" LA VERITA', VOGLIO SOLO LA VERITA' SU MIO FIGLIO "

di  Nicola Rinaudo 


   

Giuseppe Adragna, padre di Crispino, il ragazzo trapanese deceduto il 15 agosto del 2005, a soli 25 anni, per un tumore al cervello, dopo un calvario di cinque anni, è tornato ad incatenarsi.

 

Lo ha fatto lo scorso 19 gennaio, in via Marconi, di fronte alla parrocchia di San Giuseppe, meglio nota ai trapanesi come la chiesa dei Rosmini.

 

Un'analoga iniziativa Adragna, insieme alla moglie, l'aveva posta in essere il 13 giugno del 2001. I coniugi, in quell'occasione, si erano incatenati di fronte al Comune per protestare contro il sindaco e l'amministrazione comunale che, dopo nove mesi, nicchiavano ancora nel riconoscere un contributo straordinario a sostegno del proprio figlio. "Rino" Adragna, dichiarato il 28 marzo di quello stesso anno dalla Commissione medica per l'accertamento dell'handicap, "persona invalida al 100%" (la malattia esplosa dopo il congedo da soldato di leva in forza alla Marina Militare italiana, lo aveva costretto a subire l'asportazione di un testicolo, ndr) usufruiva di un vitalizio pari a 240,00 euro mensili.

 

"Voglio - afferma Giuseppe Adragna -  con voce alterata da rabbia e dolore, solo la verità su mio figlio. Voglio capire, effettivamente, cosa successe in quella sera di gennaio di quattro anni fra mio figlio e alcuni poliziotti in servizio presso la Squadra Mobile di Trapani, esattamente qui, dove mi sono incatenato. Voglio verità e giustizia".

 

Il 18 gennaio del 2003, Crispino Adragna, mentre viaggiava a bordo di un'auto in compagnia di un amico, veniva fermato da una pattuglia della polizia. Ecco uno stralcio (testuale) della denuncia sporta dal ragazzo a seguito dell'episodio.

"…Mi hanno multato in maniera salata. Ho contestato la multa dicendo agli agenti se potevano ridurmela al minimo non essendo nelle condizioni di pagarla per intero a causa del mio esiguo reddito d'invalido civile al 100%. Credendo che li stessi prendendo in giro (ero notevolmente ingrassato, ma solo a causa dei farmaci che assumevo per contrastare la mia malattia), quei due poliziotti hanno cominciato ad insultarmi, offendendomi pesantemente. Ne è nato un alterco verbale. Sul posto sono arrivate altre pattuglie con altri poliziotti che mi hanno schiaffeggiato, preso a calci ed ammanettato. Solo l'intervento di mia madre che ero riuscito ad avvertire, nel frattempo, tramite telefono, mi ha evitato l'onta dell'arresto. Sono stato costretto, però, a far ricorso alle cure del personale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell'ospedale S. Antonio Abate".

 

Il referto medico stilato dai medici alle 24.20 del 19 gennaio, parla chiaro.

"Il paziente ha riportato una contusione cranica con vomito; presenta una contusione alla mano sinistra e due contusioni escoriate, rispettivamente, al collo del piede destro e sinistro. Si assegnano cinque giorni di prognosi. Rifiuta il ricovero".

 

Diagnosi, questa, ribadita la mattina successiva, nel corso di una visita ambulatoriale effettuata sempre presso il nosocomio trapanese, alla quale Crispino Adragna si era sottoposto per ulteriori accertamenti.

 

Il processo scaturito dal presunto "pestaggio" subito da Crispino, è stato archiviato dal Magistrato dopo il decesso del giovane; anche alla luce della versione (ovviamente, di segno diverso rispetto a quanto denunciato da Crispino) che avrebbero fornito gli esponenti della Polizia di Stato. Nello specifico sarebbero coinvolti, o meglio erano coinvolti, fra ispettori, agenti e assistenti, sei poliziotti.

 

Giuseppe Adragna, però, non intende arrendersi. Ha una promessa "solenne" fatta a suo figlio. Da mantenere a tutti i costi: far risalire a galla la verità.

 

Il processo in corso per il riconoscimento della causa di servizio di Crispino Adragna è ad un punto…morto. Eppure esisterebbe, da qualche parte, il pronuncia-mento di un medico legale che avrebbe messo in stretta correlazione l'insorgere della patologia nell'organismo del ragazzo con quanto da Lui svolto durante il servizio militare. L'arco di tempo espressamente indicato, sarebbe quello relativo ai mesi di permanenza di Crispino presso il centro radar di Pantelleria.

 

Finora, però, ogni tentativo operato da Giuseppe Adragna (e il caso di Crispino, purtroppo, non è il solo, ndr) d'alzare il velo su una verità appena bisbigliata, si è regolarmente infranto contro il famoso e impenetrabile "muro di gomma".

 

Quest'uomo meriterebbe un premio per la sua tenacia. Anche se i momenti di sconforto sono stati e sono, com'è naturale che sia, ricorrenti.

 

"Se queste sono le Istituzioni che ci rappresentano - conclude Giuseppe Adragna - non credo si possa essere ottimisti per il futuro. Siamo in tanti a reclamare la verità sui nostri figli. Sappiamo che non ce li potrà restituire più nessuno. Vogliamo sapere, però, chi ce li ha ammazzati. E in nome della loro memoria lotteremo, con ogni mezzo, fino all'ultimo respiro".

 

 Nicola Rinaudo

di Gianluca Fiusco

 

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