DOVERSI FARE UN ALTARE

Ricerca storica di Antonio Buscaino pubblicata su " Lumie di Sicilia " n.52 - ottobre 2004


   

Risulta, per tradizione orale, che i pellegrini dell’agro ericino, che si recavano al Santuario di Custonaci, sostavano presso la “cubbula” di Cubastacca (ovvero “L’ Arco del Cavaliere”= n.d.r.), sia per ristorarsi dalle fatiche del viaggio, che per compiere un atto devozionale, per recitare una preghiera.

 

È’ infatti, il pellegrinaggio, una pratica devozionale consistente nel recarsi collettivamente od individualmente ad un santuario, ovvero ad un luogo comunque sacro, e quivi compiere speciali atti di religione, sia a scopo di pietà, sia a scopo votivo o penitenziale, come si legge nel Dizionario Enciclopedico Italiano, alla voce. Il pellegrinaggio è detto locale allorquando ha come meta luoghi che insistono in località poco lontane (Santuario della Madonna di Trapani per i Trapanesi, Santuario della Madonna del Giubino per i Calatafimesi, Santuario dei Miracoli per gli Alcamesi, Santuario della Madonna del Romitello per i Borgettani). Il pellegrinaggio è detto universale, allorquando ha come meta santuari che sono luoghi di culto particolare, e sono di rinomanza universale: famosi quello della Madonna delle Lacrime di Siracusa, di S. Francesco di Paola in Calabria, della Madonna Nera di Loreto, della Madonna di Lourdes in Francia, della Madonna di Fatima in Portogallo, di S. Giacomo di Compostella in Spagna, assai frequentato durante la dominazione spagnola anche dagli Italiani, quello di Canterbury in Inghilterra, reso famoso anche per le “Canterbury Tales” di Goffrey Chaucer, il padre della lingua inglese, per non parlare del più famoso di tutti, quello del Santo Sepolcro, in Terra Santa.

 

La pietà cristiana sin dai primi secoli volle che lungo il cammino che conduceva ai Santuari venissero costruite delle edicole, che nell’arte romana erano costituite da una o più colonne con sovrapposto un architrave o frontone, più o meno lavorato, sotto il quale veniva posta una statua o un’immagine sacra. Dalle nostre parti, la pubblica e privata devozione volle costruire molte edicole, gli altarini, i cosiddetti ‘fìureddi” un tempo assai numerose, specie nelle campagne.

La prima notizia, storicamente accertata, è quella che riguarda le edicole poste lungo la strada che, a Trapani, conduce dalla porta di levante della città - oggi non più esistente, che così vollero gli amministratori della cosa pubblica, allorché nel 1870 decisero di abbattere le mura e le porte della città - al Santuario dell’Annunziata.

Si legge, infatti, in una deliberazione del Consiglio Comunale di Trapani del 26.6.1597: «doversi fare uno altare delli misteri del Rosario in la strada che si va da questa città a lo monastero (sic) della Beata Vergine Annunziata extra moenia.”.

Quanti fossero gli altarini effettivamente costruiti non è dato sapere. Gabriele Monaco nella sua opera «La Madonna di Trapani» parla di sette cappelline, ma ne elenca sei - Annunciazione, Visitazione, Natale del Signore, Santi Magi, Fuga in Egitto, Maria di Trapani sopra un carro tirato da buoi e S. Alberto in ginocchio -.

Risulta, però, da un carteggio dell’archivio del Comune di Trapani, lettera del 8.7.1857, che “...cinque altaretti esistenti acanto (sic) il giacato che da questa città va sino al tempio di Maria SS. Annunziata ricordano la pietà e la religione dei nostri padri“ furono, dopo 18 anni, “trasportati e incastrati nel muro dell‘atrio dell.ex Convento dell‘Annunziata” (questi documenti mi sono stati indicati dalla signora Anna Maria Precopi in Lombardo).

Non sappiamo quale fosse la disposizione degli “altaretti”; ma da un manoscritto depositato nella Biblioteca Fardelliana di Trapani apprendiamo che l’ultimo altare prima di arrivare al tempio raffigurava “un’immaginetta con un carro tirato da buoi”, dove erano incise le parole: “De prima Virginis statione in campo vecta super currum gladiorum septa choreis hic, Drepano egrediens Virgo, resedit ab it”.

Nell’agro ericino il santuario più frequentato era, ed è, quello della Madonna di Custonaci, dove i Montesi si recavano periodicamente in pellegrinaggio. Mi racconta un mio amico ericino -Salvatore Giurlanda - che da giovinetto, in compagnia di altri fedeli, a piedi, partecipò più di una volta a questi pellegrinaggi; e che lungo il percorso si fermavano per riposarsi, alla “cubbula” di Cubastacca.

A me è capitato di avere fra le mani un atto notarile, legato a questi pellegrinaggi, nel quale si legge che Giuseppe Aleo e Pietro Di Rocco, di Monte S. Giuliano, si impegnarono verso Antonino Bulgarella, che in quel tempo ne era procuratore, “di mantenere nel Santuario di Nostra Signora di Custonaci fuori le mura... una bottega per vendere tutto il necessario di commestibile per uso dei passeggeri che vanno a visitare suddetto Santuario, e per quelle persone che vi hanno abitazione”. Il Bulgarella, dal canto suo, si obbligava a mettere a disposizione dei signori Aleo e Di Rocco una casa, ed “in tempo di.feste quando in esso Santuario vi è calca di persone... un ‘altra casa”; concedeva anche il diritto proibitivo, che consisteva nel divieto ad altre persone di aprire altre botteghe aventi lo stesso scopo, e la facoltà di potersi servire del molino del Santuario, che c’era nel fondaco, del forno per panificare, nonché il diritto di molitura nei confronti di altre persone che volessero servirsi sia del molino che del forno.

 

Antonio Buscaino 

 

 

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