RUGGIRELLO E PELLEGRINO, "COMPARI " IN AFFARI

di  Enzo Guidotto 


   

«Bartolomeo Pellegrino oggi si trova nel tritacarne di una vicenda che è un'ennesima violenza nei suoi confronti. Potrei dire una “porcata” costruita ad orologeria come ad orologeria sono state le altre: sempre alla vigilia di un avvenimento elettorale o di un appuntamento importante». Questa la parte essenziale della lettera con la quale Pino Pellegrino, figlio della “vittima”, sembra invitare chi legge a tendere l'indice non verso l'inquisito e company, ma verso gli inquirenti. E lo fa dopo aver precisato di aver «creduto» ed essere stato «educato a considerare la libertà, la democrazia e la giustizia come valori imprescindibili nella cultura dell'uomo». Le due concezioni, il “credo” e la “porcata”, di fatto, sono antitetiche ma non per lui dal momento in cui dichiara che deve a suo padre il merito di avergli «inculcato questi valori». La contraddizione non può che essere ricercata nel fatto che la cultura di una persona è costituita da precise concezioni teoriche inscindibili da coerenti comportamenti pratici. E nella formazione  dei giovani, si sa,  più che le parole contano i modelli di vita: sono soprattutto questi che educano o diseducano. 

 

E' pure vero però che, come dice il proverbio, da una rosa può sempre nascere una spina e viceversa. Diamo quindi per scontato che gli errori di valutazione commessi dai figli sulle disavventure dei padri sono in qualche modo giustificabili, soprattutto quando la tempesta mediatica e la frettolosa lettura di documenti offuscano la mente e confondono le idee. D'altra parte, il giovane Pino riconosce che il padre «nella sua vita avrà pure  commesso moltissimi errori, spesso ha fatto scelte sbagliate nell'affidare fiducia, ruoli e incarichi». Ma anche nel fare alleanze e coinvolgere persino magistrati d'altri tempi in un certo giro di valzer, è il caso di dire.

 

Soldi, voti e truffe - Paolo Ruggirello, figlio di uno di quei vecchi alleati plurinquisiti  si limita invece a creare fondazioni e ad organizzare memorial in onore dell' amato genitore quasi si trattasse di un benemerito della Patria meritevole di una beatificazione. Stando a recenti notizie (Giornale di Sicilia, 11.4.07), una delle “benemerenze” sarebbe stata quella, raccontata nel dicembre del 1996 agli inquirenti,  del finanziamento di una delle tante campagne elettorali di Bartolomeo Pellegrino con un miliardo di vecchie lire di chissà quale provenienza. Guarda caso, due mesi prima (La Repubblica, 17.X.96) , il fu Giuseppe, coinvolto in un'inchiesta in cui figurava anche  Enrico Nicoletti, “cassiere” della Banda della Magliana di Roma, avrebbe attuato una truffa condita di minacce ai danni della moglie dell'ambasciatore italiano in Portogallo relativamente alla vendita di una “suite” a Cortina. Cinque anni prima, nel rapporto sulla “Colosseo Connection” finito agli atti dell'Antimafia (Doc. XXIII n.41, 20.11.91)  la Guardia di Finanza aveva scritto: nel settore bancario «sono in corso indagini su un soggetto (Giuseppe Ruggirello) sospettato di collegamenti con esponenti mafiosi, il quale starebbe per rilevare o avrebbe già rilevato una considerevole partecipazione in un Istituto di credito romano. Il soggetto, tramite tre società finanziarie, è presente sulla piazza di Roma e opera nel settore mobiliare e immobiliare impiegando ingenti capitali».

 

Terremoto a Trapani - Ma in verità la collaborazione fra Giuseppe Ruggirello e Bartolomeo Pellegrino risaliva a molto tempo prima. Il 24 marzo 1972 certe vicende trapanesi hanno addirittura un' eco in Parlamento provocando in Sandro Pertini, presidente della Camera, un sussulto tale da fargli cadere la pipa che tiene sempre bocca. Cos'era successo? Il vecchio esponente socialista aveva appena finito di leggere un'interrogazione parlamentare riguardante, tra gli altri, un esponente del suo partito: «I sottoscritti chiedono di interrogare i Ministri dell'Interno, di Grazia e Giustizia e del Tesoro, per sapere se sia a loro conoscenza quanto ha recentemente pubblicato il settimanale Lo Specchio nel servizio intestato “Terremoto a Trapani” e che in particolare riguarda alcuni importanti  “personaggi” della vita cittadina; per conoscere se risponde a verità che il presidente del tribunale, dottor Malizia, ha assunto la presidenza onoraria della Banca Industriale, senza aver chiesto la preventiva autorizzazione; che tale assunzione di responsabilità si è verificata mentre il presidente effettivo e l'amministratore delegato risultavano imputati per reati contro il patrimonio e quindi sussistevano evidenti motivi di inopportunità per l'accettazione della nomina che veniva ad assumere una funzione di copertura; che in sostanza, si sono realizzate per il dottor Malizia, notoriamente vendicativo, condizioni tali da non consentire una sua ulteriore permanenza nell'incarico; per conoscere a quale improvvisa fortuna si debba l'arricchimento del ragioniere Giuseppe Ruggirello e quale sia la parte ricoperta negli scandali citati dallo Specchio dall'onorevole Bartolomeo Pellegrino, capogruppo del PSI all'Assemblea regionale siciliana. Firmato: Franchi, Nicosia, Marino».

 

Ormai, solo chi ha i capelli bianchi può ricordare certe cose. I figli degli interessati all'epoca portavano i pantaloncini corti. Probabilmente non le hanno mai conosciute; oppure hanno dimenticato o rimosso. In tutti i casi una breve contestualizzazione storica è doverosa. 

 

Correva l'anno 1976 quando dall'Antimafia giunge ai giornali una precisa denuncia: «il sistema bancario è diventato lo strumento di cui la mafia e in genere la delinquenza organizzata si sono servite per riciclare il denaro proveniente dall'attività delittuosa». Nel 1983 alla stessa Commissione viene presentato un circostanziato rapporto dal Governatore della Banca d'Italia. La più efficace divulgazione del documento la fanno, sulla rivista “I Siciliani”, Claudio Fava– figlio di Pippo, il giornalista catanese vittima della “piovra” - e Miki Gambino dopo. «Quella di Ciampi – scrivono - è più di una semplice, rigorosa analisi economica: l'ipertrofia del sistema bancario in Sicilia, sostiene, è una condizione patologica le cui cause vanno ricercate anche nel delicato meccanismo che lega alcune banche siciliane all'impresa mafiosa».

 

Quelli di riferimento – fanno notare – sono gli anni in cui, proprio perché avevano concentrato la loro attenzione su banche, mafia e riciclaggio di narcolire, vengono eliminati uno dopo l'altro, Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, il magistrato Cesare Terranova, il Procuratore Gaetano Costa, il presidente Piersanti Mattarella, l'on. Pio La Torre, il generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pippo Fava. «E accanto a questo piccolo elenco di lapidi, le cifre». 

 

Banche e sportelli - «In trent'anni - spiegano Fava e Gambino - il numero di sportelli bancari in Sicilia è aumentato di 628 unità, con un incremento in percentuale del 125%: il doppio dell'incremento registrato nello stesso periodo in Italia. Una proliferazione che non si può spiegare semplicemente con il fatto che l'economia siciliana ha riguadagnato terreno nei confronti del Paese ». Altra anomalia, il numero di istituti di credito: negli ultimi dieci anni in Italia  è sceso di 96 unità, in Sicilia  è aumentato del 21%. E si tratta quasi esclusivamente di banche regionali: negli ultimi vent'anni gli sportelli delle banche locali sono aumentati del 586% contro una media italiana dell'83%».

 

Il panorama delle situazioni accertate si affianca alla casistica dei sospetti e si scopre che «a Trapani esistono più banche che a Bologna e più sportelli bancari che a Genova. Fra città e provincia si convertono più dollari in lire che negli uffici-cambio di Milano. “Non è un caso - spiega un funzionario dell'Alto Commissariato antimafia -  che la maggior parte delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza in applicazione della legge La Torre, si sia concentrata sugli istituti di credito del trapanese. Evidentemente questa proliferazione di banche e di agenzie è anche un indice eloquente dell'alto tasso di inquinamento mafioso che si registra in questa provincia”».  

 

«Uno dei primi istituti di credito passati al setaccio delle Fiamme Gialle – rilevano Fava e Gambino - è stato la Banca Industriale di Trapani, con sedici sportelli disseminati in tre province. Presidente del consiglio di amministrazione è Giuseppe Ruggirello, arricchitosi con alcune fortunate speculazioni edilizie e raggiunto recentemente da un mandato di cattura per fatti che si riferiscono al "sacco del Belice"; a dare ossigeno alla banca, è arrivata la famiglia Cassina (una delle più ricche famiglie palermitane, amici degli Spatola e grandi elettori democristiani legati alla lobby Ruffini-Lima-Ciancimino) che ha piazzato Giulio e Duilio Cassina in consiglio di amministrazione». Inoltre, «il 20 gennaio 1980 è nata a Guarrato, la Cassa Rurale ed Artigiana San Paolo» che «in due anni è riuscita a moltiplicare i propri depositi del 483%, passando dai 444 ai 2.145 milioni». Che si tratti di una emanazione della prima lo dimostrerebbe il fatto che fra  i soci «c'è una parente stretta (figlia, ndr) di Giuseppe Ruggirello, Bice, componente anche del consiglio di amministrazione della Banca Industriale»  .   

 

Banca e toghe d'altri tempi - Dulcis in fundo,  i due giornalisti spiegano il senso della citata interrogazione parlamentare:  «Alla banca Industriale ed ai Ruggirello ha legato il proprio nome e le proprie sorti anche l'ex presidente del Tribunale di Trapani, Carlo Alberto Malizia (fratello del generale piduista). Una poltrona ambita a Trapani, quella di Malizia, ma inavvicinabile. Finché il presidente del Tribunale commise un peccato di superbia e di ingenuità accettando la presidenza onoraria della Banca Industriale. Pochi giorni dopo partiva un ordine di cattura per Ruggirello, allora presidente della Banca Industriale, indicato come uno dei responsabili del sacco del Belice. Ingloriosa fine della carriera per Malizia, e la sua poltrona viene ereditata da Cristoforo Genna, fino a quel giorno Procuratore della Repubblica. E proprio dalla Procura della Repubblica di Trapani era stato spiccato l'ordine di cattura per Ruggirello». Il quale, guarda caso, prima di imitare Paperon dè Paperoni era brigadiere dei carabinieri. «Ma mai “sbirru” che dava ascolto ai  “nfami”» penserà Bartolo. Ora però alle accuse di Nino Birrittella si aggiungono le notizie di Paolo Ruggirello, omonimo del cugino consigliere regionale e quindi nipote del fu Giuseppe, confermate a quanto pare da un autista dello stesso Bartolo. Il che lascia pensare che il blitz della settimana santa abbia fatto emergere soltanto la punta di un iceberg.    

 

  Enzo Guidotto

di Gianluca Fiusco

 

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