MORIRE DI MOBBING 
di  Alberto Fiorino 


Una sorta di sottile “gioco di potere” volto a emarginare una persona nel proprio ambiente lavorativo. Si chiama mobbing, ovvero “terrore psicologico sul posto di lavoro”.

Le forme che può assumere sono molteplici: dalla semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze; dalle continue critiche alla sistematica persecuzione; dall'assegnazione di compiti dequalificanti (il cosiddetto demansionamento) alla compromissione dell'immagine sociale dell'individuo nei confronti di clienti e superiori. Nei casi gravi si può arrivare anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali.

Il mobbing, insomma, è una vera e propria persecuzione che, solitamente, avviene nelle organizzazioni in modo verticale. È, cioè, il capo che con una serie di disposizioni impartite alla vittima individuata, divenuta in qualche modo “scomoda” o di disturbo, si prefigge di distruggerla psicologicamente e socialmente in modo da provocarne il licenziamento o indurla, addirittura, alle dimissioni.

Analisi specifiche hanno tuttavia individuato come il mobbing possa essere esercitato anche in maniera orizzontale, cioè tra dipendenti di pari livello.

Il fenomeno più ricorrente è quello della “scrivania vuota”. Praticamente si ridimensiona un lavoratore ponendolo proprio dinanzi ad una scrivania vuota, senza alcuna mansione da svolgere. Questo significa tu non servi più, non sei più nelle condizioni di fare qualsiasi tipo di lavoro.

Secondo rilevazioni attendibili, in Italia oggi oltre un milione di lavoratori subisce il mobbing con conseguenze di portata enorme. La vittima di mobbing, nella maggioranza dei casi, accusa disturbi psicosomatici e depressione, registrando un calo significativo nella sua produttività. Danneggia, dunque, anche l'azienda dove lavora. Il risultato, in alcuni casi, ha effetti devastanti. Ecco perché si parla di danno biologico. Questi soggetti, aggrediti continuamente anche in pubblico sono costretti a ricorrere a periodi di allontanamento dal posto di lavoro. Iniziano ad assumere farmaci e, in alcuni casi, si arriva anche al suicidio.

Bisogna, tuttavia, distinguere il mobbing dallo straining. Mentre il primo si caratterizza per una serie di condotte ostili, continue e frequenti nel tempo; il secondo si perfeziona grazie ad una singola azione con effetti duraturi nel tempo, come nel caso di un demansionamento.

La Sicilia, purtroppo, rispetto alle altre regioni è in ritardo nel monitoraggio del fenomeno. A Catania e Palermo esistono sportelli antimobbing. Anche a Trapani opera uno sportello antimobbing presso la Cittadella della Salute.

In definitiva, vista la portata del fenomeno, va rafforzata la prevenzione e incrementato il numero dei centri di ascolto.

Sarebbe utile, inoltre, provvedere ad un’attenta formazione periodica, condotta da un pool di specialisti, (con l’ausilio di relazioni specifiche o incontri programmati) in modo tale da monitorare continuamente eventuali focolai.

Dunque, intervenire prima che il mobbizzato subisca un danno psicofisico.

Alberto Fiorino

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