Unione Maestranze - Sezione tecnico-storica

Progetto recupero e valorizzazione della Settimana Santa a Trapani

Relazione n°1

 

a cura di Giovanni Cammareri


 

A volte l’uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi, si rialza e continua per la sua strada. (W. Churchill)..

Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio; e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato.

In altre parole: per poter criticare si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza. (Gandhi).

 

L’anno 1975 fu il primo in cui tutte le processioni della Settimana Santa di Trapani vennero organizzate dalla medesima struttura associativa. Nel giugno dell’anno prima infatti, era nata l’Unione Maestranze. Di quella neo Unione vadano ricordati i signori Paolino Romano, Giuseppe Savona, Pio Romeo, Vito D’Aleo, Giuseppe Taormina, Michele Sansica, Salvatore Anastasi, Pietro Lipari, Benvenuto Lantillo, Antonio Nocitra, Francesco Cognata, Gaetano Garuccio, Pierino Bellomo, Salvatore Bellomo, Cap. Francesco Bosco e il Cav. Nicola Impellizzeri, primo Presidente della storia. Questi e ovviamente altri uomini rappresentarono l’anello di congiunzione fra il passato e l’inedito presente che apriva nuove prospettive dal punto di vista soprattutto economico (questua, contributi da parte di Enti Pubblici). La netta scissione che aveva caratterizzato il rapporto tra i ceti, atta ad alimentare però la linfa vitale plurisecolare frutto dello spirito di emulazione fra gli stessi ceti, si faceva sempre più labile. Ma sopravviveva. Elementi estranei alla volontà dei consoli, imposti soprattutto da eventi sociologici, mutavano purtroppo il rapporto (emozionale, religioso-devozionale, affettivo) con le feste in genere. A livello locale, la città (analogamente ad altre) trovava espansione verso nuovi quartieri (popolari e residenziali). I trapanesi iniziarono perciò ad allontanarsi dall’antico nucleo urbano, ossia dal centro storico, di conseguenza dalle espressioni storico-tradizionali che lo agitavano e che lo avevano caratterizzato, e per le quali avevano esternato il secolare e sentito orgoglio di essere stati parti integranti di quel vissuto. I movimenti sessantottini non facilitarono l’amore per le proprie radici nè la conservazione. Tutt’altro. Vollero dare, soprattutto delle feste religiose, una immagine vetusta e medievaleggiante. Alimentarono la convinzione di una appartenenza a un passato sbagliato e da cancellare totalmente. Le feste religiose insomma, non solo non servivano al progresso ma erano da intralcio. La gente cominciò a cercare emozioni altrove. I giovani della fine degli anni ‘60, primi ‘70, assunsero atteggiamenti sarcastici e di disprezzo verso ciò che oggi va ricercato e rivalutato da un insopprimibile desiderio di riscoperta e rispetto per quelle radici. Tendenza iniziata verso i primi degli anni ‘80. Ecco, la succinta analisi del periodo diviene fondamentale per comprendere contesto e dinamica culturale entro il quale inizia a operare l’Unione Maestranze, sebbene il periodo antecedente rappresenti anche esigenza e spinta propulsiva alla sua stessa fondazione. A livello embrionale insomma, qualcosa si muoveva già verso la metà degli anni ‘60. I tempi cambiavano e i ceti morivano. Ceti (prima Maestranze) storici come Bottai, Canapai, Mugnai, Crivellatori di cereali (questi ultimi già dall’immediato Dopoguerra) che avevano occupato spazi rilevanti nel tessuto economico della città, non ressero più il confronto con le nuove realtà lavorative e si avviarono al declino. E la processione dei Misteri, che sempre è stata lo specchio della locale vita cittadina, continuava a riflettere questi cambiamenti. Il ceto Fabbriferrai, “stagnini e meccanici”divenne Metallurgici; ai Crivellatori subentrarono gli “impiegati comunali” prima e i “pescivendoli” dal ‘56; ai soli Funai si aggiunsero, nel 1966, i “pittori e decoratori”; nello stesso anno la categoria “abbigliamento e tessili” sostituisce i Bottai, i “cementisti” si associano e si dissociano dai Muratori e Scalpellini, quindi anche i Vinattieri, dopo Carrettieri e Agricoltori, abbandonano il Sacro Gruppo dell’Ascesa al Calvario mentre- “pasticcieri”, “baristi”, “albergatori” vanno ad aggregarsi ai “camerieri” ed “autisti” nella cura del simulacro dell’Addolorata quando erano scomparsi da un pezzo Cocchieri e Staffieri. Vada notata la soluzione di continuità quasi naturale presente in taluni passaggi, totalmente assente in altri. Maggiore attinenza storica avrebbe avuto ad esempio l’aggregazione dell’abbigliamento e tessili ai Sarti ( oggi uniti ai “tappezzieri”), ceto peraltro, già nel ‘66, non particolarmente florido, per non parlare dei Salinai, storica maestranza, nonchè simbolo del mondo produttivo trapanese, relegata in quegli anni in un ruolo dì assoluto anonimato (e con il serio rischio di estinzione), dopo avere partecipato ad un paio di secoli di processioni da indiscussi protagonisti. Si pensi che quando nel 1959, per la prima volta, i Salinai dovettero uscire senza banda musicale, fu così forte la costernazione (perchè tanto forte era l’abitudine alla tradizione) che taluni giornalisti avanzarono proposta al Comune di spesare la “musica” al prestigioso ceto. Ma quelli erano altri tempi. Il fenomeno di avvicendamento dei ceti, acuito subito dopo la metà degli anni ‘60 trova comunque riscontro anche nel lontanissimo passato. Non a caso perfino i Corallai, fiorente maestranza locale, è costretta ad abbandonare la processione nel lontano 1790. Al loro posto subentreranno proprio i Salinai nella cura del Trasporto al Sepolcro. Obiettivo di questa disamina voleva tuttavia essere quello di sintetizzare la naturale dinamicità evolutiva della processione, almeno nella parte inerente l’aspetto economico-organizzativo nel rapporto processione-realtà sociale in un continuo adegual11ento (o adattamento) alle diverse epoche. E’ qui che va a innestarsi la problematica dei cambiamenti, la giustezza o l’esaspèrazione di questi cambiamenti, il controllo sui cambiamenti.

In genere, la festa va cambiata? No. Cioè: non va cambiata nella misura in cui la modifica sia frutto di iniziative personali, arbitrarie, inutili e che non tengono conto di taluni punti fermi del passato e quindi della tradizione e della storia e che soprattutto non comportano benefici ai contenuti (peggio ancora se la svuota di contenuti) e all’estetica. Sì, va cambiata: se l’adeguamento risulti frutto di un iter naturale, addirittura necessario affinchè la festa non assurga a residuato archeologico. In questa caso nessuno l’ha cambiata, si è cambiata da sola poichè la festa deve essere la festa del proprio tempo, di ogni tempo in cui essa ha avuto luogo, della gente che si avvicenda nel vivere la festa. Ma l’attualizzazione della festa non può mai dipendere da quelle iniziative e da quei metodi cui si accennava. Nella processione dei Misteri l’avvicendamento dei ceti rimane perciò esempio lampante di cambiamenti naturali, “necessari”, incontestabili. Ecco perchè ho inteso parlarne. Sebbene la nostra generazione conservi ancora il rammarico di non poter mai più dire u’ misteri ’uttara, u misteri ‘cannavara e cosi via. Non provando tuttavia alcuna nostalgia per i Corallai per il semplice fatto che tale maestranza mai è appartenuta ai nostri personali ricordi. E neanche ai racconti dei nostri nonni.

 

Dalla processione dei Misteri del 1969 a quella del 1971 sembrò fosse trascorso un secolo. Invece, in soli due anni, una dolorosa e più rapida transizione aveva stravolto gli assetti emotivi ed economici dei ceti. Il disinteresse che per questo genere di cose aveva cominciato a manifestarsi all’esterno cominciava a invadere seriamente il contesto organizzativo. Le antiche scinnute ad esempio, erano diventate una vera incombenza. Nell’arco di qualche anno furono parecchi i venerdì di Quaresima che registrarono la chiara latitanza da parte dei ceti ai quali spettavano (per dovere, non per diritto ). Per essere più chiari: le funzioni non si facevano e la chiesa rimaneva chiusa. Il vero o presunto alibi delle difficoltà economiche fece finire l’icona di Maria SS. della Pietà (di fatto una Sulità) in cura ai Fruttivendoli, sopra un carrello (con ruote, ovviamente) dal quale venne “miracolosamente”rimossa entro il giorno della processione. Pare previo intervento dell’allora E.P.T. Lo stesso che accorrendo in aiuto di qualche categoria, intese privarla (ma probabilmente c’era dell’altro) della dicitura impressa sul drappo nero, facendola coprire. Anno 1971. L’anno seguente saranno i Fornai a uscire, per una forma di protesta, il Gruppo Sacro ad essi affidato privo dell’addobbo floreale. A guardarla dall’esterno però, la processione dei Misteri conservava il suo antico assetto. Aperta dai Confratelli di San Michele Arcangelo in sacco rosso e visiera bianca, in tutte le sue fasi risultava poi estremamente dinamica, sebbene venisse comunque descritta come una processione lenta. I tempi erano i seguenti: circa un’ora per uscire, due per entrare, una (o poco più) per sfilare, mezz’ora al massimo per disporre i Gruppi in Piazza Vittorio, un quarto d’ora per allinearli al Corso. L’itinerario continuò a essere imperniato sul centro storico e la percorrenza della via Fardella si svolgeva in tempi ragionevolmente brevi (andata e ritorno in circa tre ore e anche meno). Non occorreva del resto, procedere necessariamente con la musica. I Misteri avanzavano molto spesso con un’andatura impressa attraverso lo strisciare veloce dei piedi da parte dei portatori nel caratteristico arrancare (oggi rarissimo), contrapposto a un’annacata oggi esasperata in tutte le sue forme e allora perfino poco frequente. Ciò ovviamente risultava favorito dalla presenza di poche bande musicali a tutto vantaggio di. quanti assistevano al passaggio dei Sacri Gruppi, ancora meravigliosamente incagliati l’un con l’altro lungo l’intero percorso. Esistevano infine (sono esistite sempre) anche le vutate, ma non si protraevano certamente (a differenza di quanto avviene ai nostri giorni) per la durata di una intera marcia, la stessa che oggi necessita per fare ingresso a Piazza Vittorio, in Piazza Purgatorio, e che non basta più per lasciare la piazzetta, subito dopo l’uscita, per non parlare del rientro in chiesa. I processionanti invece, dei quali disponevano soltanto i ceti con “la musica” (eccezionalmente chi era senza) continuarono a vestire in nero anche se ormai era invalso l’uso di reperirli e pagarli, eccezion fatta per i devoti che precedevano numerosi (per motivi di voto) l’Ascesa al Calvario, a un certo momento scoraggiati (non è chiarissima la logica che ne ha voluto il totale allontanamento) e dirottati innanzi l’Addolorata che invece aveva processioni brevi, con poche donne e bambini vestititi da angioletti e da cosiddette virgineddi, ossia con l’abito della prima comunione.

I portatori del simulacro, unitamente a chi reggeva le aste del baldacchino, indossavano anch’essi il sacco rosso e la visiera bianca (molto spesso arrotolata sulla fronte). La processione iniziava alle 15,00, qualche volta alle 14,30, per concludersi intorno alle 11/11,30 di Sabato Santo. La cerimonia religiosa serale aveva luogo alle 20,00 e negli anni 1971,’72,’73 si tenne in Corso Vitt. Emanuele nell’ambito di un itinerario poco tradizionale che spostò radicalmente lo scenario mattutino con lapercorrenza conclusiva, nell’ordine, delle seguenti vie: Garibaldi, Torrearsa, Casina della Palme, P .zza Lucadelli, via S. Francesco d’ Assisisi e p.tta Purgatorio.

 

Il 23 Giugno 1974 nasce l’Unione Maestranze.

Nasce quindi in un contesto di mutamenti culturali affatto irrilevanti. Il sodalizio non solo si ritrova a fronteggiare problematiche di varia natura (non ultimo l’atteggiamento di disinteresse generalizzato nei confronti di siffatte manifestazioni), ma ben presto viene pure coinvolto in una causa presso i tribunali ecclesiastici (durata quattordici anni) con la Confraternita di San Michele Arcangelo, il cui statuto veniva rinnovato nel dicembre dello stesso anno. Diritto apparente da contendere: la proprietà dei Gruppi. Il coinvolgimento portò fin dall’inizio l’Unione ad attenzionare altre problematiche, a distrarsi cioè dall’organizzazione vera e propria della processione, con notevole dispendio di energie e denaro e, quel che è peggio, portò ad alimentare rancori più o meno personali e generalizzati nei confronti della Confraternita in genere. Il clima insomma, non era tra i più sereni. L’allontanamento di taluni personaggi che non poco avevano contribuito alla “rinascita” del Dopoguerra, il continuo e manifesto clima di conflittualità, la mancanza di punti di riferimento sotto il profilo della conservazione, l’errata convinzione di “asservire” i turisti, il senso del religioso e del sacro sempre più annacquato, l’estrema libertà avvertita dai “consoli”- ritrovatisi privi di quella che atavicamente veniva considerata una sorta di ingerenza da parte della Confraternita (di fatto un contrappeso determinante alle “libere” iniziative)- , il cambio generazionale degli stessi “consoli” e collaboratori apri definitivamente un processo di depauperamento sempre più rapido e mai arrestatosi. La riscoperta, nei primi anni ‘80, delle feste religiose inoltre, non fu poi accompagnata da un recupero di altri valori; soprattutto, paradossalmente, di quelli religiosi. Ciò contribuì ad accelerare il menzionato processo. La ricerca affannosa delle novità, di forme di spettacolarità non necessarie (ulteriormente deleterie semmai), anno dopo anno, favorirono tale azione ormai incontrollabile. Insomma, la processione dei Misteri stava trasformandosi in qualcosa di “importante”, un evento mediatico, perfino, qualcosa da cui era meglio non rimanere fuori, alla quale occorreva partecipare a tutti i costi: da musicante, da portatore improvvisato, da addetto ai lavori, ancora meglio da “console” o discretamente che andava, da, ..incappucciato. Già, perchè dal 1974 avevano iniziato a fare comparsa, al posto dei tradizionali abiti scuri dei partecipanti alle singole processioni dei ceti, sacchi e cappucci (quell’anno proposti soltanto dai Muratori e dai Falegnami) di varie colorazioni, roba fantasiosa, che dava colore e di straordinaria praticità, utile ad alimentare l’equivoco di una tradizione mai esistita quando, a un certo punto, vennero. ..”vietati”. La scelta di tale abbigliamento venne quindi dettata dalla comodità di confezionare sacchi e cappucci aventi taglie standard (uguale per chiunque li indossava), a differenza degli abiti (giacche e pantaloni) che dovevano rispondere a taglie individualizzate. Il risultato finale risultò il seguente. Primo: lo spettatore casuale credeva di assistere al passaggio di confraternite. Invece, come si sa, non si trattava di confraternite ma di ragazzi ingaggiati per l’occasione. La differenza non è di poco conto. Le confraternite sono associazioni di laici aventi finalità assistenziali e religiose, strutturate e regolamentate secondo le leggi di diritto ecclesiastico e dipendenti dalle autorità ecclesiali. Non è certo un sacco e un cappuccio a fare un confrate. Quindi, lo spettatore non dico venisse preso in giro ( non era questo l’intento ), ma di sicuro assisteva a una finzione. Secondo: i costumi non riproducevano i colori di confraternte esistenti a Trapani fino alla soppressione post unitaria degli ordini religiosi a parte Falegnami e Pescatori che confezionarono abiti che quantomeno nei colori richiamavano le confraternite di S. Giuseppe e della Gurga, a suo tempo composte da falegnami e pescatori. Le altre processioni non davano vita pertanto neanche a una rappresentazione storico-simbolica che sarebbe risultata comunque erronea per la motivazione espressa nel punto seguente. Terzo: a parte la Confraternita di S. Michele, le confraternite locali non intervenivano alla processione del Venerdì Santo. Le attuali e insistenti polemiche -peraltro riverberate fino alla rivista Focus (n°150, aprile 2005) 7che in una breve didascalia affronta il problema con la stessa superficialità con la quale è stato affrontato a Trapani -portate avanti da coloro i quali chiedono a viva voce il ripristino degli “incappucciati “, declamando la tradizione, sono ampliamente infondate. Di fatto è proprio l’antitradizione che intenderebbero ripristinare. E’ abbastanza l’eredità lasciata da queste vestimenta spesso create da gusti e accoppiamenti cromatici assolutamente personali e già a suo tempo realizzati con stoffe di discutibile qualità e fattura. Tolti i cappucci infatti, tutto il resto (mantelli, tuniche ecc.) è rimasto. Ciò a discapito della vera tradizione che voleva le maestranze in abito scuro, guanti e cravatta neri, abitino d’argento (bassorilievo rappresentante il Gruppo Sacro di appartenenza) sul petto, sorretto da una elegante cordicella. In conclusione di questo argomento vadano ricordati altri due punti: la Confraternita di San Michele e quella di S. Anna. In effetti l’unico personale rimpianto per la scomparsa degli incappucciati rimane legato alla mancata presenza, ormai da11999, della prima. Ricordo che, assieme al suo patrimonio, essa venne risparmiata dalla prima citata legiferazione successiva all’unità d’Italia. Inutile ribadirne la storia e i legami con la processione dei Misteri. Oggi, di fatto la confraternita esiste ma, pare, non abbia iscritti sufficienti. Di sicuro rimane auspicabile il suo reinserimento nel posto che le spetta per storia e tradizione. Ma ovviamente occorre che abbia dei veri confrati nel pieno rispetto delle finalità tipiche di tali sodalizi e dei legami istituzionali di competenza. La nuova costituzione di essa e quindi la partecipazione alla processione non dipendono perciò dall’Unione Maestranze. Ho inoltre motivo di ritenere banale il ripristino dei soli costumi come elemento simbolico, per l’indebita appropriazione di una tenuta ufficiale altrui e per la finzione che alimenterebbe. La soluzione risulterebbe inoltre a dir poco equivoca soprattutto in riferimento ai propositi di un serio restauro delle processioni della Settimana Santa da parte dell’Unione Maestranze e, se possibile, in sinergia con la Chiesa e le Pubbliche Istituzioni. Rimane la Confraternita di S. Anna, anticamente meglio conosciuta come di S. Annella è sopravvissuta fino ai primi anni ‘30. Detta Compagnia introdusse nel 1723 la processione di Maria SS. della Pietà nel giorno di Giovedì Santo; Mercoledì da11956. Dal 1994 vennero ripristinati i costumi. I soli costumi. Il sottoscritto, individualmente e per conto dell’Associazione La Casazza ne è stato anche un promotore. Personalmente ammetto di avere completamente sottovalutato l’aspetto inerente la veridicità della scelta, mancante per le medesime motivazioni prima esposte, e di avere pensato di privilegiare quello puramente scenico-coreografico. Nell’intento i costumi avrebbero dovuto migliorare le soluzioni preesistenti, ossia: processioni composte da “monachine”e altre figure più o meno discutibili. La scomparsa dell’uso dei cappucci però, ha reso ugualmente indecifrabile questo tipo di abbigliamento. Per di più l’utilizzo del cappello con i fiocchi (che di per se ha una precisa origine) senza il cappuccio, rende monca la già errata idea e poco gradevole la comparsa. E’ davvero auspicabile una ulteriore e dignitosa soluzione per la composizione futura di detta processione.

 

Va ribadito quanto il passaggio alla struttura associativa del 1974 non abbia arrecato contestuali e sostanziali modifiche a un assetto della processione (quella dei Misteri) che rimase inizialmente immutato grazie alla consistenza di uomini che avevano addirittura vissuto la processione dell’anteguerra. Erano sì mutati i percorsi, anzi, a partire dal 1957 le modifiche annuali avevano soppiantato il cosiddetto percorso storico che aveva subito una prima revisione nel 1947, anno, tra l’altro, dell’introduzione della via Fardella. Ma la maggior parte del suo svolgimento, la processione continuava ad averla all’interno del centro storico. Introdotta nel 1952, continuava ad avere luogo la cerimonia in piazza Vittorio Emanuele. La processione conservava una più gradevole dinamicità e le sequenze della Passione e Morte (contenuti salienti da non relegare a un ruolo di secondo piano) scorrevano come legate da un’unica traccia; insomma il concetto dell’unica processione, la processione dei Misteri, non appariva suscettibile a mutamenti di sorta, a ricezioni di nuovi schemi che l’avrebbero resa frammentata, elefantiaca e a tratti insostenibile a causa delle lunghissime attese cui cominciò a essere sottoposta la gente a partire dalla metà degli anni ‘80. Ovviamente, come tutti i fenomeni, esso cominciò gradatamente, sebbene i tempi delle trasformazioni assumono, a partire proprio da quegli anni, andamenti molto più celeri se paragonati a mutamenti che in passato necessitavano di parecchi decenni prima di attecchire veramente. I Sacri Gruppi conservavano grosso modo la fisionomia assunta alla fine degli anni ‘50, addobbi ricchi e coloratissimi costituiti da garofani, iris, calle, rami di mandorli, tulipani, sterlizie, perdendo però, proprio nell’arco di appena due anni esatti (1969/71) l’illuminazione a cera e le candele elettriche che avevano convissuto con quelle di cera, appunto, fin dalla fine degli anni ‘30. I drappi neri attorno alle vare, realizzati uguali per tutti ne11950, cominciavano a essere cambiati diversificandosi da ceto aceto. Dal 1970 l’ Addolorata non viene più condotta in processione sull’artistico podio che le conferiva maggiore solennità diversificandola dai “Misteri “ veri e propri; tra questi, l’Arresto e La Caduta al Cedron, mutando la disposizione delle aste iniziano .a procedere diversamente, mostrando cioè sul davanti, ciò che fino a quel momento era il lato. Migliore sembrò risultare la prospettiva della Caduta al Cedron, lo stesso non può dirsi dell’Arresto, per la forma decisamente rettangolare della vara dettata dalla disposizione dei personaggi. Gli anni ‘80 furono gli anni del ritorno di quanti avevano addirittura disprezzato le feste religiose. Ma la riscoperta non coincise con la conservazione. Il ricambio dei vecchi consoli vide l’arrivo di persone sempre più estranee all’essenza della processione, alla sua storia, alla tradizione; in una sola parola, alle radici.

Se prima i figli subentravano ai padri e poi toccava ai nipoti, tramandandosi tacitamente un preciso codice rituale, sempre lo stesso, collaudato e rispettato da secoli, ora non era più così. Persone senza radici cominciarono a far parte dell’organizzazione.

Se ad essi va l’indubbio merito di avere comunque lavorato anno dopo anno al fine di far muovere una macchina organizzativa complessa (che loro però hanno deciso dovesse diventare tale), va rimproverato la presunzione di non essersi informati sui valori e i contenuti della processione (sempre più mia manifestazione) e di agire secondo principi e schemi organizzativi persino estranei alla stessa processione dei Misteri, rifiutando qualsiasi guida, ritenendo l’innovazione più sconsiderata il metodo giusto per operare. Infatti, proprio in quegli anni, consolidato ormai l’uso dei sacchi e dei cappucci per i processionanti, cominciarono a comparire fitte schiere di soldati romani con corazze e scudi; ebrei, abiti da sacerdoti e sacerdotesse del Sinedrio ecc. con l’aggiunta di elementi simbolici e forvianti quali bracieri accesi, lanterne tenute in mano al posto delle candele, Tavole delle Leggi sollevate da qualche figurante; una volta persino un gallo vivo tenuto in braccio, ecc. C’era, fra la gente assolutamente comune, chi non esitava a ravvedere una sorta di emulazione della rappresentazione marsalese del Giovedì Santo, tanto risultò evidente la ricerca di teatralità e di cambiamenti dei costumi fatti indossare ai soliti ragazzi i quali intendevano partecipare. Intendevano, volevano partecipare, ora che la processione del Venerdì Santo era ritornata a essere “importante”. Ma purtroppo era o stava diventando un’altra cosa. Grazie a questa nuova disponibilità, questo riavvicinamento di giovani (la cosa fu valutata positivamente, ma di fatto veniva alimentata una partecipazione alla forma e non alla sostanza del Venerdì Santo ), aumentarono i ceti che cominciarono a essere preceduti da una propria processione, aumentarono le bande musicali: anche perchè aumentava il senso dell’ostentazione della società in genere. Uscire il proprio Gruppo Sacro con la musica divenne la regola, non l’eccezione. Non disporre di una propria banda musicale diventava qualcosa di improponibile, non la normalità che per oltre un secolo variava di fatto la processione di almeno un anno. Ovvio come l’intero corteo si allungò e i tempi della sfilata e della durata complessiva, anche.

 

 

A causa dell’eccessiva attenzione riservata alla processione dei Misteri, il concetto di Settimana Santa a Trapani continuava a rimanere qualcosa di scarsa applicazione. Invece, un discorso unitario (molti anni addietro supportato da un diverso atteggiamento essenzialmente religioso-devozionale) finalmente chiaro, gioverebbe a tutte le manifestazioni, meglio ancora se collegate anche alle celebrazioni prettamente religiose. Ciò migliorerebbe l’intera Settimana Santa, alla luce di un recupero essenziale dei contenuti,’naturale traino a tutto il resto. Insomma, la scissione tra riti minori e maggiori e la scarsa rilevanza promozionale riservata alle processioni delle due Pietà contribuì, probabilmente, a non fare registrare eccessivi mutamenti a queste due processioni. Tuttavia, la processione della Madonna dei Massari, che prima del 1956 usciva alle 20,00 del Mercoledì Santo, giungendo alla mezzanotte in Piazza Lucatelli, venne dapprima anticipata alle 18,00 del Martedì (conclusione alle 22,00), poi alle 17,00; quindi alle attuali 16,00, divenendo una processione essenzialmente diurna e perdendo inoltre la sua peculiarità di processione vespertina, rionale e di categoria. Ma un fatto ancor più rilevante venne a verificarsi sul finire degli anni ‘80: l’apparente improvviso travaso di folle dal Mercoledì Santo - ormai riservato alla processione dell’altra Pietà in cura ai Fruttivendoli -al Martedì. Se da un lato il fenomeno contribuì ad accrescere il seguito prima mancante alla sacra immagine dei .Massari, proprio per quelle caratteristiche della processione prima elencate, dall’altro evidenziava che nel contesto religioso-devozionale e sociale tante altre cose cambiavano. Primo fra tutto, andava scemando l’enorme seguito di cui aveva goduto la Madre Pietà detta d‘u Populu. Attaccamento devozionale, senso della tradizione, appartenenza a una precisa categoria, non appartenenza a un’altra, nella fattispecie, ai Massari. I trapanesi partecipavano in massa (anche scalzi) alla processione del Mercoledì Santo poichè in quell’icona riponevano attenzione, fede, legame affettivo, elargizioni di ex voto; non partecipavano all’altra poichè quella apparteneva solo ai Massari! Parte della grande folla che accompagnava l’icona della Pietà detta d’u Populu, ricordo si spostava momentaneamente in Piazza Lucatelli per assistere al solo avvio della processione serale. dei Massari. Tra l’altro tale movimento risultava possibile dal fatto che la banda musicale cittadina suonava in tutte e due le processioni, per cui detto avvio non poteva avere luogo se non dopo il rientro di Maria SS. della Pietà. Subito dopo la gente si dileguava, lasciando a sparuti gruppi di persone l’accompagnamento della sacra immagine fino in chiesa. Non so quanto ortodosso possa oggi apparire il ragionamento, ma era così e non mi pare tutto ciò possa essere suscettibile di biasimo. Del resto se la processione della Pietà d’u populu, più antica di centotredici anni rispetto all’altra, venne in origine a inserirsi nel giorno di Giovedì Santo, fu anche per l’importanza di detta giornata sotto il profilo dei contenuti della Settimana Santa. L’icona “girava” i cosiddetti Sepolcri in cerca del Figlio. Questo era soprattutto il senso del suo itinerario, anticipando le stesse strade percorse il giorno successivo dai Misteri. L’anticipo a un giorno più “comune” generò i prodromi dei mutamenti. Successivamente, altre cause vennero perciò ad aggiungersi, perché, come sempre accade, è sempre la somma delle concause a determinare i mutamenti. La mancata individuazione a una categoria quindi, l’appiattimento delle suddivisioni socio- economiche, l’affievolimento del senso religioso, il non riconoscimento di quanto appartiene alle proprie tradizioni (anche familiari), fece si che i trapanesi cominciarono a partecipare indifferentemente all’una o all’altra processione, molto spesso senza riconoscere ne l’una ne l’altra. Ma la problematica più rilevante rimane oggi il modo con cui si partecipa a queste due processioni che, a parere di molti, mancano di sacralità. Non si capisce per esempio, le enormi distanze che spesso vengono a generarsi tra processionanti e simulacri. Voglio ricordare che questo prima non accadeva. L’attenzione nel seguire e ordinare continuamente i cortei veniva affidata al cosiddetto “crocifero”, comunemente conosciuto come “battistrada” (figura quasi scomparsa), una persona cioè di esperienza che con una croce di legno in mano, usata a mo di bacchetta, andava continuamente su e giù in mezzo alle due file, tenendole ordinate e compatte. Tale presenza era riscontrabile anche e soprattutto nelle singole processioni poste a precedere i “gruppi” dei Misteri. Gli itinerari, lo spazio codificato, suscettibile cioè alla sacralizzazione hanno infine subito delle modifiche che hanno appesantito e a tratti snaturato le due processioni. Dal 1997, la processione in cura ai Fruttivendoli viene spinta verso i nuovi quartieri di via Virgilio, un contesto urbanistico-architettonico che parecchio contrasta con l’aspetto estetico delle antiche processioni cittadine molto spesso plasmate dal gusto barocco dell’epoca in cui si sono sviluppate. Tale scelta pare sia supportata dalla “necessità” di raggiungere il Mercato Ortofrutticolo (e se fosse stato ubicato al Rione Palme?) e viene mitigata dall’alternanza con un percorso che un anno sì e uno no conferisce suggestività e bellezza alla processione, senza quella parentesi che sembra drasticamente, fastidiosamente spezzarla in tre momenti: centro storico (percorso in gran fretta al fine di non allungare eccessivamente i tempi di durata complessiva della processione); via Virgilio ecc. ; centro storico. Anche la processione del Martedì Santo ha subito delle modifiche nel percorso. Se rimane accettabile la percorrenza immediatamente dopo l’uscita di talune vie quali via Argentieri, Cuba, delle Arti ( si ricorderà che il corteo si dirigeva immediatamente verso i “suoi” quartieri: via S. Francesco D’Assisi, Ballotta, Custonaci, Corallai), rimane alquanto discutibile l’itinerario del 2005 che l’ha addirittura condotto verso Corso Italia, XXX Gennaio, Garibaldi, snaturandolo totalmente e per troppe ore da un contesto che continuerebbe a conferirle calore e devozione. Rimane auspicabile che la freddezza che l’ha accompagnata lungo questo tragitto sia stata avvertita da parte di chi ha proposto tale variazione. Che quantomeno sia inoltre servita a sperimentare ciò che in futuro andrebbe evitato considerati origini, storia e contenuti; per il bene e le caratteristiche proprie di questa processione che va differenziata dalle altre al fine di non farle smarrire tipicità e bellezza nelle strade a cui non appartiene. Mi si consenta infine un’ultima considerazione a riguardo degli arredi della cappella lignea di Piazza Lucadelli. Ricchissima di fregi e decori dorati e argentati apposti su paramenti di varie colorazioni, con il passare degli anni essa ne è stata totalmente spogliata. Si disse per la scomparsa della persona che svolgeva a Trapani proprio il mestiere di “paratore”. Tuttavia, sempre nel 2005, un ennesimo rivestimento, questa volta bianco (sfondo a una vara bianca) ha ancora una volta accentuato la perdita di quelle colorazioni (frattanto divenute soltanto viola e celesti) che conferivano drammaticità e festosità allo stesso tempo a quel luogo altrettanto caratteristico e proprio alla sola Madonna dei Massari, come popolarmente chiamata da quanti la conoscono e la amano veramente.

 

L‘inizio degli anni ‘80 segnò l’avvio delle dirette televisive da parte delle neonate emittenti private locali. Tele Scirocco improvvisò la prima in assoluto al passaggio dei “gruppi” da Piazza Gen Scio, esattamente da sotto i balconi della propria sede. Nel giro di due anni si pensò di realizzare le dirette del rientro in chiesa dell’intera processione e non più una ma più emittenti cominciarono a piazzare le proprie telecamere nei dirimpettai balconi prima, su palchetti montati nella piazzetta, in seguito. Tanti decodificarono questi interventi televisivi come crescita della manifestazione, di un qualcosa che confermava la propria importanza grazie alla televisione. Di fatto la trasmissione della processione andò a modificare ulteriormente il rapporto umano con i Misteri contribuendo parecchio al processo di decadenza già avviato. La prima conseguenza fu lo svuotamento, al mattino, del Corso Vitt. Emanuele e delle strade adiacenti in prossimità della chiesa del Purgatorio .I trapanesi, soprattutto quelli ormai lontani dal centro storico per i quali diventava definitiva la recisione di certi legami affettivi, cominciarono a preferite la “comoda poltrona di casa” (uso la medesima espressione di molteplici risposte di una indagine svolta personalmente in quel periodo). Insomma, al Sabato Santo mattino un buon 60% cominciò a disertare le strade e quindi quel momento finale, caratterizzato soprattutto dalla sfilata lungo il Corso che perdette, pressoché immediatamente, fascino e significato, diventando qualcosa di irrimediabilmente squallido. Basti guardare fotografie e filmati d’epoca per capire che quello, probabilmente, rappresentava il momento topico della processione, non un semplice transito in vista del rientro. Quest’ultimo, inoltre, non aveva l’alone di falso rituale cui oggi si vuole attribuire. Rappresentava il semplice momento conclusivo e basta. Senza tanti fronzoli e orpelli. Non a caso la stragrande maggioranza della gente preferiva assistere al passaggio dei “sacri gruppi”al Corso piuttosto che davanti la chiesa. I Misteri giungevano nella piazzetta e vi entravano rapidamente; un po’ più lentamente (al di sotto dei dieci minuti) quelli aventi la banda musicale. Entravano addirittura in avanti i primi, all’indietro i secondi. Nessuna ricerca di forme sceniche, nessuna forma di ostentazione o di esibizionismo e ancora, nessun tentativo da gara di resistenza veniva offerto da parte dei portatori con il compiacimento degli addetti ai lavori. Sì, certamente c’era comunque chi intendeva fare una “migliore figura”, ma questa rispondeva alla logica dell’essere più ordinati, più composti, più decorosi degli altri. Tutto questo fin quando non giunsero le telecamere, utili ad alimentare equivoci ed errate convinzioni su ciò che doveva cominciare a rappresentare questa di storta concezione dell’ entrata. Ben presto si ebbe la netta percezione che,’ oltre alla via Fardella, la processione aveva motivo di trovare la propria motivazione nell’entrata! Ancora prima di uscire! Qualche ceto iniziò a dilungare oltre ogni limite la durata del proprio rientro. E gli altri non poterono che fare altrimenti. Allora si cominciò pure a entrare e uscire ripetutamente il Sacro -mi permetto di definirlo ancora- “gruppo”. Innumerevoli volte. E la gente cominciò ad applaudire. Ma non era più la stessa gente di prima. La gente non guardava più ormai, magari per un po’, la scena significativa rappresentata dal Mistero. Nessuna riflessione almeno, di natura religiosa, ormai suscitava. Al pubblico, è il caso di dire, bastò un niente per attenzionare chi indugiava più di altri, chi entrava e usciva di più il “gruppo” dalla chiesa, chi durava di più insomma, in questa gara di resistenza. Il tutto con le televisioni che trasmettevano indiretta le varie performance degne di applausi. O fischi. Se era il caso di fischiare (per es. i Macellai che privi di banda musicale entrano il “gruppo” in avanti, tanto per ricordare un caso). E il bello fu che pseudo antropologi vollero insignire di chissà quali intimi significati e di codici rituali questo nuovo modo di concepire l’entrata. Inoltre, cronisti disattenti e poco preparati in materia, non esitavano a spendere parole di elogi e apprezzamenti in favore del clima da cafè chantant che aveva velocemente soppiantato il silenzio e il misticismo di appena qualche anno prima. Ma loro, i commentatori (e pure gli studiosi), qualche anno prima non c’erano neanche stati, anzi, qualcuno di essi aveva fatto parte della fitta schiera degli assenti (per scelta politica) e del disprezzo dei primi anni ‘70. Con il forte alibi di rendere un servizio ai malati e agli anziani, a quanti insomma non avevano la possibilità di uscire da casa, le televisioni ravvisarono proprio nell’entrata (che con il loro contributo e per loro fortuna passò dalle due alle sei ore) una fonte non indifferente di introiti attraverso gli sponsor. Tra un rientro e l’altro cominciarono a essere trasmessi spot di qualsiasi genere, senza neanche un minimo di buon gusto sulle scelte dei prodotti. Oggi sarebbe interessante chiedere lo stesso nobile servizio prima menzionato, senza sponsor. Sarebbero sempre disponibili al servizio di quanti non possono uscire? Quando oltre all’entrata oggi viene trasmessa l’uscita, i lavori del Giovedì Santo sera e tra qualche tempo anche lo svolgimento dell’intera processione. Senza critiche costruttive, senza collaborare a una reale crescita, confermando continuamente la “grandiosità” della manifestazione solo perchè dura ventiquattro ore, perchè il corteo è lungo diversi chilometri, vi partecipano venti bande, perchè i fiori sono ricercatissimi e costosi. A chi giova tutto questo? Non credo alla processione. Non può mai alimentare l’attesa, tanto per citare qualcosa, la registrazione che poi viene mandata in onda innumerevoli volte a partire dal giorno di Pasqua e infinite volte perfino d’estate. In questo caso, si dice, per fare cosa gradita ai trapanesi che vivono fuori e ritornano per le vacanze. Così i Misteri vengono strumentalizzati, inflazionati; diventano nauseanti e, quando arriva il loro tempo, interessano sempre più a pochi.

 

Riassumendo l’attuale situazione di decadimento, punto annuale di partenza può essere individuato nelle cosiddette “scinnute” dei Venerdì di Quaresima, per i quali la Diocesi appare impegnata nel volere imprimere un maggiore e dovuto senso e significato religioso. Non ultima la Via Crucis che dal 2004, vede il coinvolgimento di gruppi parrocchiali diversi a ogni settimana e che viene conclusa (ad ogni venerdì), proprio nella chiesa del Purgatorio. Un’analisi storica sull’origine e successivi sviluppi della “scinnuta” condurrebbe lontano. E’ opportuno limitarsi al fatto che essa rappresentava motivo di riflessione religiosa e che i venerdì di Quaresima rimasero caratterizzati per circa tre secoli dalla sequenza che segue.

1°, Gesù nell’Orto;

2°, Gesù dinanzi ad Hanna (processo religioso);

3°, La Coronazione di spine;

4°, La Sentenza (processo politico);

5°, L’Ascesa al Calvario;

6°, Maria SS. Addolorata.

Sospesa in seguito la parentesi della Seconda guerra mondiale, la cerimonia riprese soltanto nel 1964. Per ragioni, pare, di natura economica La Caduta al Cedron prese il posto di Gesù nell’Orto, la Flagellazione subentrò alla Coronazione di spine. La nuova sequenza rimase immutata (a parte la triste parentesi degli anni ‘70, di cui si è detto) fino a quando taluni ceti, ravvedendo nella “scinnuta” una sorta di “privilegio”, pretesero un proprio spazio. La fine degli anni ‘80 venne caratterizzata da funzioni che trovarono svolgimento anche nelle giornate di sabato, domenica e lunedì. Eccezion fatta per le immagini delle due Pietà che da sempre sono state “scese” otto giorni prima della rispettiva processione, soprattutto negli ultimi anni le “scinnute” sono meglio ritornate ad occupare la sola giornata dei venerdì di Quaresima sebbene, in qualcuno di essi, più “gruppi” vengano contemporaneamente esposti nel corso della funzione. Se questo dovrà rimanere l’assetto (ormai quasi consolidato) delle nuove sequenze, rilevante rimanga almeno la conservazione del penultimo e dell’ultimo (Venerdì dei Dolori) venerdì là dove, di fatto, l’apparente tradizione locale si è innestata alle motivazioni di natura universale e religiosa che qui come altrove hanno riservato a Gesù portante la Croce e all’Addolorata dette giornate. Ritorniamo e concludiamo con la processione del Venerdì Santo che rappresenta, senza ombra di dubbio, il momento topico della Settimana Santa trapanese. E’ proprio tale appuntamento, purtroppo, a prestare il fianco a numerose critiche provenienti da più parti. A prescindere da talune considerazioni di natura antropologica riguardanti i cambiamenti delle feste in genere, peraltro talvolta anche accettabili purchè dovute ai nuovi tessuti sociali, cosa che comporta un adeguamento delle realtà festive, è stato già rimarcato quanto nella processione dei Misteri tale processo sia stato eccessivamente rapido e troppo spesso immotivato a riguardo di certi cambiamenti. Inutile ribadire quanto nell’ultimo ventennio detta processione abbia radicalmente mutato il suo aspetto estètico senza alcuna attenzione verso il passato -cioè alla tradizione secolare in essa racchiusa -e, peggio, al buon gusto. I metodi organizzativi non differenziano da certe sfilate carnevalesche per le quali, ogni anno è d’obbligo l’inventiva e l’innovazione. Questa sembra la logica degli attuali metodi organizzativi, ritenuti perfino razionali. Ridotta a una semplice sfilata, assolutamente priva di qualsiasi contenuto, la processione dei Misteri ha solo ingigantito i soli elementi forvianti: numero e vestimenta dei partecipanti, quantità di stendardi, di portatori, di bande musicali, di durata complessiva, di tempi occorrenti per l’uscita, per l’entrata, arrivo e ripartenza da Piazza Vittorio, tempo di durata delle cosiddette vutate (sempre più numerose di anno in anno ), tempo occorrente per il semplice passaggio del corteo. Di contro non si è tenuto più conto degli antichi percorsi (intendo almeno qualche frammento ), si è totalmente smarrito il comunque tenue senso di raccoglimento che c’era attorno ai Gruppi Sacri, l’identificazione, l’appartenenza della categoria a ciascuno di essi, la competenza e il decoro degli stessi rappresentanti di categoria; per non parlare dei portatori, privi ormai di qualsiasi etica comportamentale e di buon gusto, nonchè dei ragazzi che compongono le singole processioni. I gruppi bandistici frattanto hanno ingrossatole le fila e i settanta, talvolta anche ottanta componenti, finiscono con l’appesantire ulteriormente il già pesante carico dell’intero corteo che vede l’annuale partecipazione di diciotto-venti bande. Il risultato complessivo ha portato ad una elefantiaca e noiosa manifestazione nella quale il trapanese appare sempre più disaffezionato e stanco, mentre il turista ravvede solo una evidentissima e squallida finzione, rimarcando la totale assenza di sacralità che rende totalmente inutile la processione; qualsiasi processione. Accanto a ciò che sovente ho definito come il più grande disastro culturale dell’universo festivo cui abbia mai assistito, vada rimarcato perciò il deludente aspetto tecnico-organizzativo che, dispiace affermarlo, non risulta affatto aderente alle pretese di una manifestazione che pretenderebbe grande rinomanza. All’inizio di questa relazione è stato affermato che fino a tutti gli anni ‘70, detto aspetto organizzativo ha quantomeno sopperito alla perdita di contenuti di vario genere già in atto. Oggi, la sommatoria delle due valenze fornisce purtroppo i risultati e i commenti negativi degli ultimi quindici anni almeno. Se a questo aggiungiamo, cosa di enorme gravità, che addirittura taluni ceti mettono in atto strategie di rottura e ostruzionismi nel corso della stessa processione, allora acquista un senso reale la proposta di una sua sospensione almeno biennale. Ovvio che qui non deve intendersi una sospensione fine a se stessa con un proseguo dal punto di intenzione, ma la messa in atto di un serio, consapevole, intenso, fattivo e costruttivo lavoro di recupero e di epurazione. Di cose e di uomini. Ovvio, ancora, che nonostante questa risulti a mio modesto parere la soluzione più razionale, in grado di porre realmente le basi a un processo di vera rinascita, ci si rende conto delle difficoltà oggettive cui si andrebbe incontro (stampa, opinione pubblica ecc.) nel caso in cui si avrebbe il grande coraggio ( ma se si ha, ben venga) di abbracciare tale soluzione, senza la quale però, difficilmente sarà possibile l’auspicato recupero complessivo. Trapani possiede gruppi statuari passionistici fra i più antichi e più belli dell’intero bacino del Mediterraneo se non del mondo ma, paradossalmente, bellezza e antichità vengono miseramente smarrite nel giorno del Venerdì Santo. A prescindere poi da quella che potrebbe apparire una provocazione (ma non lo è), un’idea magari folle e insensata, ossia quella di sospendere per qualche anno la processione, occorre seriamente riflettere su questo e sul punto che segue. Necessita, e il momento non è arrivato ma è stato anche superato, un ferreo esame di coscienza da parte di tutti coloro che realmente amano i Misteri per decidere, una volta e per tutte, cosa farne della loro processione; cioè se tale debba essere, o solo un disordinato corteo di pessimo gusto, una parata priva di senso o una rappresentazione sacra del Venerdì Santo; un triste, patetico appuntamento annuale paesano o una manifestazione a richiamo, quanto meno, nazionale. Occorre, in altri termini, l’umiltà di riflettere soprattutto, la consapevolezza di dovere gestire (sempre se si è in grado di gestire) le enormi potenzialità culturali di cui Trapani dispone per il periodo legato alla Pasqua, momento identificativo di un territorio comprendente comunque l’intera Sicilia, oltre che la Spagna e l’America Latina.

“Abbiamo restaurato le immagini, restauriamo la processione”. Ecco, potrebbe essere questo una sorta di slogan per gli anni che verranno. Il tentativo di un serio e fattivo recupero o, se si preferisce, restauro della processione, senza mai perdere di vista l’intera Settimana Santa, è un obbligo essenziale e soprattutto morale. Occorre per questo, e prima di ogni altra cosa, la precisa e reale volontà di volerla veramente salvare attraverso una più che seria azione concreta. Occorre perciò migliorarla, restituendo ad essa dignità (religiosa, storica, tradizionale) al fine di garantirne l’enorme rilevanza culturale in essa insita. Il degrado a mera, vuota, disordinata e noiosa parata lo grida in termini ossessivi a chi ama veramente tale momento, condividendo di esso l’enorme importanza per la città di Trapani e per i trapanesi e, non ultimo, per i valori Cristiani universali in esso insiti. Tutto questo rappresenta lavoro fondamentale di assoluta importanza, prioritario sopra qualsiasi altra cosa che non sia processione e recupero. Mi permetto infine di ribadire ancora un concetto già espresso, nella speranza che esso possa rimanere veramente impresso nelle coscienze di tutti noi: benefici amo dei Misteri, immagini processionali secolari e di grande pregio artistico. Tali immagini perdono le loro valenze giusto nella processione, motivo per il quale vennero realizzate. La loro antichità e bellezza molto spesso superano quelle relative le più famose e rinomate settimane sante spagnole. Allora, ma non certo per le ultime affermazioni, il tentativo di una vera e propria rifondazione va per forza esperito. Con infinita buona volontà, autentico buon senso, titanica umiltà, immane lavoro e inesauribile perseveranza.

“ Abbiamo restaurato le immagini, restauriamo la processione”.

 

Trapani, 7 gennaio 2006.                                                                Il coordinatore responsabile- sezione tecnico-storica

                                                                                                                                Dott. Giovanni Cammareri.

 

 

Relazione n.2