L'ABITO NON FA IL...VESCOVO


di Nicola Rinaudo


   

 

Diciamolo pure. E' un "politico" travestito da uomo di Chiesa. Diciamolo pure. È fra i pochi che, ad ogni “uscita pubblica” riesce ancora ad agitare le acque, anche se per sole ventiquattro ore.

 

Francesco Miccichè, Vescovo della Diocesi di Trapani da sei anni (16 marzo 1998, questa la data del suo insediamento ufficiale), è uno che le cose non le manda a dire. "Trapani - dice il numero uno della Chiesa trapanese - è una città sonnolenta, difficile da condurre, dove il senso della paura è diffuso".

 

Il prelato palermitano non perde occasione per punzecchiare una città di provincia, di respiro assai provinciale, della quale egli stesso è parte integrante. "Devo riconoscere - afferma - che alla Chiesa trapanese manca un po' di grinta profetica, cioè la capacità di denunciare le cose".

 

A noi, in verità, quello di denunciare le cose, non sembra un esercizio così complicato. I giovani di questa città, ad esempio, continuano ad essere strumento di ristretti gruppi di potere che incitano i ragazzi a "fare", sostenendo, in taluni casi, iniziative perfettamente inutili. O meglio utili solo a loro (i ristretti gruppi di potere ndr). Poi, infatti, alla prima occasione, presentano il conto. "Se il concetto è inquadrato nella prospettiva del lavoro - ribatte il Vescovo - il giovane che tiene alla sua libertà di pensiero e di azione non ha scelta: deve andare a costruirsi il proprio futuro fuori da questa città. Una città che paga a caro prezzo tutta la sua debolezza economica. Una città dove mancano le forme di aggregazione giovanile. Una città dove c'è mancanza assoluta di vivacità culturale".

 

E dove c'è - aggiungiamo noi - una politica che continua tranquillamente a farsi gli…affari suoi. Che continua ad infischiarsene dei piccoli - grandi problemi della quotidianità. Che guarda, visto che siamo in argomento, ai "dirimpettai dell'altare" solo per ragioni mirate, di personale tornaconto: un notevole bacino di consensi. Ma quali cattolici. Questa è una città di ipocriti e bigotti dove battersi il petto e confessarsi è, paradossalmente, il modo più vigliacco per purificare il proprio spirito e credere di essere assolti dai propri peccati. "E' evidente - riprende Miccichè - che tra l'essere battezzati e l'avere piena coscienza della fede, ci sta una bella differenza. Così come non posso negare che tra Chiesa e Politica, a Trapani, non ci sia un idillio particolare. Ai politici, spesso, manca un pensiero politico. Una precisa volontà di fare le cose solo nell'interesse della comunità".

 

Sorride Miccichè. Appare persino divertito. Il suo, però, sa tanto di pensiero pre confezionato. Un copione già scritto, imparato a memoria. "Questa - commenta - è una città servile. Se non sei d'accordo con chi conta, non conti niente".

 

Già e questa Chiesa, al di là dei suoi Dogmi, con chi va d'accordo, con chi stringe "sante alleanze" per contare così tanto? E pensate davvero che Sua Eccellenza, in carriera, non si sia mai imbattuto in massoni e mafiosi? A denti stretti, pressato dalla nostra insistenza, ci <confessa> "d'avere confessato solo due Massoni". Non aggiunge altri particolari e, da consumato comunicatore, si sposta rapidamente sul tema della speranza, dicendo che "in questa città non mancano i segnali di speranza". Sono i giorni della <<Pastorale>>, con il Vescovo che ogni giorno, dalla mattina alla sera, si reca in visita presso le famiglie dei comuni trapanasi. “Riscontro - dice  un notevole senso della famiglia, unito ad uno straordinario sentimento d'amore per gli anziani”. Quando, però, il suo sguardo incrocia l'imponente orologio di Palazzo Cavarretta (fermo da più di due mesi), s'incupisce. Il Vescovo Francesco Miccichè avrebbe voglia di rimangiarsi ciò che ha appena detto. Non lo fa, ma è come se lo facesse. Il piccolo tratto di strada percorso insieme ci ha riportati esattamente al punto di partenza. E' la fotografia della città. Di una città dove poco si crea e tutto si distrugge. Altro che segnali di speranza per gli uomini di buona volontà…….

di Nicola Rinaudo

 

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