QUEL PUGNO DI GIORNALISTI FINITO SOTTO LA SUOLA DELLE SCARPE

 

di Gianluca Fiusco


   

Cremazione, Susanna Tamaro, America's Cup, Giacomo Tranchida, Vescovo di Trapani, America's Cup, Pietro Savona, Mimmo Fazio, Sau, America's Cup.

 

Da poco più di un anno un argomento tra tutti sembra sempre di attualità. Ed è proprio da questa stranezza che vogliamo partire. Una stranezza che è anche il sintomo di un male grave di cui soffre l'informazione a Trapani.

 

I soloni dell'informazione, o meglio, le sole (come direbbero i romani) dell'informazione trapanese, approfittano di ogni cosa per ricordarci la regata velica dell'ottobre del 2005. Evitano accuratamente di soffermarsi sulle altre manifestazioni veliche un po' perché (come la Trapani grand Prix) sono state dei flop micidiali, un po' perché non hanno avuto l'eco che, invece, hanno riscosso gli acts 8 e 9 della Louis Vouitton.

 

Ma, regate veliche a parte, crediamo che tutte le persone di buon senso, dovrebbero preoccuparsi del conformismo a cui si è adeguata l'informazione locale. Parlare dei problemi complessivi del settore ci porterebbe lontano, tuttavia lo spaccato trapanese forse ne riassume alcuni su cui vale la pena di riflettere.

 

A Trapani non esiste, o quasi, un'informazione libera. Esiste un circuito propagandistico di mezzi apparentemente diversi ma non distinti che si offre, giornalmente, di fare da cassa di risonanza del potere. Di quel potere trasversale che parla il linguaggio della massoneria trapanese, si serve dei silenzi omertosi della mafia e delle litanie dei confessionali. Del resto la lettera “p” della P2 significava proprio propaganda. Ovvero la manipolazione delle opinioni attraverso simboli diffusi dai mass media.

 

Un circuito fatto di mezzi e persone, mezzi per “amplificare” il messaggio, persone per confezionarlo. Dagli uffici stampa di sindaci, presidenti di provincia, assessori e onorevoli, alle pagine dei giornali, dei settimanali o direttamente davanti ai nostri occhi nei servizi, rubriche e trasmissioni televisive. Ed il confine tra vero e verosimile è talmente labile che la verità viene annacquata nel mare delle mezze verità che poi sono intere bugie.

 

Un giornalismo bacchettone e cialtrone che detta gli standard qualitativi, si fa per dire, dell'informazione locale. E che fornisce un'uniformità di pensiero che è dirompente.

 

Noam Chomsky, a dimostrazione che il problema è diffuso, osa sostenere che “la propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario”.

 

A Trapani, in particolare, l'informazione si confonde con la propaganda. Intenzionalmente. Un sistema ben collaudato che uccide ogni dissenso, riduce al silenzio ogni critica, annienta il pluralismo. Non è problema di voci scomode. È un problema democratico e culturale. Se lo sviluppo del territorio trapanese tarda ad arrivare è anche a causa di questo sistema che vorrebbe ridurci a bestie e tenerci schiavi. Bestie incapaci di qualsiasi azione raziocinante, cuccioli sempre in balia del padrone. Schiavi perché non liberi di sapere, perché ci viene costantemente negata la verità su fatti, uomini e cose.

 

Del resto la propaganda è quel ramo della bugia che spesso inganna gli amici senza mai ingannare i nemici.

 

Ma a chi fa comodo questo modo di fare “informazione”?

 

In primo luogo ad un pugno di giornalisti che si sono piazzati, da anni, nei gangli strategici dell'informazione locale. Come novelli Indro Montanelli de' noiantri, questi figuri controllano le notizie. Selezionano le cose che possiamo sapere da quelle che non dobbiamo sapere. Decidono per noi cosa è vero e cosa non deve esserlo. Decidono di santificare D'Alì che si rifiuta di rispondere ai giornalisti di Santoro e di mandare sul rogo chiunque si azzardi a porsi ogni dubbio, così come di esaltare la Louis Vouitton Cup e ridicolizzare ogni sospetto sul sistema degli appalti, delle ditte aggiudicatrici e quanto altro.

 

Una parte di questo pugno di giornalisti decide di copiare i comunicati stampa dell'amico sindaco, consigliere, assessore, segretario politico e sindacale. Magari cambia qualche virgola per evitare di essere “sgamato”, e la verità per noi allocchi è bella e confezionata. Altri, comodamente seduti dietro la scrivania di consulente del Presidente, piuttosto che del Sindaco o dell'onorevole, cioè pagati coi soldi di tutti noi, imbastiscono le verità da passare agli amici nelle redazioni. Verità solitamente accompagnate dalle telefonate di rito per sincerarsi che l'amico non abbia mai dubbi o momenti di smarrimento. Per questi ultimi, quelli come chi vi scrive, gentaglia, che osa rompere le balle con queste menate, sono crumiri. Non si sono cioè adeguati all'andazzo.

 

Un meccanismo pericoloso per il vivere democratico di cui queste persone, è bene dirlo senza mezzi termini, si sono rese e si rendono complici mortificando un mestiere bellissimo ed entusiasmante come quello del giornalista.

 

Una serie di casse di risonanza che amplificano il messaggio per dargli più forza, per costruire ed alimentare miti o per demolire e denigrare. La formula è sempre la stessa. La finta notizia viene confezionata e spedita; la televisione la pubblica; l'indomani la pubblica il quotidiano; il giorno successivo la commenta il giornalino gratuito che troviamo al bar o alla fermata del bus. Momenti apparentemente diversi che, in realtà, sono gestiti direttamente da un'unica persona, la stessa, che però non si firma quasi mai o, per decenza, solamente una volta cosicché tutti possiamo pensare che, in realtà, si tratta di persone diverse. Diabolico vero?

 

E questo mentre ci sono decine di colleghi costretti a rincorrere le notizie, a sorbirsi le conferenze stampa, a non avere mai un contratto, a restare schiavi del precariato e del caporalato giornalistico, a dover subire le angherie ed il sorriso beffardo dei soloni.

 

In secondo luogo questo meccanismo serve al potere. Serve all'imprenditoria malata che continua a riempirsi le tasche grazie al lavoro nero ridendosela delle morti bianche. Serve a quegli altari crucisegnati dai quali spesso si urla contro mafia e massoneria e poi si tace sulle connivenze dirette (per esempio l'indicazione di assessori o presidenti di istituti autonomi), per controllare ogni angolo delle nostre città ed evitare ogni sussulto di riscatto. Serve alla massoneria per continuare i suoi affari e i suoi investimenti borsistici. Serve alla mafia per consolidare il rapporto a tre con massoneria e politica per il traffico di stupefacenti, la tratta delle prostitute, il pizzo, gli appalti e le speculazioni edilizie nei nostri centri storici. Serve alla politica per garantirsi i mandati elettorali, per decidere di non decidere mai. Serve ad organizzazioni di categoria sclerotizzate per avere sempre qualcosa da dire, per continuare ad abbaiare alla luna. Serve a molti cittadini per lamentarsi senza poi smettere di comprare il quotidiano, cambiare canale e non fare più pubblicità sull'emittente locale.

 

Novelli Pisistrato si alternano alla corte del potere, se la ridono alle nostre spalle, alle spalle di tutti i trapanesi per bene. Ma esistono ancora trapanesi per bene?

 

Se ancora esistono è giunto il momento, non più derogabile, che queste residue forze sane, sia a livello imprenditoriale, sociale che politico, mettano da parte egoismi e personalismi, rancori vecchi e nuovi, e battano un colpo. Un colpo che si chiama nuovo sistema dell'informazione a Trapani. Un progetto complesso che sappia sfruttare le opportunità messe in campo dai nuovi media (digitale e web) insieme a quelle dei medium tradizionali (carta e radio). È un'operazione non semplice. Ma è un'operazione strategica se veramente si tiene al bene della città e se si vuole contribuire a dare un'ultima opportunità di riscatto alle giovani generazioni oltre che al territorio tutto.

 

Un progetto strategico che però non può e non deve essere affidato a quanti puzzano di vecchio, a coloro cioè che hanno, fino ad oggi, prestato il fianco, oltre che la “penna”, al regime trapanese.

 

Non si tratta del giornalino che si contrappone all'esercito napoleonico. Il giornalismo vero opera in silenzio, verifica, propone delle analisi, lancia degli allarmi, svela retroscena, non si conforma, si chiede sempre il perché delle cose, non si inchina dinanzi ad una fascia tricolore, né dinanzi ad un compasso ed un grembiulino e nemmeno dinanzi al bastone pastorale.

 

È possibile, oltre che auspicabile, pensare che a Trapani si possa fare questo giornalismo? È pensabile che le redazioni, a Trapani, possano svincolarsi da ogni guinzaglio? È tollerabile che Trapani venga abbandonata al suo destino tra le fanfare di questi allegri becchini che si credono giornalisti ed invece sono solo utili idioti?

 

Bisogna farli morire, professionalmente s'intende. E lentamente. Staccare la spina che alimenta la loro arroganza, far loro comprendere che “ca' nisciuno è fesso”. Che abbiamo compreso il loro gioco.

 

Come diceva Gorge Orwell: “la libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire. Perché la verità fa male”.

                                 Gianluca Fiusco

 

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