Unione
Maestranze - Sezione
tecnico-storica
Progetto
recupero e valorizzazione della Settimana Santa a Trapani
Relazione
n°1
a cura di Giovanni Cammareri
|
A
volte l’uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi,
si rialza e continua per la sua strada. (W. Churchill).. Acquistiamo
il diritto di criticare severamente una persona quando siamo riusciti a
convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio; e
quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro
giudizio non viene accettato o rispettato. In
altre parole: per poter criticare si dovrebbe avere un’amorevole
capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza. (Gandhi). L’anno
1975 fu il primo in cui tutte le processioni della Settimana Santa di
Trapani vennero organizzate dalla medesima struttura associativa. Nel
giugno dell’anno prima infatti, era nata l’Unione Maestranze. Di
quella neo Unione vadano ricordati i signori Paolino Romano, Giuseppe
Savona, Pio Romeo, Vito D’Aleo, Giuseppe Taormina, Michele Sansica,
Salvatore Anastasi, Pietro Lipari, Benvenuto Lantillo, Antonio Nocitra,
Francesco Cognata, Gaetano Garuccio, Pierino Bellomo, Salvatore Bellomo,
Cap. Francesco Bosco e il Cav. Nicola Impellizzeri, primo Presidente
della storia. Questi e ovviamente altri uomini rappresentarono
l’anello di congiunzione fra il passato e l’inedito presente che
apriva nuove prospettive dal punto di vista soprattutto economico
(questua, contributi da parte di Enti Pubblici). La netta scissione che
aveva caratterizzato il rapporto tra i ceti, atta ad alimentare però la
linfa vitale plurisecolare frutto dello spirito di emulazione fra gli
stessi ceti, si faceva sempre più labile. Ma sopravviveva. Elementi
estranei alla volontà dei consoli, imposti soprattutto da eventi
sociologici, mutavano purtroppo il rapporto (emozionale,
religioso-devozionale, affettivo) con le feste in genere. A livello
locale, la città (analogamente ad altre) trovava espansione verso nuovi
quartieri (popolari e residenziali). I trapanesi iniziarono perciò ad
allontanarsi dall’antico nucleo urbano, ossia dal centro storico, di
conseguenza dalle espressioni storico-tradizionali che lo agitavano e
che lo avevano caratterizzato, e per le quali avevano esternato il
secolare e sentito orgoglio di essere stati parti integranti di quel
vissuto. I movimenti sessantottini non facilitarono l’amore per le
proprie radici nè la conservazione. Tutt’altro. Vollero dare,
soprattutto delle feste religiose, una immagine vetusta e
medievaleggiante. Alimentarono la convinzione di una appartenenza a un
passato sbagliato e da cancellare totalmente. Le feste religiose
insomma, non solo non servivano al progresso ma erano da intralcio. La
gente cominciò a cercare emozioni altrove. I giovani della fine degli
anni ‘60, primi ‘70, assunsero atteggiamenti sarcastici e di
disprezzo verso ciò che oggi va ricercato e rivalutato da un
insopprimibile desiderio di riscoperta e rispetto per quelle radici.
Tendenza iniziata verso i primi degli anni ‘80. Ecco, la succinta
analisi del periodo diviene fondamentale per comprendere contesto e
dinamica culturale entro il quale inizia a operare l’Unione
Maestranze, sebbene il periodo antecedente rappresenti anche esigenza e
spinta propulsiva alla sua stessa fondazione. A livello embrionale In
genere, la festa va cambiata? No. Cioè: non va cambiata nella misura in
cui la modifica sia frutto di iniziative personali, arbitrarie, inutili
e che non tengono conto di taluni punti fermi del passato e quindi della
tradizione e della storia e che soprattutto non comportano benefici ai
contenuti (peggio ancora se la svuota di contenuti) e all’estetica. Sì,
va cambiata: se l’adeguamento risulti frutto di un iter naturale,
addirittura necessario affinchè la festa non assurga a residuato
archeologico. In questa caso nessuno l’ha cambiata, si è cambiata da
sola poichè la festa deve essere la festa del proprio tempo, di ogni
tempo in cui essa ha avuto luogo, della gente che si avvicenda nel
vivere la festa. Ma l’attualizzazione della festa non può mai
dipendere da quelle iniziative e da quei metodi cui si accennava. Nella
processione dei Misteri l’avvicendamento dei ceti rimane perciò
esempio lampante di cambiamenti naturali, “necessari”,
incontestabili. Ecco perchè ho inteso parlarne. Sebbene la nostra
generazione conservi ancora il rammarico di non poter mai più dire u’
misteri ’uttara, u misteri ‘cannavara e cosi via. Non provando
tuttavia alcuna nostalgia per i Corallai per il semplice fatto che tale
maestranza mai è appartenuta ai nostri personali ricordi. E neanche ai
racconti dei nostri nonni. Dalla
processione dei Misteri del 1969 a quella del 1971 sembrò fosse
trascorso un secolo. Invece, in soli due anni, una dolorosa e più
rapida transizione aveva stravolto gli assetti emotivi ed economici dei
ceti. Il disinteresse che per questo genere di cose aveva cominciato a
manifestarsi all’esterno cominciava a invadere seriamente il contesto
organizzativo. Le antiche scinnute ad esempio, erano diventate
una vera incombenza. Nell’arco di qualche anno furono parecchi i
venerdì di Quaresima che registrarono la chiara latitanza da parte dei
ceti ai quali spettavano (per dovere, non per diritto ). Per essere più
chiari: le funzioni non si facevano e la chiesa rimaneva chiusa. Il vero
o presunto alibi delle difficoltà economiche fece finire l’icona di
Maria SS. della Pietà (di fatto una Sulità) in cura ai
Fruttivendoli, sopra un carrello (con ruote, ovviamente) dal quale venne
“miracolosamente”rimossa entro il giorno della processione. Pare
previo intervento dell’allora E.P.T. Lo stesso che accorrendo in aiuto
di qualche categoria, intese privarla (ma probabilmente c’era
dell’altro) della dicitura impressa sul drappo nero, facendola
coprire. Anno 1971. L’anno seguente saranno i Fornai a uscire, per una
forma I
portatori del simulacro, unitamente a chi reggeva le aste del
baldacchino, indossavano anch’essi il sacco rosso e la visiera bianca
(molto spesso arrotolata sulla fronte). La processione iniziava alle
15,00, qualche volta alle 14,30, per concludersi intorno alle 11/11,30
di Sabato Santo. La cerimonia religiosa serale aveva luogo alle 20,00 e
negli anni 1971,’72,’73 si tenne in Corso Vitt. Emanuele
nell’ambito di un itinerario poco tradizionale che spostò
radicalmente lo scenario mattutino con lapercorrenza conclusiva,
nell’ordine, delle seguenti vie: Garibaldi, Torrearsa, Casina della
Palme, P .zza Lucadelli, via S. Francesco d’ Assisisi e p.tta
Purgatorio. Il
23 Giugno 1974 nasce l’Unione Maestranze. Nasce
quindi in un contesto di mutamenti culturali affatto irrilevanti. Il
sodalizio non solo si ritrova a fronteggiare problematiche di varia
natura (non ultimo l’atteggiamento di disinteresse generalizzato nei
confronti di siffatte manifestazioni), ma ben presto viene pure
coinvolto in una causa presso i tribunali ecclesiastici (durata
quattordici anni) con la Confraternita di San Michele Arcangelo, il cui
statuto veniva rinnovato nel dicembre dello stesso anno. Diritto
apparente da contendere: la proprietà dei Gruppi. Il coinvolgimento
portò fin dall’inizio l’Unione ad attenzionare altre problematiche,
a distrarsi cioè dall’organizzazione vera e propria della
processione, con notevole dispendio di energie e denaro e, quel che è
peggio, portò ad alimentare rancori più o meno personali e
generalizzati nei confronti della Confraternita in genere. Il clima
insomma, non era tra i più sereni. L’allontanamento di taluni
personaggi che non poco avevano contribuito alla “rinascita” del
Dopoguerra, il continuo e manifesto clima di conflittualità, la
mancanza di punti di riferimento sotto il profilo della conservazione,
l’errata convinzione di “asservire” i turisti, il senso del
religioso e del sacro sempre più annacquato, l’estrema libertà
avvertita dai “consoli”- ritrovatisi privi di quella che
atavicamente veniva considerata una sorta di ingerenza da parte della
Confraternita (di fatto un contrappeso determinante alle “libere”
iniziative)- , il cambio generazionale degli stessi “consoli” e
collaboratori apri definitivamente un processo di depauperamento sempre
più rapido e mai arrestatosi. La riscoperta, nei primi anni ‘80,
delle feste religiose inoltre, non fu poi accompagnata da un recupero di
altri valori; soprattutto, paradossalmente, di quelli religiosi. Ciò
contribuì ad accelerare il menzionato processo. La ricerca affannosa
delle novità, di forme di spettacolarità non necessarie (ulteriormente
deleterie semmai), anno dopo anno, favorirono tale azione ormai
incontrollabile. Insomma, la processione dei Misteri stava
trasformandosi in qualcosa di “importante”, un evento mediatico,
perfino, qualcosa da cui era meglio non rimanere fuori, alla quale
occorreva partecipare a tutti i costi: da musicante, da portatore
improvvisato, da addetto ai lavori, ancora meglio da “console” o
discretamente che andava, da, ..incappucciato. Già, perchè dal 1974
avevano iniziato a fare comparsa, al posto dei tradizionali abiti scuri
dei partecipanti alle singole processioni dei ceti, sacchi e cappucci
(quell’anno proposti soltanto dai Muratori e dai Falegnami) di varie
colorazioni, roba fantasiosa, che dava colore e di straordinaria
praticità, utile ad alimentare l’equivoco di una tradizione mai
esistita quando, a un certo punto, vennero. ..”vietati”. La scelta
di tale abbigliamento venne quindi dettata dalla comodità di
confezionare sacchi e cappucci aventi taglie standard (uguale per
chiunque li indossava), a differenza degli abiti (giacche e pantaloni)
che dovevano rispondere a taglie individualizzate. Il risultato finale
risultò il seguente. Primo: lo spettatore casuale credeva di assistere
al passaggio di confraternite. Invece, come si sa, non si trattava di
confraternite ma di ragazzi ingaggiati per l’occasione. La differenza
non è di poco conto. Le confraternite sono associazioni di laici aventi
finalità assistenziali e religiose, strutturate e regolamentate secondo
le leggi di diritto ecclesiastico e dipendenti dalle autorità
ecclesiali. Non è certo un sacco e un cappuccio a fare un confrate.
Quindi, lo spettatore non dico venisse preso in giro ( non era questo
l’intento ), ma di sicuro assisteva a una finzione. Secondo: i costumi
non riproducevano i colori di confraternte esistenti a Trapani fino alla
soppressione post unitaria degli ordini religiosi a parte Falegnami e
Pescatori che confezionarono abiti che quantomeno nei colori
richiamavano le confraternite di S. Giuseppe e della Gurga, a suo tempo
composte da falegnami e pescatori. Le altre processioni non davano vita
pertanto neanche a una rappresentazione storico-simbolica che sarebbe
risultata comunque erronea per la motivazione espressa nel punto
seguente. Terzo: a parte la Confraternita di S. Michele, le
confraternite locali non intervenivano alla processione del Venerdì
Santo. Le attuali e insistenti polemiche -peraltro riverberate fino alla
rivista Focus (n°150, aprile 2005) 7che in una breve didascalia
affronta il problema con la stessa superficialità con la quale è stato
affrontato a Trapani -portate avanti da coloro i quali chiedono a viva
voce il ripristino degli “incappucciati “, declamando la tradizione,
sono ampliamente infondate. Di fatto è proprio l’antitradizione che
intenderebbero ripristinare. E’ abbastanza l’eredità lasciata da
queste vestimenta spesso create da gusti e accoppiamenti cromatici
assolutamente personali e già a suo tempo realizzati con stoffe di
discutibile qualità e fattura. Tolti i cappucci infatti, tutto il resto
(mantelli, tuniche ecc.) è rimasto. Ciò a discapito della vera
tradizione che voleva le maestranze in abito scuro, guanti e cravatta
neri, abitino d’argento (bassorilievo rappresentante il Gruppo Sacro
di appartenenza) sul petto, sorretto da una elegante cordicella. In
conclusione di questo argomento vadano ricordati altri due punti:
la Confraternita di San Michele e quella di S. Anna. In effetti
l’unico personale rimpianto per la scomparsa degli incappucciati
rimane legato alla mancata presenza, ormai da11999, della prima. Ricordo
che, assieme al suo patrimonio, essa venne risparmiata dalla prima
citata legiferazione successiva all’unità d’Italia. Inutile
ribadirne la storia e i legami con la processione dei Misteri. Oggi, di
fatto la confraternita esiste ma, pare, non abbia iscritti sufficienti.
Di sicuro rimane auspicabile il suo reinserimento nel posto che le
spetta per storia e tradizione. Ma ovviamente occorre che abbia dei veri
confrati nel pieno rispetto delle finalità tipiche di tali sodalizi e
dei legami istituzionali di competenza. La nuova costituzione di essa e
quindi la partecipazione alla processione non dipendono perciò
dall’Unione Maestranze. Ho inoltre motivo di ritenere banale il
ripristino dei soli costumi come elemento simbolico, per l’indebita
appropriazione di una tenuta ufficiale altrui e per la finzione che
alimenterebbe. La soluzione risulterebbe inoltre a dir poco equivoca
soprattutto in riferimento ai propositi di un serio restauro delle
processioni della Settimana Santa da parte dell’Unione Maestranze e,
se possibile, in sinergia con la Chiesa e le Pubbliche Istituzioni.
Rimane la Confraternita di S. Anna, anticamente meglio conosciuta come
di S. Annella è sopravvissuta fino ai primi anni ‘30. Detta Compagnia
introdusse nel 1723 la processione di Maria SS. della Pietà nel giorno
di Giovedì Va
ribadito quanto il passaggio alla struttura associativa del 1974 non
abbia arrecato contestuali e sostanziali modifiche a un assetto della
processione (quella dei Misteri) che rimase inizialmente immutato grazie
alla consistenza di uomini che avevano addirittura vissuto la
processione dell’anteguerra. Erano sì mutati i percorsi, anzi, a
partire dal 1957 le modifiche annuali avevano soppiantato il cosiddetto
percorso storico che aveva subito una prima revisione nel 1947, anno,
tra l’altro, dell’introduzione della via Fardella. Ma la maggior
parte del suo svolgimento, la processione continuava ad averla
all’interno del centro storico. Introdotta nel 1952, continuava ad
avere luogo la cerimonia in piazza Vittorio Emanuele. La processione
conservava una più gradevole dinamicità e le sequenze della Passione e
Morte (contenuti salienti da non relegare a un ruolo di secondo piano)
scorrevano come legate da un’unica traccia; insomma il concetto
dell’unica processione, la processione dei Misteri, non appariva
suscettibile a mutamenti di sorta, a ricezioni di nuovi schemi che
l’avrebbero resa frammentata, elefantiaca e a tratti insostenibile a
causa delle lunghissime attese cui cominciò a essere sottoposta la
gente a partire dalla metà degli anni ‘80. Ovviamente, come tutti i
fenomeni, esso cominciò gradatamente, sebbene i tempi delle
trasformazioni assumono, a partire proprio da quegli anni, andamenti
molto più celeri se paragonati a mutamenti che in passato necessitavano
di parecchi decenni prima di attecchire veramente. I Sacri Gruppi
conservavano grosso modo la fisionomia assunta alla fine degli anni
‘50, addobbi ricchi e coloratissimi costituiti da garofani, iris,
calle, rami di mandorli, tulipani, sterlizie, perdendo però, proprio
nell’arco di appena due anni esatti (1969/71) l’illuminazione a cera
e le candele elettriche che avevano convissuto con quelle di cera,
appunto, fin dalla fine degli anni ‘30. I drappi neri attorno alle
vare, realizzati uguali per tutti ne11950, cominciavano a essere
cambiati Se
prima i figli subentravano ai padri e poi toccava ai nipoti,
tramandandosi tacitamente un preciso codice rituale, sempre lo stesso,
collaudato e rispettato da secoli, ora non era più così. Persone senza
radici cominciarono a far parte dell’organizzazione. Se ad
essi va l’indubbio merito di avere comunque lavorato anno dopo anno al
fine di far muovere una macchina organizzativa complessa (che loro però
hanno deciso dovesse diventare tale), va rimproverato la presunzione di
non essersi informati sui valori e i contenuti della processione (sempre
più mia manifestazione) e di agire secondo principi e schemi
organizzativi persino estranei alla stessa processione dei Misteri,
rifiutando qualsiasi guida, ritenendo l’innovazione più sconsiderata
il metodo giusto per operare. Infatti, proprio in quegli anni,
consolidato ormai l’uso dei sacchi e dei cappucci per i
processionanti, cominciarono a comparire fitte schiere di soldati romani
con corazze e scudi; ebrei, abiti da sacerdoti e sacerdotesse del
Sinedrio ecc. con l’aggiunta di elementi simbolici e forvianti quali
bracieri accesi, lanterne tenute in mano al posto delle candele, Tavole
delle Leggi sollevate da qualche figurante; una volta persino un gallo
vivo tenuto in braccio, ecc. C’era, fra la gente assolutamente comune,
chi non esitava a ravvedere una sorta di emulazione della
rappresentazione marsalese del Giovedì Santo, tanto risultò evidente
la ricerca di teatralità e di cambiamenti dei costumi fatti indossare
ai soliti ragazzi i quali intendevano partecipare. Intendevano, volevano
partecipare, ora che la processione del Venerdì Santo era ritornata a
essere “importante”. Ma purtroppo era o stava diventando un’altra
cosa. Grazie a questa nuova disponibilità, questo riavvicinamento di
giovani (la cosa fu valutata positivamente, ma di fatto veniva
alimentata una partecipazione alla forma e non alla sostanza del Venerdì
Santo ), aumentarono i ceti che cominciarono a essere preceduti da una
propria processione, aumentarono le bande musicali: anche perchè
aumentava il senso dell’ostentazione della società in genere. Uscire
il proprio Gruppo Sacro con la musica divenne la regola, non
l’eccezione. Non disporre di una propria banda musicale diventava
qualcosa di improponibile, non la normalità che per oltre un secolo
variava di fatto la processione di almeno un anno. Ovvio come l’intero
corteo si allungò e i tempi della sfilata e della durata complessiva,
anche. A
causa dell’eccessiva attenzione riservata alla processione dei
Misteri, il concetto di Settimana Santa a Trapani continuava a rimanere
qualcosa di scarsa applicazione. Invece, un discorso unitario (molti
anni addietro supportato da un diverso atteggiamento essenzialmente
religioso-devozionale) finalmente chiaro, gioverebbe a tutte le
manifestazioni, meglio ancora se collegate anche alle celebrazioni
prettamente religiose. Ciò migliorerebbe l’intera Settimana Santa,
alla luce di un recupero essenziale dei contenuti,’naturale traino a
tutto il resto. Insomma, la scissione tra riti minori e maggiori e la
scarsa rilevanza promozionale riservata alle processioni delle due Pietà
contribuì, probabilmente, a non fare registrare eccessivi mutamenti a
queste due processioni. Tuttavia, la processione della Madonna dei
Massari, che prima del 1956 usciva alle 20,00 del Mercoledì Santo,
giungendo alla mezzanotte in Piazza Lucatelli, venne dapprima anticipata
alle 18,00 del Martedì (conclusione alle 22,00), poi alle 17,00; quindi
alle attuali 16,00, divenendo una processione essenzialmente diurna e
perdendo inoltre la sua peculiarità di processione vespertina, rionale
e di categoria. Ma un fatto ancor più rilevante venne a verificarsi sul
finire degli anni ‘80: l’apparente improvviso travaso di folle dal
Mercoledì Santo - ormai riservato alla processione dell’altra Pietà
in cura ai Fruttivendoli -al Martedì. Se da un lato il fenomeno
contribuì ad accrescere il seguito prima mancante alla sacra immagine
dei .Massari, proprio per quelle caratteristiche della processione prima
elencate, dall’altro evidenziava che nel contesto
religioso-devozionale e sociale tante altre cose cambiavano. Primo fra
tutto, andava scemando l’enorme seguito di cui aveva goduto la Madre
Pietà detta d‘u Populu. Attaccamento devozionale, senso
della tradizione, appartenenza a una precisa categoria, non appartenenza
a un’altra, nella fattispecie, ai Massari. I trapanesi partecipavano
in massa (anche scalzi) alla processione del Mercoledì Santo poichè in
quell’icona riponevano attenzione, fede, legame affettivo, elargizioni
di ex voto; non partecipavano all’altra poichè quella apparteneva
solo ai Massari! Parte della grande folla che accompagnava l’icona
della Pietà detta d’u Populu, ricordo si spostava
momentaneamente in Piazza Lucatelli per assistere al solo avvio della
processione serale. dei Massari. Tra l’altro tale movimento risultava
possibile dal fatto che la banda musicale cittadina suonava in tutte e
due le processioni, per cui detto avvio non poteva avere luogo se non
dopo il rientro di Maria SS. della Pietà. Subito dopo la gente si
dileguava, lasciando a sparuti gruppi di persone l’accompagnamento
della sacra immagine fino in chiesa. Non so quanto ortodosso possa oggi
apparire il ragionamento, ma era così e non mi pare tutto ciò possa
essere suscettibile di biasimo. Del resto se la processione della Pietà
d’u populu, più antica di centotredici anni rispetto
all’altra, venne in origine a inserirsi nel giorno di Giovedì Santo,
fu anche per l’importanza di detta giornata sotto il profilo dei
contenuti della Settimana Santa. L’icona “girava” i cosiddetti
Sepolcri in cerca del Figlio. Questo era soprattutto il senso del suo
itinerario, anticipando le stesse strade percorse il giorno successivo
dai Misteri. L’anticipo a un giorno più “comune” generò i prodromi
dei mutamenti. Successivamente, altre cause vennero perciò ad
aggiungersi, perché, come sempre accade, è sempre la somma delle
concause a determinare i mutamenti. La mancata individuazione a una
categoria quindi, l’appiattimento delle suddivisioni socio-
economiche, l’affievolimento del senso religioso, il non
riconoscimento di quanto appartiene alle proprie tradizioni (anche
familiari), fece si che i trapanesi cominciarono a partecipare
indifferentemente all’una o all’altra processione, molto spesso
senza riconoscere ne l’una ne l’altra. Ma la problematica più
rilevante rimane oggi il modo con cui si partecipa a queste due
processioni che, a parere di molti, mancano di sacralità. Non si
capisce per esempio, le enormi distanze che spesso vengono a generarsi
tra processionanti e simulacri. Voglio ricordare che questo prima non
accadeva. L’attenzione nel seguire e ordinare continuamente i cortei
veniva affidata al cosiddetto “crocifero”, comunemente L‘inizio
degli anni ‘80 segnò l’avvio delle dirette televisive da parte
delle neonate emittenti private locali. Tele Scirocco improvvisò la
prima in assoluto al passaggio dei “gruppi” da Piazza Gen Scio,
esattamente da sotto i balconi della propria sede. Nel giro di due anni
si pensò di realizzare le dirette del rientro in chiesa dell’intera
processione e non più una ma più emittenti cominciarono a piazzare le
proprie telecamere nei dirimpettai balconi prima, su palchetti montati
nella piazzetta, in seguito. Tanti decodificarono questi interventi
televisivi come crescita della manifestazione, di un qualcosa che
confermava la propria importanza grazie alla televisione. Di fatto la
trasmissione della processione andò a modificare ulteriormente il
rapporto umano con i Misteri contribuendo parecchio al processo di
decadenza già avviato. La prima conseguenza fu lo svuotamento, al
mattino, del Corso Vitt. Emanuele e delle strade adiacenti in prossimità
della chiesa del Purgatorio .I trapanesi, soprattutto quelli ormai
lontani dal centro storico per i quali diventava definitiva la recisione
di certi legami affettivi, cominciarono a preferite la “comoda
poltrona di casa” (uso la medesima espressione di molteplici risposte
di una indagine svolta personalmente in quel periodo). Insomma, al
Sabato Santo mattino un buon 60% cominciò a disertare le strade e
quindi quel momento finale, caratterizzato soprattutto dalla sfilata
lungo il Corso che perdette, pressoché immediatamente, fascino e
significato, diventando qualcosa di irrimediabilmente squallido. Basti
guardare fotografie e filmati d’epoca per capire che quello,
probabilmente, rappresentava il momento topico della processione, non un
semplice transito in vista del rientro. Quest’ultimo, inoltre, non
aveva l’alone di falso rituale cui oggi si vuole attribuire.
Rappresentava il semplice momento conclusivo e basta. Senza tanti
fronzoli e orpelli. Non a caso la stragrande maggioranza della gente
preferiva assistere al passaggio dei “sacri gruppi”al Corso
piuttosto che davanti la chiesa. I Misteri giungevano nella piazzetta e
vi entravano rapidamente; un po’ più lentamente (al di sotto dei
dieci minuti) quelli aventi la banda musicale. Entravano addirittura in
avanti i primi, all’indietro i secondi. Nessuna ricerca di forme
sceniche, nessuna forma di ostentazione o di esibizionismo e ancora,
nessun tentativo da gara di resistenza veniva offerto da parte dei
portatori con il compiacimento degli addetti ai lavori. Sì, certamente
c’era comunque chi intendeva fare una “migliore figura”, ma questa
rispondeva alla logica dell’essere più ordinati, più composti, più
decorosi degli altri. Riassumendo
l’attuale situazione di decadimento, punto annuale di partenza può
essere individuato nelle cosiddette “scinnute” dei Venerdì di
Quaresima, per i quali la Diocesi appare impegnata nel volere imprimere
un maggiore e dovuto senso e significato religioso. Non ultima la Via
Crucis che dal 2004, vede il coinvolgimento di gruppi parrocchiali
diversi a ogni settimana e che viene conclusa (ad ogni venerdì),
proprio nella chiesa del Purgatorio. Un’analisi storica sull’origine
e successivi sviluppi della “scinnuta” condurrebbe lontano. E’
opportuno limitarsi al fatto che essa rappresentava motivo di
riflessione religiosa e che i venerdì di Quaresima rimasero
caratterizzati per circa tre secoli dalla sequenza che segue. 1°,
Gesù nell’Orto; 2°,
Gesù dinanzi ad Hanna (processo religioso); 3°,
La Coronazione di spine; 4°,
La Sentenza (processo politico); 5°,
L’Ascesa al Calvario; 6°,
Maria SS. Addolorata. Sospesa
in seguito la parentesi della Seconda guerra mondiale, la cerimonia
riprese soltanto nel 1964. Per ragioni, pare, di natura economica La
Caduta al Cedron prese il posto di Gesù nell’Orto, la Flagellazione
subentrò alla Coronazione di spine. La nuova sequenza rimase immutata
(a parte la triste parentesi degli anni ‘70, di cui si è detto) fino
a quando taluni ceti, ravvedendo nella “scinnuta” una sorta di
“privilegio”, pretesero un proprio spazio. La fine degli anni ‘80
venne caratterizzata da funzioni che trovarono svolgimento anche nelle
giornate di sabato, domenica e lunedì. Eccezion fatta per le immagini
delle due Pietà che da sempre sono state “scese” otto giorni prima
della rispettiva processione, soprattutto negli ultimi anni le
“scinnute” sono meglio ritornate ad occupare la sola giornata dei
venerdì di Quaresima sebbene, in qualcuno di essi, più “gruppi”
vengano contemporaneamente esposti nel corso della funzione. Se questo
dovrà rimanere l’assetto (ormai quasi consolidato) delle nuove
sequenze, rilevante rimanga almeno la conservazione del penultimo e
dell’ultimo (Venerdì dei Dolori) venerdì là dove, di fatto,
l’apparente tradizione locale si è innestata alle motivazioni di
natura universale e religiosa che qui come altrove hanno riservato a Gesù
portante la Croce e all’Addolorata dette giornate. Ritorniamo e
concludiamo con la processione del Venerdì Santo che rappresenta, senza
ombra di dubbio, il momento topico della Settimana Santa trapanese. E’
proprio tale appuntamento, purtroppo, a prestare il fianco a numerose
critiche provenienti da più parti. A prescindere da talune
considerazioni di natura antropologica riguardanti i cambiamenti delle
feste in genere, peraltro talvolta anche accettabili purchè dovute ai
nuovi tessuti sociali, cosa che comporta un adeguamento delle realtà
festive, è stato già rimarcato quanto nella processione dei Misteri
tale processo sia stato eccessivamente rapido e troppo spesso immotivato
a riguardo di certi cambiamenti. Inutile ribadire quanto nell’ultimo
ventennio detta processione abbia radicalmente mutato il suo aspetto estètico
senza alcuna attenzione verso il passato -cioè alla tradizione secolare
in essa racchiusa -e, peggio, al buon gusto. I metodi organizzativi non
differenziano da certe sfilate carnevalesche per le quali, ogni anno è
d’obbligo l’inventiva e l’innovazione. Questa sembra la logica
degli attuali metodi organizzativi, ritenuti perfino razionali. Ridotta
a una semplice sfilata, assolutamente priva di qualsiasi contenuto, la
processione dei Misteri ha solo ingigantito i soli elementi forvianti:
numero e vestimenta dei partecipanti, quantità di stendardi, di
portatori, di bande musicali, di durata complessiva, di tempi occorrenti
per l’uscita, per l’entrata, arrivo e ripartenza da Piazza Vittorio,
tempo di durata delle cosiddette vutate (sempre più numerose di
anno in anno ), tempo occorrente per il semplice passaggio del corteo.
Di contro non si è tenuto più conto degli antichi percorsi (intendo
almeno qualche frammento ), si è totalmente smarrito il comunque tenue
senso di raccoglimento che c’era attorno ai Gruppi Sacri,
l’identificazione, l’appartenenza della categoria a ciascuno di
essi, la competenza e il decoro degli stessi rappresentanti di categoria;
per non parlare dei portatori, privi ormai di qualsiasi “Abbiamo
restaurato le immagini, restauriamo la processione”. Ecco, potrebbe
essere questo una sorta di slogan per gli anni che verranno. Il
tentativo di un serio e fattivo recupero o, se si preferisce, restauro
della processione, senza mai perdere di vista l’intera Settimana
Santa, è un obbligo essenziale e soprattutto morale. Occorre per
questo, e prima di ogni altra cosa, la precisa e reale volontà di
volerla veramente salvare attraverso una più che seria azione concreta.
Occorre perciò migliorarla, restituendo ad essa dignità (religiosa,
storica, tradizionale) al fine di garantirne l’enorme rilevanza
culturale in essa insita. Il degrado a mera, vuota, disordinata e noiosa
parata lo grida in termini ossessivi a chi ama veramente tale momento,
condividendo di esso l’enorme importanza per la città di Trapani e
per i trapanesi e, non ultimo, per i valori Cristiani universali in esso
insiti. Tutto questo rappresenta lavoro fondamentale di assoluta
importanza, prioritario sopra qualsiasi altra cosa che non sia
processione e recupero. Mi permetto infine di ribadire ancora un
concetto già espresso, nella speranza che esso possa rimanere veramente
impresso nelle coscienze di tutti noi: benefici amo dei Misteri,
immagini processionali secolari e di grande pregio artistico. Tali
immagini perdono le loro valenze giusto nella processione, motivo per il
quale vennero realizzate. La loro antichità e bellezza molto spesso
superano quelle relative le più famose e rinomate settimane sante
spagnole. Allora, ma non certo per le ultime affermazioni, il tentativo
di una vera e propria rifondazione va per forza esperito. Con infinita
buona volontà, autentico buon senso, titanica umiltà, immane lavoro e
inesauribile perseveranza. “
Abbiamo restaurato le immagini, restauriamo la processione”. Trapani,
7 gennaio 2006.
Il coordinatore responsabile- sezione
tecnico-storica
Dott. Giovanni Cammareri.
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Relazione n.2