I MAGISTRATI DELLA DNA ACCUSANO,

" MAFIA E OMERTA' DILAGANO NEL TRAPANESE "

di  Enzo Guidotto 


   

Cosa dicono gli osservatori stranieri dell'atteggiamento degli italiani – trapanesi e siciliani compresi, ovviamente – nei confronti del fenomeno mafioso? Una interessante opinione al riguardo ho avuto modo di coglierla all'indomani delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio: Jonstein Tukun, docente di sociologia norvegese in vacanza in Veneto, ospite di un mio vicino di casa, un bel giorno mi chiede: «In Italia quanti sono in tutto i mafiosi?». Con il mio inglese scolastico gli faccio capire che i malviventi non scrivono certi particolari nel questionario che si compila per il censimento, per cui si possono fare soltanto delle stime sulla base dei dati che emergono da inchieste e processi: secondo la Commissione parlamentare antimafia dell'epoca, gli affiliati alle tradizionali mafie meridionali potevano essere circa diciottomila.   «E quelli che, in un modo o nell'altro danno loro una mano?». “Uno, nessuno, centomila” diceva Pirandello. «Un milione sarebbe una cifra eccessiva?» ribatte il mio amico con un fil di voce che tradisce la preoccupazione di urtare la mia suscettibilità “patriottica”. Beh, fai tu – rispondo io – perché tutto è possibile. «E la popolazione italiana?». Sessanta milioni circa. «E allora come mai cinquantanove milioni di persone normali non riescono ad evitare che un milione di persone non normali facciano il bello e il cattivo tempo ai danni di tutti estendendo le loro mire persino all'estero?».

 

La passività dei buoni - Pur abitando nel Paese più a nord del pianeta il mio interlocutore aveva capito bene qual era il nocciolo della questione, sulla quale, in verità, già alla fine dell'  800, aveva fatto una chiara diagnosi un poliziotto scrittore, Antonio Cutrera, nel libro “La mafia e i mafiosi”. «Il male vero - aveva scritto – viene dal fatto che i mafiosi sentono impulsivamente un vigoroso vincolo di solidarietà, sono fortemente organizzati a difesa comune e non rifuggono da alcun mezzo per affermare la loro potenza; mentre la maggioranza, i buoni, non hanno necessità di organizzarsi, ognuno fa come meglio può e sa i fatti suoi, e lascia che altri s'incarichi di formare ed imporre la cosiddetta opinione pubblica».

 

In altre parole voleva dire che fino a quel momento il popolo italiano organizzato in Stato democratico con le varie articolazioni territoriali non aveva saputo o voluto attrezzarsi adeguatamente per estirpare la “malapianta” sin dalle radici più profonde. E a distanza di più di un secolo, sotto questo aspetto,  non si può certo dire che le cose siano cambiate. Anzi! Allora il fenomeno era infatti circoscritto nell'ambito delle quattro province della parte occidentale dell'isola mentre negli ultimi tempi ha assunto una dimensione  mondiale e in Calabria, Campania e Puglia, la situazione è diventata drammatica. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. In Sicilia, la parola d'ordine di Cosa Nostra impone invece agli “uomini del disonore” di non far rumore per evitare di attirare attenzione e continuare a fare affari in sordina e a coltivare amicizie altolocate, alcune delle quali rientrano già in quella che il Procuratore Pietro Grasso considera la nuova “borghesia mafiosa” fatta di burocrati, professionisti, imprenditori e politici che ormai costituiscono la vera cupola dell'organizzazione.

 

Forse per questo, qui da noi  tutto  tace. Anzi, sembra che i politici che rappresentano la maggioranza degli elettori in Municipio e in Provincia  facciano di tutto per dimostrare che ha ragione Marco Travaglio quando scrive che  «il sistema migliore per cancellare i fatti è quello di non parlarne. Niente fatti, solo opinioni. I primi non devono disturbare le seconde». Ma, «senza fatti, si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Con i fatti no». In che senso? Siamo sinceri: chi deturpa l'immagine del Trapanese condizionandone lo sviluppo? La mafia o chi ne denuncia le malefatte e cerca di smascherare contigui, fiancheggiatori, protettori e complici? 

 

Anno Zero avvantaggia la mafia? - Certe reazioni contro Anno Zero sono state sintomatiche. Il senatore D'Alì, nella seduta del Consiglio provinciale del 9 ottobre, ha detto che la trasmissione, che ha offuscato – ovviamente secondo il suo parere - l'immagine del Trapanese potrebbe essere stata frutto di «un articolato disegno in cui si legge un preciso attacco alle dinamiche di sviluppo e di progresso che, in questi ultimi anni, hanno contraddistinto il nostro territorio». Dopo qualche mese, il sindaco Fazio, in un'intervista a Telesud è invece arrivato a sostenere che la trasmissione ha offeso la popolazione, fatta di «gente perbene che non merita di essere penalizzata, come effettivamente viene penalizzata» e che «il fenomeno mafioso da queste trasmissioni  riceve un vantaggio». Ripeto, siamo sinceri: qual era lo scopo della trasmissione? Illustrare le bellezze naturali e gli aspetti positivi della provincia o far conoscere all'opinione pubblica nazionale certe vicende raccapriccianti che hanno avuto riflessi giudiziari di notevole portata?

 

Ma, se le cose stanno effettivamente come pensano, perché entrambi, senatore e sindaco, per demolire pezzo per pezzo i “racconti” di Anno Zero, non hanno pensato di rivolgersi alla stampa e alla televione “amiche” ? Ci sono il quotidiano Il Giornale, Canale Cinque, Rete Quattro, Italia Uno ed altre emittenti appartenenti a una certa parrocchia. Forse qualche tentativo l'hanno fatto, ma il plurinquisito capo di Forza Italia e del Governo ha risposto picche perché, essendo “persona informata sui fatti” trapanesi attraverso atti ufficiali,  si sarà reso conto che una eventuale trasmissione … “riparatrice” avrebbe alimentato ulteriori scomode polemiche con il rischio di far venire a galla una  scottante analisi:  quella che si trova nella relazione del 2005 della Direzione Nazionale Antimafia (DNA), assai più pungente e piccante di quella di minoranza della Commissione parlamentare antimafia, e probabilmente proprio per questo rimasta finora segreta.

 

Le verità della DNA - Cosa c'e scritto?  Il documento è corposo e pone l'imbarazzo della scelta dell'ordine da seguire nel riportare i vari punti. Per un principio di democrazia preferiamo però partire dalla “base”, il “livello” che sorprende di più. Nel Trapanese - rileva infatti la DNA - l'organizzazione mafiosa «continua a  riscuotere consensi tra l'opinione pubblica. Non di rado, detti consensi si sono concretizzati in comportamenti che hanno assunto contorni di vera e propria connivenza, determinata, oltre che da intuibili stati di paura, anche dalla condivisione dei modelli di vita proposti dall'organizzazione», per cui «il proverbiale muro di omertà, ma anche di complicità, che generalmente avviluppa il fenomeno mafioso, in provincia di Trapani, più che altrove, è divenuto uno dei punti di forza della suddetta organizzazione. Ne sono testimonianza anche i diversi procedimenti avviati o conclusi nell'ultimo anno per favoreggiamento di esponenti mafiosi».

 

 «In siffatto contesto ambientale è quasi normale che Matteo Messina Denaro continui a mantenere il suo stato di latitanza, nonostante l'intensa attività di ricerca effettuata nei suoi confronti ormai da molti anni. E' inevitabile che lo stesso deve godere di una così vasta rete di protezione che, oltre ai tanti soggetti organici a Cosa Nostra, direttamente impegnati in un'efficientissima azione di supporto, coinvolge necessariamente anche una pluralità di altri insospettabili individui che, seppur estranei ad ambienti criminali, vivono ed operano in un contesto socio-culturale in cui l'adoperarsi in favore di organizzazioni mafiose, o di esponenti di essi, viene avvertito come comportamento dovuto».

 

«In conseguenza di tale equivoco rapporto di connivenza culturale, in provincia di Trapani Cosa Nostra può contare su una cerchia indefinita di fiancheggiatori che al momento opportuno si mettono a disposizione, fornendo ogni contributo funzionale al perseguimento di specifici obiettivi dell'organizzazione. Questa schiera di soggetti forma la cosiddetta zona grigia di Cosa Nostra, all'interno della quale si materializzano momenti di una realtà sociale multiforme, il cui denominatore comune è rap-presentato dal disconoscimento dell'autorità statale e dalla spontanea compenetrazione dei suoi adepti ai modelli di riferimento proposti da Cosa Nostra, con conseguente convinta adesione a quel particolare tipo di contratto sociale che nasce dai dettami della sottocultura mafiosa».

 

Certi “buoni” sono cattivi - Fatti oggettivamente accertati o valutazioni soggettive discutibili? Su questo punto le affermazioni della DNA sono chiare e nette: «i numerosi provvedimenti restrittivi e le sentenze di condanna emesse anche in quest' ultimo anno (2005) nei confronti di tanti soggetti incensurati del tutto estranei all'organizzazione mafiosa, responsabili di aver svolto all'interno di Cosa Nostra ruoli marginali ma significativi, se non addirittura vitali, per l'esistenza stessa dell'organizzazione, sono una chiara dimostrazione dell'assunto sopra accennato».

 

Stando così le cose, le storture culturali si riflettono inevitabilmente in tutti i settori: dulcis in fundo, nel documento si legge infatti che «la rilevante presenza, nella provincia di Trapani, dell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra, in grado di condizionare pesantemente la realtà sociale, economica ed istituzionale costituisce un dato di fatto ormai accertato e consacrato nelle numerose sentenze emesse negli ultimi anni».  In questo contesto «le indagini svolte in quest'ultimo anno (2005) dalla DDA di Palermo hanno, in più occasioni, confermato le pesanti infiltrazioni mafiose nelle istituzioni pubbliche locali nella provincia di Trapani ed il conseguente controllo mafioso sui pubblici appalti», dove Cosa Nostra emerge «in particolare nella fase di esecuzione dei lavori, non soltanto con la ben nota pressione estorsiva, ma anche con l'imposizione di fornitori vicini all'organizzazione mafiosa». 

 

Mafiosi e politici - Come si spiega tanta capacità di penetrazione? Un fatto è stato ritenuto certo: «ha trovato ulteriore conferma investigativa –  precisa la DIA - il gravissimo ed ormai ben noto fenomeno dei rapporti tra alcuni uomini politici e Cosa Nostra, caratterizzato dal procacciamento di voti in cambio di denaro o di favori di vario genere».

 

Esagerazioni derivanti da una deformante ottica pessimistica? Se così fosse, il sindaco Fazio e il senatore D'Alì, così loquaci, intraprendenti e feroci contro i giornalisti di Anno Zero e  il Prefetto Fulvio Sodano, dovrebbero denunciare anche gli  estensori e i divulgatori di questa relazione – tenuta nascosta chissà perché per più di un anno – per chieder loro il risarcimento dei danni che l'immagine del Trapanese subisce dal  suo contenuto.

 

Ma i danni, in provincia, in Sicilia, nel Sud e nell'intero Paese  li  fanno solo le mafie, non chi le combatte con misure repressive o con l'arma della cultura. Una volta, a  una domanda del genere, Leonardo Sciascia rispose: «E' la realtà che è pessima, non io pessimista!»: una frase veritiera che non possiamo non condividere pienamente su quanto, per dovere di cronaca, abbiamo riferito ai lettori. Ma altri addetti ai lavori avvertiranno lo stesso dovere?

  Enzo Guidotto

di Gianluca Fiusco

 

© 2007 - EXTRA

Inizio pagina