I TONNAROTI TRAPANESI IMPIANTANO LA PRIMA TONNARA IN TOSCANA

Ricerca storica di Antonio Buscaino pubblicata su " LO SCOGLIO"  III trimestre, Anno V - Portoferraio - 1987


   

Sul finire del ‘500 molti erano i natanti (brigantini, sagitte, sciabecchi, tartane, caramuschi, pinchi, ecc.) che attraccavano nel porto di Trapani per scaricarvi le loro mercanzie, e per caricarvi vini, sale, coralli lavorati e prodotti di tonnare ed altro per portarli negli altri porti siciliani e napoletani, a Civitavecchia, a Livorno, a Genova, in Francia, in Spagna, in Africa, in Grecia, nelle coste dalmate, ed altrove. E perciò diversi erano i Consolati in Trapani, che curavano gli interessi delle Nazioni, che intrattenevano rapporti commerciali con questa città, e molti i mercanti e gente di mare che finirono per fissarvi la loro residenza, e addirittura col contrarvi matrimonio. Uno di questi fu “Joannes de Carlo, elbiginus et cives Drepani per ductionem uxoris”, il quale svolgeva attività di piccolo cabotaggio nel Mediterraneo.

 

Trapani, città marinara, consolidò in quel periodo la sua fama per avere, oltre che i più bravi corallari, buoni salinari ed esperti “tonnarotti”. Il Pugnatore nel suo manoscritto “Historia di Trapani”, che il Senato di Trapani non pubblicò mai, malgrado ne avesse assunto formale impegno nella seduta del 23.4.1598, e che, riletto e curato da Salvatore Costanza, è stato finalmente pubblicato da Corrao editore a Trapani, nel 1985, asserisce che “se alcuno in Sicilia, o fuori, dissegna di far nuova tonnara, procura per usanza di avere Trapanesi innanzi tutti, così per conoscere la disposizione del loco ov’ella a fare si abbia, come per ordinarla, e poner in opera gli ordigni che necessari vi sono”.

 

Nelle coste trapanesi c’erano in funzione, in quell’epoca, le tonnare di Magasinazzi, di Scopello, di S. Vito, di Cofano, di Bonagia, di S. Giuliano, di Palazzo, di Raisi Debbi, di Isolotto, di S. Teodoro, di Xhaleo, di Bueo, di Mazara, di Capo Granitola e di Tre Fontane, nonché quelle di Formica e di Favignana, la sola quest’ultima, tutt’ora in funzione, anche se tra grosse difficoltà.

 

Ma veniamo alla tonnara impiantata in Toscana.

 

Nell’atto del 7.7 .XllI Indizione 1600 del notaio Giovan Vito Vitale leggiamo: “... Don Ferdinando Medici per la Dio grazia Granduca di Toscana... Signore di Porto Ferraio nell’isola del Elba... desiderando noi per la pubblica utilità di introdurre nel nostro mare di Porto Ferraio la pescagione di tonni che quivi sono assai frequenti acciò quel dono che la natura ni ha concesso non resti vano per difetto de l’arte ed essendocisi offerto Giovanne de Carlo et Jacobo di Pragnia seu Dragnia (Adragnia), trapanese di voler esercitare sopra di loro et a tutte loro spese la detta pesca purche li concediamo privilegio che nessun altro eccetto che ha vera causa da loro possa usarla per tempo et termine di dieci anni... con facultà ad essi privilegiati di potere vendere il pesce nelli Stati nostri come nelli alieni a loro beneplacito extraendolo senza alcuna gabella... nei nostri mari di Porto Ferraio et particolarmente a Capo Bianco... per tempo di anni dieci a cominciare a magi 1601... senza obligo di paga perciò cosa alcuna di fitto o altra responsione... con condizione che devono tre mesi avante la pesca di maggio 1601 provedere quello farra di bisogno perl/a detta impresa... In fede di che abbiamo comandato farse il presente privilegio firmato di nostra mano et sigillato col nostro sigillo. Datum in Cerreto alli undici di gennaio 1599.”

 

In virtù di questo privilegio, il de Carlo elegge i soci ed assegna 3 carati ad Antonino Scalisi, 2 carati ai fratelli Raffaele e Cipriano Corso, 1 carato a Francesco Brignone, 1 carato a Pietro de Micheli, 1 carato a Leonardo Berrina, 2 carati al rais Giacomo Campiglia, e riserva per se stesso 2 carati, che sono in totale 12 carati; in seguito con atto del 16.9.1600 dello stesso notaio, Giacomo de Adragnia elegge i soci ed assegna 3 carati ad Alberto de Silvestro, medico fisico, 1 carato a Martine de Tissa, 1 carato e mezzo ad Andrea de Angelo, 1 carato al notaio Giacomo li Barliri, 1 carato ad Antonino Calascibetta e mezzo carato a Giovanni Antonio Giuffrè, mezzo carato a Giovanni de Carlo, elbigino, e riserva per se stesso 2 carati, che fanno dodici carati, che sommati ai precedenti, fanno complessivi 24 carati, sistema che Trapani adottava, conformemente alla tradizione internazionale che ripartiva in ventiquattresimi la proprietà mercantile.

 

Nel citato atto del 17.7.1600 è previsti tra l’altro che la società avrà la durata di dieci anni, a patto e condizione:

 

-che il de Carlo per tutto tempo della c durata della società abbia per salario onza 1 per ogni stagione di pesca e per ogni carato, e se la pesca sarà fruttuosa gli sarà assegnata onza 1 e mezza, “et cum li percacci (procacci) soliti assegnati ai padroni di tonnara”, secondo l’uso di Trapani;

-che se il de Carlo dovesse ottenere altro privilegio per elevare altra tonnara in altra parte sarà tenuto a ripartire i carati fra i soci sottocrittori della presente;

-che i soci si impegnano nei tempi soliti per l’acquisto dell’apparato della tonnara e per il vitto degli uomini che lavoreranno in essa;

-che il de Carlo per il mezzo carato assegnatogli dall’Adragnia sia “franco di spisa”;

-che le spese per i due carati assegnati all’Adragnia per il tempo di tre anni, saranno sostenute dai soci da lui eletti, sempre escluso il de Carlo;

-che il “patronus” della tonnara nel primo anno sia il de Carlo, e nel secondo l’Adragnia, e così alternativamente in seguito;

-che il rais della tonnara sia Jacobo Campiglia per tutta la durata della società, assegnandogli per salario 5 tonni per ogni centenario di pescato, ma non potrà abbandonare la tonnara senza giusta causa;

-che il Campiglia previa assicurazione sulla vita di scudi 150 è tenuto a recarsi a Livorno o a Viareggio per trasportarvi salme 1000 di sale e per “se conferre in ditto loco et mare ubi est calanda ipsa tonnaria ibique videre et considerare xadiare et recognoscere locum et mare et lacere omnia necessaria” Con il compenso di onze 10.

 

Inoltre l’accordo prevedeva che i soci di de Carlo dovevano versare al cassiere principale che risiedeva in Trapani, e che era il socio di Alberto de Silvestro, onze 40, mentre i soci dell’Adragnia onze 50, ogni anno.

 

Successivamente venivano assunti quali bottai che dovevano lavorare nella tonnara i fratelli Antonio e Vito Arceri, trapanesi, che col primo del mese di marzo 1601 dovevano imbarcarsi con la “sciabica” della tonnara con “lo patrone oj raisio et marinari et servire per totum: mensem junij anni presentis inditionis”.

 

Finalmente il corpo della tonnara, le reti e le altre “raubas” vengono imbarcati sulla nave denominata “Gesù e Maria” del capitano Giovanni Francesco Rizzo di Genova in data 22.1.1601, e nei primi di marzo seguente il rais Giacomo Campiglia si appresta a partire per Porto Ferraio, fornito di una procura generale che lo abilita a prendere qualunque decisione circa la gestione della tonnara e dei prodotti del pescato.

 

Da quell’epoca in poi non si sa più niente della tonnara e dei “tonnarotti” trapanesi dell’isola d’Elba, tranne che i soci proprietari della tonnara e Vincenzella vedo va di Giacomo Campiglia, con atto del 29.1.1602 del notaio sopracitato, nominano procuratori Dario Tamagna in Livorno e Pietro de Micheli, trapanese, al fine di recuperare “apparatum et raubas ditte tinnarie insule di Elba relittam per dittum Ioannem de Carlo elbiginum quam per dittum raisium Jacobum Campiglia videlicet: corpus ditte tinnarie, libanos, sal, barcam, barlirios et filum canapis novi, ac omnes alias res, ferramenta, tabulas seu tagliaturi et ernesia ditte tinnarie, nec non illos scutos 180 monete jaue... debetur per Brizzum Tramallo fratellum di Jo: Francisco di Nigro di Porto Venere pro pretio di barliorum 90 tonnicie di palamiti venditorum per dittum quodam raisium Jacobum Campiglia”.

 

Di altro non abbiamo notizia; e perciò sorgono spontanee le domande: Ma perchè, a quanto pare, la tonnara dell’isola d’Elba non ebbe fortuna? Perchè o di che è morto il rais Campiglia?

 

Per soddisfare questa curiosità si dovrebbe tentare la ricerca fra gli atti della Corte Capitaniale di Porto Ferraio, o di Livorno, o di Porto Venere. Solo così qualcuno degli Elbigini “curiosi” potrebbe dire l’ultima parola sulla prima tonnara trapanese impiantata in Toscana.

 

Antonio Buscaino.

 

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