LA MAGARIA DEL PAPASSO CRISTIANO

Ricerca storica di Antonio Buscaino pubblicata su " Lumie di Sicilia " n.48 - giugno 2003


   

Di corallo lavorato dai corallari trapanesi, sparso un po’ dovunque in Trapani, in Sicilia, in Italia, in Europa (io nel museo di Innsbruck, in Austria, ho potuto ammirare una vetrina contenente ben 13 opere di corallari trapanesi del XVI secolo) s’è scritto abbastanza in modo, esauriente, e con ricchezza di particolari, credo.

Non altrettanto, penso, si può dire dei pescatori di corallo, chiamati anche mari nari corallisti, o semplicemente corallisti.

Erano i corallisti uomini, ma c’erano anche giovani e addirittura ragazzi, rotti alle fatiche ed adusati ai pericoli ed ai rischi della vita e del lavoro in mare, che attratti da buoni guadagni, affrontavano esperienze che a volte si addimostravano dolorose e funeste.

Per svolgere la loro attività i pescatori trapanesi si servivano di una piccola barca “bancorum quattuor, di canni dui e mezo in circa, cum timone guarnito, cum arbore et vela apta ad velifìcandum et corallandum, cum ingegna et cruci di piscari corallo, paratiis et sarchia, quattru para di rima, para tri di brazzoli, sei mazzuni et dui runzuni”come si legge in parecchi atti notarili del ‘500.

Al punto d’incontro della “cruci” di legno robusto, era fissata una grossa pietra; alle quattro estremità le reti idonee ad “afferrare” il corallo. Il tutto, cioè l’ingegna, veniva calato in mare. La barca, spinta a forza di remi, strappava il corallo che cresceva sul fondo del mare; “afferrato” il corallo, l’ingegna veniva tirata a bordo a forza di braccia, con l’ausilio di un argano. Per la pesca venivano costituite delle società fra i pescatori del corallo, i quali con il loro ligudello “seu barca di piscari corallo, stagna et ben corredata et armata”, s’impegnavano a fare il viaggio “colli rispettivi marinari senza veruna discordia e contradizione”. Sulla barca prendevano posto, compreso il padrone, otto marinari ed un ragazzo dell’età di 12-16 anni, come si legge in alcuni documenti.

Dalla lettura degli atti, riguardanti l’impresa che si sarebbe conclusa tragicamente, apprendiamo che della società fecero parte i padroni di 22 barche, ai quali si associarono altri 14. Stipulato il contratto fu dato incarico a due procuratori di noleggiare un bastimento “capace alla guerra e ben corredato di sartiame, idoneo a far viaggio di corsaro”, ed attrezzato di “riposto di 11 provisioni di commestibili e potabili per tutti li nomini di esse barche ... come pure di tutti I’ordegni delle barche, necessari per fare la pesca di coralli; ed, ancora, di sicurezza e di difesa, sia in tempo di notte che di giorno, in mare aperto, in qualunque rada o spiaggia ... provisto di numero 20 uomini capaci nell’armi offensive e difensive, munizioni di guerra ... e trovarsi in questo porto di Trapani per tutto il giorno di Pasqua di resurrezione pronto alla partenza ... partire fino all’isola di Gàlita od altri mari ... difendere da qualunque attacco di nemici ... e tenere in detto bastimento il rev. cappellano ed il barbiere per I’occorenza di tutta la ciurma”.

Della data della partenza dal porto di Trapani non si hanno notizie certe, ma è ragionevole ipotizzarne l’epoca nella seconda metà dell’aprile de1 1776.

Si legge in un lunghissimo atto notarile, tra l’altro: “Nel mese di aprile i pescatori si portarono con le loro barche nei mari africani vicino I ‘isola di Galita, scortate dal pinco di padron Gaspare Previto, dove cominciarono la pesca, che proseguirono per parecchi giorni. E dopo avere pescato gran quantità di corallo, il giorno 13 di giugno, comparve una squadra composta da 4 galere e molte galeotte di nemici algerini … per la diversità delle forze ... padron Previto con altre 26 persone di equipaggio rimasero presi ... col cappellano Don Alberto Gaetani ed il barbiere Vito Bascone, che in detto pinco si trovavano”.

Al carteggio, corposo, depositato nell’Archivio di Stato di Trapani, sono allegate tre lettere autografe indirizzate ai familiari da prigionieri trapanesi.

Stralciamo dalla prima di esse, datata Tunisi diciassette giugno 1776.

 

Sorella e Nepote sfortunatissimi, venerdì del 14 del corrente, alle ore 13 fummo assaltati da 4 galere ed uno scampavia, ed avendo chiamato padron Vito Bonanno e padron Giuseppe Garofalo con la mano si mostravano surdi do mentre il bastimento grosso s‘imbattagliava, ed io sopra il detto bastimento per assistere all’ammalati ... alla fine doppo lungo combattimento fummo forzati a renderci, senza nessuna disgrazia, solamente fu ammazzato un maltese ... Sorella non so cosa scrivere, basta dirvi che se volete vedere me, andate in S. Michele, osservate la “Flagellazione”e vedrete me: ignudo con la sola camicia, tremante per il freddo e quasi spirante, miserere mei.

Vi devo solamente aggiungere che ni lasciaro soli. Addio, sorella, addio.

Il tuo sfortunatissimo fratello e povero scavo Alberto Gaetani.

 

 

Dalla seconda, datata Algeri, primo luglio 1776.

 

 

Sorella afjlictissima, vi scrissi da Tunisi che si trovavamo scavi dell’Algerini ... Sappiate dunque che partiti da Tunisi alli I8 per Algeri con prospero vento, si cambiò subito contrario il vento, e disperati i mori non sapevano quello fare, quando salta uno fra loro e dice che il Papasso cristiano aveva fatto magaria ... inteso questo dalli raisi, subito si radunarono fra di loro e determinarono darmi per tre giorni continui 100 bastonati su le sole dei piedi ... inteso questo un turco, che aveva stato pigliato dalli galeri di Malta nel canale di Marettimo, arringò a mio favore e persuase la Kaifa (?) ... non dormivo ne mangiavo sia per il gran pensiero, sia perche il biscotto era pieno di vermi ... dormivo sopra sterpi di, legno e per guanciale un pezzo di gumina ... mi raccomando alla Vergine Santissima ...

Il tuo aflittissimo fratello e povero scavo Alberto Gaetani.

 

 

 Dalla terza, datata Algeri otto settembre 1776.

 

 

Con questa presente commodità non tralascio di informarvi della mia schiavitù e di mio figlio ... à di I4 giugno che siamo nella più pessima schiavitù che si possa retrovare per tutta la Barbaria ... sono incatenato e con beffe e male tratte, e gran travaglio che noi facciamo a carreggiare pietre sopra le spalle e calcina ... e malo manciare che non abbiamo altro che tre panetti ogni giorno, più nero che pece, e malo reposo ... le pidocchie ne manciano le carni ... abbiate misericordia di noi poveri schiavi ...

Commare carissima vi raccomando caramente la mia pupilla delli occhi, che è la mia sfortunata figlia che si ritrova in mezzo alla strada, che si ritrova orfana di madre e anche del suo sfortunato padre e fratello ... vi prego di aggiuntarvi con mio fratello Vincenzo e mie sorelle e madre e tutti li mei cognati di collocarmi la mia figlia ... di ritrovare un giovane di ebbene per donarci un pezzo di pane ... e ci darete il tutto che si ritrova nella mia casa ...

Il compare e cognato e nepote Nicolò e Michele Nolfo poveri schiavi.

 

L’impresa ebbe un’appendice giudiziaria. Va detto che il corallo pescato, portato a Trapani, ammontava a circa 150 q.li, e che fu stimato once 6.127, tarì 25 e grana 16: somma assai considerevole per quei tempi.

 

Antonio Buscaino

 

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