima volta che lo vidi . E mi sembrava di sentire Leonardo Sciascia, quanto diceva che «l'intellettuale deve pungere, non ungere».

 

Il “vizio” della memoria - Conobbi Giuseppe Ruggirello circa cinquant'anni fa, quando era brigadiere dei Carabinieri. Lo guardavo con ammirazione perché portava con eleganza una divisa che mi era familiare. Eravamo quasi coetanei e ricordo che veniva spesso a Paceco perché era fidanzato con Anna, bravissima ragazza, sorella di un mio compagno di scuola, Angelo. Erano “fìgghi du ngignèri Ferlito”, originario di Catania come mio padre, ma di tutt'altre idee: in gioventù era stato agente della milizia fascista, mentre mio padre, da carabiniere in servizio a Padova, avendo collaborato con i partigiani, nel 1944 era stato arrestato da un drappello di nazifascisti e deportato in Germania dove rimase rinchiuso in campo di concentramento per un anno. Anche dopo essere andato in pensione, da presidente della sezione di Paceco dell'Associazione Nazionale Carabinieri, fu considerato da tanti che sapevano ma non volevano apparire, un punto di riferimento per fornire spunti investigativi che regolarmente passava a Trapani a chi di dovere. Sbirro? No! Servitore dello Stato. “Carabiniere per un giorno, carabiniere per tutta la vita”, per lui, non fu un semplice motto. Onore e gloria! Il mio orgoglio più grande? Quello che avverto quando da amici, parenti e conoscenti mi sento dire «tàli pàtri, tàli fìgghiu!».

 

Giuseppe Ruggirello, invece, preferì abbondare alla svelta l'Arma per darsi agli affari e io, un po' alla volta, attraverso i giornali, ho avuto modo di seguire varie tappe delle sue molteplici attività caratterizzate da frequenti passi falsi che lo portarono ad avventure economiche sfociate spesso in disavventure giudiziarie.

 

Sempre assolto? Pace all'anima sua! Comunque sia, una cosa è certa: nel numero scorso non ho scritto che nel 1972 fu inquisito per mafia: l'articolo 416 bis sarebbe stato introdotto nel codice penale soltanto dieci anni dopo. Mancava l'epilogo delle vicende che lo videro protagonista? E' vero. Cattiveria? Macchè! Non era un saggio scientifico di storiografia giudiziaria ma un articolo che, come questo,  affrontava delle questioni con un approccio prettamente etico, cioè basato su principi e valori morali  largamente condivisi in tutto il pianeta. Peccherei però di ipocrisia se facessi a meno di far notare che certe toghe d'altri tempi – soprattutto quelle con incarichi bancari senza il preventivo assenso del CSM -  erano ben lontane dal rigore dei magistrati  di oggi. “Cù hàvi pìcciuli e amicizzia va ncùlu a la giustizzia” dice del resto il proverbio che esprime lo stesso concetto di quella “cultura mafiosa” che, secondo il compianto cardinale Salvatore Pappalardo, «è clientelismo e favoritismo insieme, è sentirsi sicuri perchè protetti da un amico o da un gruppo di persone che contano; è pretesa di fare a meno della legge e di poterla impunemente violare. Simili atteggiamenti  non si riscontrano solo in individui o gruppi caratterialmente delinquenti ma anche in tanti che con il loro abituale comportamento arrogante e pretenzioso si dimostrano culturalmente mafiosi anche se ostentano una rispettabilità sociale».

 

Dalle strade alle banche – Sugli argomenti trattati l'altra volta, notizie di fonte attendibile si trovano, senza scomodare gli archivisti dell'Antimafia, anche su internet. Quelle già riportate erano di Claudio Fava, giornalista professionista come il padre Pippo, vittima della mafia. Buon sangue non mente! E allora perché tanta meraviglia?  Nella grigia panoramica  rientrano anche la costruzione di certe strade appaltate dalla Provincia con vecchi pilotaggi all'ombra del sempreverde  Bartolomeo Pellegrino, e il tentativo di scalare, prima ancora dell' Industriale, la Banca Popolare assieme ai tristemente famosi Minore, capimafia eccellenti.  

 

L'unico punto del mio ultimo articolo rimasto privo di obiezioni è quello del miliardo fatto recapitare da Giuseppe Ruggirello all'amico Bartolomeo Pellegrino durante la campagna elettorale del 1991: non si trattava di un miliardo, ma di un miliardo e cento milioni  e, per la consegna delle relative mazzette,  uno dei “corrieri”, sia pure di piccolo cabotaggio, era stato proprio Paolo Ruggirello. Evidentemente ai miei critici non conveniva toccare questo tasto, avendone valutato l'effetto boomerang.

 

Stili di vita – La loro lettera mi è giunta assieme alla pubblicazione del Ministero della Pubblica Istruzione in cui si parla di educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia. Bisogna  offrire «agli studenti – si legge nel testo -  l' opportunità per sottrarsi a stili di vita mafiosi, spesso esaltati da personaggi di film, fiction e all'influenza di altri fattori che hanno una certa presa sul mondo giovanile: cassette audio con canzonette inneggianti alla 'ndrangheta,  magliette con le scritte “Mafia made in Italy” o con foto di vecchi boss come Al Capone o con immagini del film “Il Padrino”».

 

E siccome alla stesura di quel paragrafo ho fornito un contributo non indifferente, per analogia estensiva, paragone alla lontana o parallelismo teorico che dir si voglia, mi permetto di rilevare che la stessa opportunità si pone relativamente ai modelli di comportamento poco esemplari assunti da soggetti ai quali vengono intitolati fondazioni  e memorial. Certe iniziative devono servire a valorizzare soltanto personaggi che si sono distinti per aver operato nel sociale, in economia e in politica, in modo del tutto ineccepibile, tale – per dirla col poeta - da … “accendere  l'animo a egregie cose”.

 

La fondazione e i memorial dedicati al fu Giuseppe Ruggirello sarebbero frutto dell'intenzione dei figli di ricordarne le «qualità morali» e il «rapporto meraviglioso» avuto con lui? Beh, una cosa sono  gli affetti, sentimenti prettamente personali, che rientrano nella sfera familiare e quindi privata; ben altra cosa la memoria che si offre al pubblico – persino con depliant di propaganda elettorale - con la pretesa di accreditare un'immagine fatta solo di luci e di contestare chi mette in evidenza anche certe ombre. Ogni individuo è al tempo stesso una persona, un cittadino, un lavoratore. Uno può essere eccellente come padre di famiglia  ma può non essere tale negli altri campi. Nemmeno la santità è perfezione! E poi certe cose le dicono anche i figli di Ciancimino, Riina e Provenzano! Di conseguenza, ostinarsi a dare ad intendere che l'interessato rimase puro sempre e in tutti i campi, compreso l'economico e il civico, potrebbe denotare – sempre in termini di accostamento ideale e prescindendo dall'esito di sentenze -  «coscienza e volontà di rendere dichiarazioni difformi dal vero su qualità personali giuridicamente rilevanti» (Cassazione, sentenza n. 7376 su articolo 496 cp, giugno 1980).  In altri termini, la difesa a spada tratta ed a 360 gradi potrebbe assomigliare a una specie di spaccio di moneta parzialmente falsa: buona da una parte, ostentata a più non posso; contraffatta dall'altra, che si cerca di non far vedere. E «il male che si nasconde sembra maggiore»,  diceva Gino Isoli.

 

Il sentire di quale gente? – Ma sembra che il ritornello non piaccia ai Ruggirello. «Il nostro sentire – sostengono - non è lontano dal sentire della nostra gente». Piano con questi discorsi, perché è risaputo che  nel Trapanese, persino la mafia  «continua a  riscuotere consensi tra l'opinione pubblica». Lo ha accertato la Direzione Nazionale Antimafia precisando che tali consensi, «non di rado, si sono concretizzati in comportamenti che hanno assunto contorni di vera e propria connivenza, determinata dalla condivisione dei modelli di vita proposti dall'organizzazione», per cui per tanti «l'adoperarsi in favore di organizzazioni mafiose, o di esponenti di essi, viene avvertito come comportamento dovuto».

 

La seconda fase del procedimento “Mafia e Appalti” conferma queste conclusioni? Chi vivrà vedrà. In tutti i casi,  fatti, reati, assoluzioni, marachelle prescritte o amnistiate descritti nelle carte, nuove o vecchie che siano,  possono sempre passare al vaglio contestualizzante di altri organismi che operano con gli stessi poteri  della magistratura. “Carta canta” dice il proverbio

 

Enzo Guidotto

di Gianluca Fiusco

 

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