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COPYRIGHT BEPPINO TARTARO 2004
Gruppo
11 - ECCE HOMO
Opera
di Giuseppe Milanti
Ceto dei Calzolai e
Calzaturieri
In
occasione della Pasqua ebraica, Ponzio Pilato non riuscendo a
trovare alcuna colpa in Gesù, lo presenta alla folla affinché,
secondo la tradizione, possa scegliere quale condannato
assolvere. Il destino del Nazareno è già segnato.
Si è
sempre sostenuto che il gruppo venne affidato alla categoria
del calzolai ( ars
cerdonum ) con atto del notaio Melchiorre Castiglione del 21
marzo 1629, ma nell' Archivio di
Stato di Trapani, non
si è trovata alcuna menzione di tale affidamento, dato che gli atti del notaio Castiglione terminano nel 1627.
Si presume che l'opera sia
ancora quella originale eseguita da Giuseppe Milanti e che ha
subito soltanto lievi ritocchi restaurativi.
La scena
riprodotta raffigura il momento in cui Ponzio Pilato, prefetto
romano in Galilea, accompagnato da un soldato, presenta
al popolo d'Israele, il corpo sofferente di Gesù.
Mirabile
è l'espressività dei personaggi ; il
volto sofferto di Gesù che l'autore ha saputo riprodurre
nell'attimo in cui segnato dal dolore delle torture si
appresta a compiere le sue ultime ore. Interessante è
poi il volto di Pilato dal viso e dal turbante orientaleggianti.
A tal proposito il Can.P.Fortunato Mondello scorge nei tratti
del procuratore romano una certa rassomiglianza con il Pilato
del gruppo " La Sentenza " ed entrambi, secondo il
Mondello, sembrano somigliare all'immagine di Dio dipinta da
Domenico la Bruna sopra l'altare maggiore della Cattedrale di
Trapani..
Nel
gruppo ciò che colpisce e suscita l'ammirazione è comunque
la pregevole balconata d'argento,
seguita dall'orafo Giuseppe
Parisi nel 1854.
Pregevole
è la " vara ", splendidamente lavorata, rifatta nel 1757
e alla quale prestò opera il grande Baldassare Pisciotta e
che si presume vi incise una scarpa, simbolo dell' arte.
CURIOSITA'
Da una recensione di G.Ferro del 1831 tratta da una
biografia di Trapani :
"...Egli
( Milanti ) diede al Cristo tranquillità, modestia, fermezza.
E ce lo fa comparire di così alta condizione nel soffrire,
che in mezzo a quelle angosce a quegli spasmi tanto atroci non
ha nulla di difformante. Quel Pilato poi, è così bello,
così naturale che trasforma il contemplare in uno che sta
quasi a sentire....sul volto di Pilato una così marcata
verità ed un soffio così animatore, che ci sembra di sentire
e di vedere articolare almeno sulle di lui labbra, quelle
commoventi parole di Ecce Homo ! ".
APPROFONDIMENTI
IL PROCESSO ROMANO
La
condanna a morte del Sinedrio non può essere ratificata se
non dal giudizio dell'autorità dominate in quel tempo sulla
Palestina : Roma.
E' il procuratore Ponzio Pilato a dover decidere della sorte
dell'imputato.
Pilato
lo interroga se è lui il re dei Giudei. " Tu lo
dici " , risponde Gesù " . Indispettito
dalla risposta, a suo parere non esauriente, e considerato che
l'accusato è galileo, lo invia a Erode Antipia, tetrarca
della Galilea.
Erode aveva saputo
che Gesù era indicato come un uomo capace di fare miracoli e
gli chiede di farne qualcuno dinanzi a lui. Non
accontentato, si adora contro il Nazareno, facendolo coprire
con una veste e rimandandolo a Pilato.
La
condanna a morte di Gesù è dovuta sia a motivi religiosi (
volontà di distruzione del tempio e critica verso la Torah ,
la legge sacra degli Ebrei ) ma anche ragioni politiche come
il proclamarsi Re dei Giudei dinnanzi a Pilato, affermazioni
che potrebbero, a detta degli accusatori, giustificare
movimenti e sommosse contro l'autorità romana.
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BARABBA
è il giudeo che venne scelto dal popolo per
essere liberato al posto di Gesù in occasione della
tradizionale liberazione di un condannato per celebrare la
pasqua ebraica.
Secondo alcuni recenti studi, le circostanze storiche
dell'episodio per mezzo del quale Pilato acconsentì alla
liberazione di un pericoloso ribelle quale Barabba non sono
del tutto chiare. Si tende a considerare una certa
accentuazione nei tratti negativi di Barabba , proprio per far
risaltare l'iniquità della condanna di Gesù.
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ANCORA
SU BARABBA "
....Come racconta Marco nel
capitolo 15 del suo Vangelo (versetti 6-15), Pilato aveva
tentato di rispolverare un non altrimenti noto “privilegio
pasquale”, che comprendeva la possibilità di concedere
l’amnistia a un detenuto, scelto secondo una sorta di giuria
popolare assembleare. È a questo punto che entra in scena
Barabba, «che si trovava in carcere insieme ai ribelli che,
durante un tumulto, avevano commesso un omicidio». Matteo lo
definisce «un prigioniero famoso» (27,16). Si trattava quasi
certamente di un leader dei rivoluzionari antiromani, i
cosiddetti zeloti, che i Romani chiamavano “sicari” perché
agivano colpendo le loro vittime con la sica, che era un corto
pugnale.
È curioso notare che alcuni antichi manoscritti che ci hanno
trasmesso il Vangelo di Matteo attribuiscono a Barabba — che
è un cognome — il nome di Gesù, per cui il contrasto
sarebbe ancor più stridente nelle parole di Pilato rivolte
alla folla: «Chi volete che vi lasci: Gesù Barabba o Gesù
chiamato Cristo?» (Matteo 27,17). Ma questa notizia è
sospetta ed è stata introdotta forse
proprio per rendere più drammatico il dilemma e tragica la
scelta della folla che, sobillata dai sacerdoti, esige che
l’amnistia sia concessa a Barabba. Pilato a questo punto non
ha più sbocchi per sottrarre Gesù alla condanna: «Che farò,
allora, di quello che voi chiamate il re dei Giudei? Essi
gridarono: Crocifiggilo! E Pilato: Ma che male ha fatto? Essi,
allora, gridarono più forte: Crocifiggilo! Pilato, volendo
ormai dar soddisfazione alla folla, rilasciò loro Barabba e,
dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse
crocifisso» (Marco 15,12-15).
Finisce qui la storia a noi nota di Barabba che
l’evangelista Giovanni definisce un “brigante”, termine
con cui i Romani definivano i ribelli alloro potere (18,40).
Ma la sua figura, come si diceva, rimarrà impressa nella
fantasia popolare ed è interessante notare che nel secolo
scorso ben tre scrittori lo hanno riportato all’attenzione.
Iniziò neI 1927 il norvegese J.N. Grieg col dramma Barabba,
giocato proprio sul contrasto tra la violenza rivoluzionaria
del protagonista e la mitezza, ben più “rivoluzionaria”,
della parola e dell’esempio di Cristo. Nel 1929 fu il belga
M. de Ghelderode a proporre in un altro dramma la figura di
Barabba, ma col colpo di scena della sua conversione grazie
all’incontro con Gesù.
Infine nel 1950 appare il romanzo " Barabba " dello svedese P.
Lagerkvist, forse la sua opera più celebre. Una storia
complessa che presenta Barabba come parricida. Presente alla
crocifissione di Cristo e alla sua risurrezione, egli si avvia
su una strada tormentata e incerta di conversione che lo
conduce sino a Roma, ove morirà crocifisso come cristiano,
dopo l’incendio di Nerone, senza per questo essere approdato
in modo chiaro alla fede".
Riflessione
di Mons.Gian Franco Ravasi, tratta da Famiglia Cristiana
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