IL PESCE GROSSO NON SEMPRE MANGIA QUELLO PICCOLO

di  Enzo Guidotto 


   

Agli occhi di alcuni amici di Paceco il blitz della settimana santa mi ha fatto passare per chiaroveggente: meno di un mese prima, mentre passeggiavamo in piazza, appresa la notizia che da lì a poco sarebbe stato necessario spostare in avanti la lancetta degli orologi, una mia battuta aveva suscitato un amaro sorriso: «Arriva l'ora legale? Panico negli ambienti mafiosi, imprenditoriali e politici trapanesi ». Infatti! L'operazione di polizia attuata dal dottor Giuseppe Linares – hanno dichiarato a botta calda i magistrati – ha scardinato un circuito di illegalità nel quale il boss mafioso è solo una piccola parte di un sistema interclassista, articolato e sinergico estremamente potente che si regge grazie al coinvolgimento di esponenti dell'imprenditoria, delle professioni, della politica, e dello Stato.

 

La rivincita di Sodano - I dettagli  sono stati ampiamente illustrati non soltanto dalla stampa locale ma anche da moltissimi siti internet, anche stranieri. La notizia  che ha colpito maggiormente l'opinione pubblica nazionale, memore della famosa puntata di Anno Zero, è stata però quella che è andata subito al nocciolo della questione, pubblicata dal Corriere della sera:  «l'inchiesta – ha scritto Felice Cavallaro - è la rivincita di Fulvio Sodano, un funzionario dello Stato che voleva fare il prefetto antimafia nella città della Piovra televisiva e di quella vera trasformando l'impresa strappata ai boss, la Calcestruzzi Ericina, nel simbolo del riscatto, impedendo a mafiosi e notabili di riappropriarsene, schierato anche contro un sottosegretario all'Interno. Ma fu trasferito ad Agrigento con un ordine di servizio immediato». Come mai? Esistevano condizioni di “necessità ed urgenza” tali da imporre o quanto meno giustificare una decisione così repentina? Domande più volte formulate inutilmente su queste colonne prima ancora dell'arrivo in provincia della troupe di Michele Santoro.

 

“Mandanti” e lapsus froidiano - Che sotto sotto ci sia stato qualcosa di inconfessabile lo dimostra il fatto che la DDA ha avviato un'inchiesta sui “mandanti” del provvedimento. Un particolare, questo, che - stando a opinioni diffuse in circoli forensi - ridimensiona la portata della citazione in giudizio civile, da parte del senatore, dei responsabili di quella trasmissione e dello stesso prefetto, che in proposito rimane più sereno che mai. «Lascio il compito di accertare la verità a chi lo deve fare – ripete - ma io sono certo che il mio allontanamento da Trapani è stato voluto da D'Alì».

 

Una certezza che ha ricevuto una specie di conferma implicita dallo stesso senatore per il “lapsus linguae” froidiano dal quale è stato colto durante l'intervista allo stesso giornale. Nel titolo del servizio, sempre di Felice Cavallaro, si legge: «D'Alì: non ho pilotato il traferimento di Sodano». Se però si riflette attentamente sulle sue dichiarazioni si arriva a tutt'altra conclusione. «La rotazione di un prefetto è determinazione del Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell'Interno che la elabora con l'assoluto conforto dei vertici del Viminale».

 

«Il tentativo di autodifesa si è trasformato in autogol» ha infatti sostenuto Sodano dopo aver letto il giornale. «Cosa si intende per Viminale? Il colle o il Ministero? Sicuramente il Ministero. Ma cosa del Ministero? L'edificio  o le persone che ci lavorano dentro con ruoli diversi, dagli uscieri in sù? E allora sia serio: i “vertici” sono le tegole del palazzo o i personaggi dei “piani alti”? E chi sono questi ultimi se non il ministro ed i sottosegretari di turno? Ammesso che intendesse riferirsi ai funzionari vorrebbe forse far credere che contino più delle autorità politiche?». Oppure che gli stessi – è il caso di aggiungere –  abbiano sconsigliato la sua permanenza a Trapani per lo stato di salute ? In casi del genere si prendono altri provvedimenti: non si manda un funzionario che avverte qualche malessere  in un ambiente nuovo e sicuramente non meno difficile,  costringendolo ad un'attività ancor più stressante.

 

I retroscena - Una ulteriore smentita della estraneità dell'ex sottosegretario emerge dalla ricostruzione dei retroscena di quella calda estate del 2003. Il trasferimento di Sodano è avvenuto il 12 luglio. «Venti giorni prima, subito dopo la chiusura della procedura degli avvicendamenti, disposti per prassi in giugno e in dicembre – ricorda lui stesso - il ministro Pisanu mi aveva fatto dire dal suo capo di Gabinetto Carlo Mosca che aveva deciso di lasciarmi a Trapani augurandomi buon proseguimento di lavoro». E non poteva essere altrimenti perché in quei giorni il ministro era alle prese con la preparazione del rapporto su “Lo stato della sicurezza in Italia”. «Nelle aree ad alta incidenza – si legge nel documento – il settore economico nel quale si sviluppa il ciclo del cemento rappresenta l'interesse strategico delle associazioni criminali che tendenzialmente esercitano in regime di monopolio l'attività estrattiva e la produzione del calcestruzzo. L'obiettivo di migliorare le condizioni di competitività economica non può prescindere dalla scelta di contribuire alla rimozione di un fattore di ostacolo alla crescita, qual è quello della criminalità».

 

Le frasi si riferivano sicuramente anche alla situazione trapanese e suonavano come un elogio nei confronti di quanti, come il prefetto Sodano, erano impegnati da tempo su quel fronte con un' energica strategia di contrasto. L'augurio di buon proseguimento di lavoro non era stata quindi una semplice formalità.

 

E la posizione del sottosegretario D'Alì? Diametralmente opposta sin dall'inizio. «Basta pensare – racconta lo stesso prefetto -  a quella mattina in Prefettura quando mi prese in disparte e, con tono di rimprovero, testualmente mi disse: “Ma che mi combina? Mi dicono che con la sua attività in favore dell'Ericina sta alterando il libero mercato!”».

 

Una valutazione assai più realistica di quella di Pisanu, con riferimento specifico alla Calcestruzzi Ericina, viene fatta ora  da Roberto Scarpinato, il magistrato della DDA che ha diretto l'inchiesta. «Certi soggetti sono riusciti ad annullare la democrazia economica e politica, ad annullare il mercato libero» ha dichiarato alla stampa. Poi, paragonando la lotta alla mafia alla tela di Penelope ha precisato che «mentre si lavora per il ripristino della legalità ci sono funzionari e politici che disfano la tela». Nella vicenda, iI funzionario è stato Francesco Nasca, il quale, stando agli atti dell'Antimafia che riportano brani di atti giudiziari, una volta riferì a un amministratore dell'azienda «di aver ricevuto  una telefonata del senatore D'Alì con la quale il medesimo invitava a lasciar spazio ad altri produttori di calcestruzzo» relativamente a certi lavori. E' lui il politico?

 

“Carta bianca” e tifo mafioso – Una ipotesi, questa, che rafforzerebbe la certezza di Sodano sul responsabile principale del suo allontanamento da Trapani. D'altra parte, il senatore, consapevole di poter esercitare un … “potere assoluto” nel “suo” territorio, aveva manifestato in modo inequivocabile le proprie intenzioni allo stesso prefetto all'indomani della nomina a sottosegretario. Per festeggiare il “grande evento”  lo invita a pranzo e fra un discorso e l'altro butta lì la frase: «Ho avuto carta bianca dal ministro per tutto ciò che riguarda la provincia di Trapani! Da me dipendono la nomina e il trasferimento del Prefetto e del Questore». Impressione avvertita? «La stoccata finale – ricorda oggi Sodano – fu il primo tentativo di assoggettarmi psicologicamente. E' come avesse detto: stai attento a quello che fai. E le vicende successive hanno dimostrato che non scherzava».

 

Così come non raccontavano certo barzellette gli imprenditori legati direttamente o indirettamente a Cosa Nostra e a Matteo Messina Denaro in particolar modo.   «I mafiosi – ha infatti dichiarato Nino Birrittella confermando quanto era già emerso dalle intercettazioni - tifavano perché venisse trasferito quel prefetto che aveva sventato il tentativo dei boss di riappropriarsi della Calcestruzzi Ericina». Essendo stato presidente della Trapani Calcio, Birrittella di certe cose se ne intende e non usa le parole a caso: il tifo, si sa, viene manifestato nei confronti di una precisa squadra o per i beniamini della stessa. Per chi tifavano i boss? E perché ?

 

Lungi dall'avanzare insinuazioni pretestuose ci limitiamo a riportare alcuni brani di una conversazione ambientale fra l'imprenditore Matteo Bucaria ed il mafioso Salvatore Alestra, risalente al 29 dicembre 2000. Rispondendo all'interlocutore sul ruolo di Vincenzo Virga, all'epoca latitante – si legge in un documento giudiziario - Alestra «recava, a titolo esemplificativo, il genere di rapporto esistente tra il Virga e il senatore Antonio D'Alì, il quale – secondo l'Alestra – non poteva prescindere dall'intrattenere contatti con lo stesso capo mafia» e lasciava «intendere, sarcasticamente, che il D'Alì non aveva un peso politico del tutto autonomo»; poi, a domanda, precisava «che quasi il 50% del supporto elettorale pervenuto al D'Alì era stato fornito da Virga, soggiungendo altresì come quel parlamentare intrattenesse stretti rapporti con i noti Messina Denaro, esponenti di vertice della famiglia mafiosa di Castelvetrano» con le testuali frasi: «Ma tu non sapevi questa cosa? Ma D'Alì con Messina Denaro come sono? Sono meglio di fratelli».

 

Allo stesso Matteo Messina Denaro avevano condotto due mesi prima le parole di altri noti personaggi. Sempre Bucaria, stanco della soffocante pressione estorsiva da parte delle famiglie mafiose di Trapani e di Marsala, chiedeva aiuto ai colleghi Nino Birrittella ed Enzo Mannina, i quali indicavano come soluzione la  concreta possibilità di far intervenire i “giudici istruttori” del tribunale di Cosa nostra: i soggetti della cosca di Castelvetrano legati al delfino di Provenzano.

 

Matteo “uber alles”? - Tutte le strade portavano a Matteo, dunque? Per gli inquirenti, queste ultime conversazioni fornivano già nell'ottobre del 2000 «una prima indicazione sull'inserimento dei due imprenditori nel circuito relazionale dei soggetti gravitanti nell'orbita dell'organizzazione mafiosa trapanese». Ma stranamente entrambi , in un modo o nell'altro, hanno avuto a che fare con i tentativi di condizionamento e di accaparramento dell'Ericina e con i lavori supercontrollati per l'America's Cup al porto, peraltro eseguiti in fretta e furia  prescindendo – rileva ora il Ministero per l'Ambiente – dal rispetto delle leggi in materia. E le “rivelazioni” di Alestra? Se dopo sette anni non hanno avuto conseguenze giudiziarie, potrebbero essere state frutto di mera millanteria. «Vecchie calunnie cui siamo purtroppo abituati  che non hanno bisogno di alcun commento e che si condiscono di grottesco dal punto di vista procedurale …» dichiarò nel giugno del 2004 il senatore D'Alì alla rivista “Antimafia 2000” che riportava le intercettazioni.

 

Non è però da escludere l'ipotesi che anche questi particolari possano finire nel fascicolo dei magistrati per i più opportuni approfondimenti sul “mandanti” del trasferimento del prefetto. Quale sarà la base di partenza del loro lavoro? Inevitabilmente l'audizione del ministro Pisanu e di chi gli ha dato «l'assoluto conforto» per la decisione, opposta a quella presa venti giorni prima. Il che ripropone il dilemma: burocrate o politico? Di certo si sa che al Viminale la delega per il personale l'aveva un solo sottosegretario: Antonio D'Alì. Ma lui, nel corso delle polemiche di questi mesi, si è guardato bene dal fare la “rivelazione” : che fosse un … “segreto di Stato” ?

 

Enzo Guidotto

di Gianluca Fiusco

 

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