IL SOPRAMMOBILE CHE NON FA ILSOPRAMMOBILE 
di  Nicola Rinaudo 


Il soprammobile che non fa il soprammobile

C'è un sindacalista, follemente innamorato del suo mestiere, ufficialmente destinato ad altro incarico; nella sostanza - come dire -  elegantemente destituito dal ruolo precedentemente svolto per eccesso di risultati positivi.

C'è un sindacato (la CGIL) che, se da un lato dichiara di volere salvaguardare l'incolumità fisica del proprio "compagno", dall'altro confeziona - se pure in assoluta buona fede - un'azione "calmierante" dagli effetti facilmente intuibili.

C'è, al riguardo, il legittimo diritto di replica che si riassume nelle parole di Saverio Piccione, recentemente riconfermato sulla poltrona di segretario generale.

"La scelta di lasciare gli edili, Giovanni Burgarella non l'ha messa in atto da solo, ma insieme a noi. Non è stata determinata - come molti pensano - da fattori esterni. La Fillea è un'organizzazione particolare che ha bisogno di uomini particolari com'è stato Burgarella e chi lo ha preceduto. Adesso, gli è stato affidato un ruolo diverso. Più difficile, perché presuppone maggiore capacità d'elaborazione, più che d'azione. Siamo certi che Giovanni saprà essere all'altezza di questa nuova sfida. Uno come lui non accetterebbe mai di fare il soprammobile".

Ed infatti, c'è l'orgoglio di un uomo che di fare il "soprammobile", aspettando solo d'incassare lo stipendio ogni mese, non ne vuole proprio sapere.

C'è l'idea, allora, per "ammazzare" intelligentemente il tempo anche in una fase d'apparente "carenza operativa": rendere testimonianza della sua ultra trentennale esperienza ai più giovani, ai ragazzi delle scuole siciliane e presto anche a quelli di tutto il resto d'Italia. Sarà un caso, ma fino ad oggi i suoi interventi sono quelli che, sempre e comunque, hanno fatto registrare il picco massimo d'attenzione.

C'è lo stile semplice e, per taluni aspetti, accattivante di un personaggio che non sfigurerebbe neppure di fronte ad un insigne professore di etica nello spiegare, a modo suo, il concetto del senso di dignità. Niente male per uno che si è fermato soltanto alla quinta elementare.

C'è il racconto di una vita movimentata che assomiglia tanto ad una favola a misura di tutti, buona per tutte le stagioni, ma dal finale ancora tutto da scrivere.

C'è tutta l'attenzione della mafia (l'antistato), con i suoi metodi di sempre (una lunga lista di atti intimidatori, tra i quali l'auto bruciata davanti casa, la testa mozzata del cane), nei confronti di un soggetto capace di intaccare la "sacralità" di regole e principi dell'onorata società.

C'è tutto l'imbarazzo delle istituzioni locali (lo Stato) nel gestire una "grana" sempre più grossa: misurarsi con le illuminazioni di un cervello libero, fuori da ogni schema, in grado di tracciare e dimostrare a ripetizione il teorema mafia - affari - politica; di raccontare nei dettagli  l'infiltrazione del potere criminale negli appalti (privati e pubblici); di portare alla luce con denunce nette ed inequivocabili il sommerso, il lavoro nero presente nei cantieri, ma anche la mancanza di controlli in ordine alla sicurezza dei lavoratori all'interno degli stessi.

Tutto questo e molto altro ancora è Giovanni Burgarella, trapanese, 57 anni compiuti lo scorso 7 dicembre, piglio da indomito combattente, figlio di contadini.

C'è l'immagine prima spaesata, poi fiera, di un adolescente di 13 anni che, a seguito della prematura scomparsa del padre, si carica sulle spalle, assieme alla madre, tutto il peso della famiglia. La sua famiglia.

C'è la gioia di un ragazzo che a 18 anni ottiene da parte del suo datore di lavoro (Salvatore Todaro ndr), la sospirata qualifica di muratore e che appena un anno dopo decide di mettersi in proprio.

C'è l'inizio, nel 1973, (nel frattempo è diventato carpentiere specializzato nella lavorazione del ferro) della sua carriera di sindacalista.

C'è in lui un solo pensiero: assicurare la dignità dei suoi compagni di lavoro di fronte ai soprusi dei padroni.

Nel 1980, durante i lavori per la costruzione della diga Baiata a Paceco, (che ancora oggi attende d'entrare in funzione ndr) si rende autore di una clamorosa azione di protesta. Insieme agli altri lavoratori inscena una sorta di sciopero bianco per indurre la ditta a trasportare le maestranze a bordo dei pulmini in dotazione alla stessa e non con l'ausilio di vecchi camion risalenti alla seconda guerra mondiale che, a mala pena, sarebbero in grado di trasportare bestie.

Per questo affronto è sequestrato dai "signorotti" della ditta che aveva in appalto i lavori ma, alla fine vince, ottenendo il riconoscimento di un diritto sacrosanto.

Nel 1986 entra a tempo pieno nei quadri della Fillea CGIL, il sindacato che, in provincia di Trapani, raggruppa i lavoratori delle costruzioni.

Il quinquennio '93/'97 è quello che segna nel trapanese una profonda crisi del settore edile, registrando contestualmente la progressiva scomparsa di tutte quelle imprese che avevano dato lustro, seppur con molte ombre, alla categoria.

La ripresa inizia a materializzarsi nel '98. Essa coincide, però, con l'avvento delle seconde e terze linee, cioè di quelle imprese che praticavano e praticano la cultura del non lavoro.

Nel febbraio del '99 Giovanni Burgarella è eletto segretario generale provinciale della Fillea CGIL.

In sei anni e mezzo, fino alla primavera dello scorso anno, ha rivoltato come un calzino il sindacato. Ha indetto e svolto un numero impressionante d'assemblee di lavoratori rivolgendosi a loro sempre in maniera chiara, chiarissima. Risultato: in poco tempo ha quadruplicato il numero degli iscritti.

Ha avuto, suo malgrado, "incontri ravvicinati" con "picciotti", "capi decina", "capi cosca" locali. Nel 2002 un imprenditore, davanti l'ingresso del sindacato, gli disse in faccia: "nu to lettu un ci mori". (Nel tuo letto non ci muori ndr).

Ha denunciato, alla sua maniera, senza mezze misure, a Magistrati, Prefetti, Questori, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, l'intreccio perverso fra poteri forti.

La risposta dello Stato (che resta ancora insufficiente se rapportata alla caratura delle informazioni ricevute ndr) si è tradotta in questi anni negli arresti, qualcuno eccellente, di politici, mafiosi, imprenditori, burocrati; in una copiosa produzione (cartacea) di solidarietà istituzionale che, ai fini pratici, non è mai servita a nulla e nell'assegnazione di una scorta che, dopo qualche mese, Burgarella ha deciso di restituire al mittente.

Un anno e mezzo fa durante la visita a Trapani della Commissione Nazionale Antimafia, un consulente dell'organismo parlamentare, profondo conoscitore della realtà mafiosa trapanese, avrebbe suggerito al Presidente Centàro di ascoltare, fuori dal programma ufficiale delle audizioni, proprio Burgarella. Centàro (era a sua discrezione ndr) non ha tenuto conto dell'invito.

C'è, in definitiva, un oggettivo disagio nel constatare come questo Stato, attraverso i suoi apparati, continui a non affannarsi troppo di fronte al grido d'allarme lanciato ormai da tempo da chi quotidianamente si batte per liberare dall'illegalità questa città, questa Provincia.

Ma siamo proprio sicuri che a Roma giunga una corretta informazione in merito a ciò che si verifica o meglio, a quello che non accade da queste parti?

Oggi Giovanni Burgarella è seduto (si fa per dire) sulla poltrona di responsabile provinciale trapanese del dipartimento per il settore produttivo della CGIL.

Non ha il "dono" della diplomazia. In compenso ha quello di provocare un certo "scompiglio" ogni volta che apre bocca. E per questo, secondo noi, meriterebbe d'essere ascoltato anche ai "piani superiori".

Due mesi fa la nascita di "Giovanni Jr.", il suo primo nipotino e la candida ammissione di "essersi rincretinito per la troppa felicità".

Grazie a Dio, almeno sotto questo profilo, è un "nonno normale". Come tanti altri.

Nicola Rinaudo

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