LA ISTITUZIONE DE LA CONFRATERNITA PER LA REDENZIONE DEI CAPTIVI DI TRAPANI

Ricerca storica di Antonio Buscaino pubblicata su " Lumie di Sicilia " n.47 - febbraio 2003


   

Parlare, o scrivere, della redenzione dei captivi, senza quanto meno accennare alla guerra di corsa che insanguinò per parecchi secoli i mari del Mediterraneo, e per quanto ci riguarda questa parte occidentale della Sicilia, mi sembrerebbe quanto meno fare un discorso monco, incompleto.

Perché molti furono gli atti di violenza che si sono verificati, violenze delle quali non ci sono ancora sufficienti notizie, che certamente c’informerebbero su tragedie che possiamo immaginare, ma delle quali non disponiamo di complete documentazioni.

La storia della guerra di corsa, che coinvolse la Sicilia nell’arco di circa sei secoli, è lunga e dolorosa, perché molte famiglie patirono gravi perdite in uomini e cose, in mare ed in terraferma.

La Sicilia subì fino a tutto il ‘500 la violenza dei popoli barbareschi, Arabi e Turchi. Sin dai primi anni del ‘600, però, dopo parecchie petizioni anche la Sicilia ottenne dai re spagnoli l’autorizzazione di potersi organizzare ed andare in cursu come si diceva un tempo, con la concessione delle cosiddette lettere o patenti di corsa. Patenti che consentivano a privati cittadini di armare i propri vascelli, ed affrontare i natanti nemici. Patenti che si dimostrarono di fatto il punto di partenza per arrivare alla pirateria vera e propria. I combattimenti, come è naturale, consentivano ai vincitori di catturare i vinti, e di trarne il conseguente vantaggio economico. Da quanto appena detto si cominciò a parlare di recattito cioè di riscatto dei prigionieri, catturati in mare od in terraferma; di riscatto che in un primo momento avveniva per via ed iniziativa privata. Trattativa che era consentita dal fatto che, pur nel contesto di una guerra vera e propria, i contatti commerciali tra le popolazioni dell’una e l’altra sponda continuavano quasi regolarmente. Di queste trattative ci sono parecchie documentazioni negli atti notarili del nostro Archivio di Stato.

 

Alcuni esempi:

 

◙ Atto dell’1-3-1519 del notaio Giacomo Gianfeza.

Paolo Catinus de Bulzena, Joannes Franciscus Castrius fiorentino, Joannes Battista Guiduxino fiorentino et Marianus Banuchio de Apinia de Piombino dixerunt teneri solvere et dare debere nominato Joanni Mariae de Leuli, mercatori pisano, complessive once 419 ... pro redentione dei predetti prenominati ... a posse Maurorum in partibus barbaricis ... per totum 15-4-1519. Con il patto che una volta riscattati saranno tenuti incarcerati in Trapani fino all’avvenuto pagamento di quanto pattuito ... ed in più dovranno pagare le spese fatte dal giorno in cui saranno redenti alla Gulette – Tunisi e portati liberi super navi christianorum.

 

◙ Atto dell’11-2-1521 del notaio Giacomo Gianfeza.

Quia Bernandino de Arcangelo et Alexander de Ancona fuerunt et sunt captivi apud Barbaros in Tunis ... Agostino deet Paolo de Ancona et mastro Giovanni di Monaco di Trapani si obbligano di pagare a Giovanni Antonio ... mazarese 70 ducati per ognuno dei captivi una volta portati a Trapani.

 

◙ Atto del 5-6-1528 del notaio Giacomo Gianfeza.

Bartolomeo di Lorenzo del Casale Cannichi dello Xilento – Napoli - e Cesare suo fratello, a richiesta di Girolamo de Capo Corso, si obbligano di pagare al detto Girolamo ducati 73 per la redenzione del detto Bartolomeo già liberato in Tunisi, come appare dal contratto del 4-3-1528, stipulato dal notato tunisino Tommaso Pardo.

 

◙ Atto del 19-1-1574 del notaio Francesco Amelia.

Lazarino Garibo, cittadino trapanese, che sta recarsi a Tripoli, promette a Benedetto Lanzetta, argentiero trapanese, di redimere mastro Andrea Marino che si trova prigioniero in Tripoli, per la somma di ducati 200 della moneta di Napoli. Riceve in acconto 20 once siciliane; il saldo entro un mese dall’avvenuto riscatto. E con il patto che qualora non trovasse o non potesse redimere il detto Andrea, allora il Lazarino sarà tenuto a restituire quanto ricevuto in acconto. Ma qualora il detto Andrea morisse in itinere, fatta la prova documentata, il detto Benedetto sarà tenuto lo stesso a corrispondere il saldo pattuito, cioè i 180 ducati napolitani.

 

◙ Atto del 12-2- 1579 del notaio Francesco Amelia.

Il rais Guglielmo Ciotta, fratello di frate Pietro Ciotta, dottore in sacra teologia, intende accedere in partibus Barbariae per recattito del fratello. Il Convento di S. Francesco di Trapani, nella persona del Padre Guardiano, e con il consenso dei frati, offre al detto Guglielmo once 10, 6 tarì e 10 grana.

 

Atto del 26-3-1580 del notaio Francesco Amelia.

Antonino Scalisi per once 20, Antonino Magliocco per once 30 e Giacomo la Serra per once 30, si obbligano di pagare dette somme al magnifico Giacomo Fardella fu Michele per il riscatto di Maxharem suo schiavo. E sono le dette complessive 80 once per il riscatto di mastro Matteo de Araxi, schiavo in partibus Barbarie. E col patto che qualora il detto Serra non partisse con il detto Maxharem, in tal caso il detto la Serra sarà tenuto a restituire al Fardella il detto Maxharem.

 

Atto del 30-12-1580 del notaio Francesco AmeIia.

Joannes Dominicus Russo, U.J.D., de civitate Messinae, ad presens hic Drepani repertus, tamquam Consul in hoc regno Siciliae Maurorum Infidelium et Saracinorum confluentium in hoc regno, ... non volendo personalmente vacare in civitate Drepani pro exercendo dictum officium Consulis ... nomina Francesco Catania, trapanese, suo sostituto in dicto officio Consulis dictorum Maurorum et Saracinorum confluentium in hac civitate Drepanis … cum omnibus honoribus oneribus lucris emolumentis prerogativis et aliis ad ipsum officium spectantibus.

 

Atto del 15-2-1581 del notaio Francesco AmeIia.

Arcangelo Virglio, Francesco Riela et rais Giacomo Buscaino intendono accedere ad insulas Favignanae, Levanci et Maritimi ad effectum faciendi imbuscata ad un brigantino turchesco quali fici prisa in maribus Bonagiae et terrazzanaria in territorio di la Lintina et di lo Canalotto in quo fuit raptus Nicolaus Daiduni frater Rev. Patris Joannis Petri Daiduni de civitate Montis S. Juliani, il quale offre 100 scudi ed un cantaro di biscotti se porteranno in salvamento il rapito Nicolò Daidone.

 

Atto del 17-8-1582 del notaio Francesco Amelia.

Donna Francesca de Nava di MiIazzo si trova prigioniera in Biserta, dove certo Costantino di Nicolò di Candia e Nicolò Calamoliotti di Cipro offrono complessivi scudi 1522 per la liberazione della detta Francesca. Se ne ottengono la liberazione tramite certo Giacomo la Serra, trapanese, approdati in Trapani, donna Francesca per pagare quanto pattuito subjugherà tutti i suoi beni mobili e stabili.

 

Atto del 6-6-1583 del notaio Francesco Amelia.

Certo Pietro Andrea Provenzano di Monte S. Giuliano viene liberato da certo Giorgio di Giovanni, greco, per la pattuita somma di once 90. Arrivati a Trapani, viene corrisposta la somma di once 35 al detto Giorgio, che concede la dilazione del pagamento delle rimanenti once 55.

 

Atto del 5-1-1569 del notaio Giacomo de Maria.

Vito Scalisi, trapanese, offre al siracusano Leonzio Richo (Riccio) per la liberazione del fratello Andrea Scalisi scudi 170. Nel contratto interviene donna Isabella Scalisi moglie del detto Vito ed il loro figlio Antonino che ratificano l’impegno del marito e padre.

 

Atto del 14-7-1593 del notaio Giacomo de Maria.

Giacomo Carreca si trova captivo in Barbaria. Il padre Stefano ed il fratello Andrea, unitamente a Leonarda, madre di Giacomo, ai coniugi Roberto e Vincenza Tobia, figlia e genero del detto Stefano, promettono per la liberazione del rapito di pagare a Mauro Giovanni Damies la somma di once 80. Delle quali, once 30 subito appena pervenuto a Trapani, ovvero presentata in Trapani la fide more barbarico per quam apparet ipsum Jacobum fuisse redemptum et positum in libertate, e le rimanenti once 50 a tagliata di tonnara, la prima dell’anno dell’avvenuta liberazione del detto Giacomo. A garanzia di quanto sopra vengono ipotecate la case site in Trapani, in contrada Torre dei Pali. Dalle note a margine dell’atto notarile risultano acconti corrisposti nel 1595, 1596, 1597 ed il saldo ne11600.

 

Atto del 22-9-1594 del notaio Giacomo de Maria.

Certo Pietro Perricone, messinese, si impegna a pagare a Pietro Monreale, trapanese, la somma di once 144 per la sua liberazione, e si obbliga di corrisponderla subito appena giunto in Sicilia, in pace e senza contradizione. L’impegno fu sottoscritto in Tunisi, nella casa del Console della Nazione Francese, in presenza dei signori Vincenzo di Tommaso Mandichi, Miguel Buga, di Tommaso di Giorgio, del cancelliere de Garai e sottoscritto da Filippo Pegna, console del re cristiano in Tunisi.

 

Atto del 6-11-1598 del notaio Giacomo de Maria.

Giacomo Candela di Monte S. Giuliano, volendo ottenere la liberazione del proprio figlio Francesco che si trova captivo in Barbaria, si rivolge a mastro Giovanni Durso, che intrattiene rapporti di amicizia con parecchi mercanti confluenti in Barbaria. E promette di pagare once 100, che si impegna di corrispondere la metà subito appena arrivato in Trapani il figlio Francesco, ovvero presentata in Trapani la lettera scritta di mano propria dal figlio Francesco, in una all’attestato del Console siciliano di Tunisi; e l’altra metà entro il mese successivo.

 

Devo anche ricordare che la più esposta alle depredazioni fu senza dubbio la Spagna, verso la quale gli Arabi nutrivano odio per essere stati definitivamente estromessi dai territori spagnoli nel 1492. La prima iniziativa concreta alfine di riscattare gli schiavi siciliani risale al 1398: con essa re Martino aveva decretato che i cosiddetti mala oblata venissero destinati al riscatto degli schiavi siciliani, appunto. In seguito, nel 1474, re Giovanni con suo decreto affidò la gestione delle dette somme ai Mercedari, che proprio in quell’anno si erano insediati in Sicilia con lo specifico compito di reperire e raccogliere fondi da destinare allo scopo. Questo decreto provocò il sorgere in Sicilia di molte Opere Pie con analoghe finalità. In Trapani questo compito fu assunto dal Monte di Pietà, il quale oltre che la gestione dell’Ospedale S. Antonio svolgeva una certa attività assistenziale a favore dei più indigenti.

Sul finire del ‘500 nella adunanza del 16-5-1585, il Parlamento Siciliano, sotto la spinta delle popolazioni che ne subivano le tragiche conseguenze, dovute alla cattura dei propri familiari, in mare ed addirittura in terra ferma con veri e propri colpi di mano, chiese ed ottenne che si procedesse anche in Sicilia alla istituzione dell‘Arciconfraternita per la redenzione dei captivi sul modello di quella già attiva in Napoli.

Dopo oltre dieci anni, era tempo, in data 8-7-1595, il Vicerè Giovanni Ventimiglia, Marchese di Geraci (Siculo), ordina ai Giurati di Trapani di promulgare un bando con il quale disporre che ogni persona patruni di scavi mascoli, cossi cristiani come mori e turchi, ne riveli i nomi. Del rivelo, disposto da un ulteriore ordine del Vicerè, datato 3-6-1596, esiste negli atti del Senato di Trapani un lungo elenco, costituito da 55 uomini, cittadini trapanesi, di età compresa tra i 18 ed i 50 anni, quasi tutti con figli a carico. Dopo circa un anno - il 7-5-1596 - il Consiglio Comunale, considerato che questa città è maritima vicina a Barbaria, dove vi sono molte persone che patino disagi per essere presi et cattivati da Infedeli, adotta una importante deliberazione con la quale viene decisa la istituzione della Confraternita per la redenzione dei captivi, e viene scelta per sua sede la Chiesa di S. Giovanni (oggi magazzini Oviesse di Via Libertà).

 

Nella deliberazione si legge, tra l’altro:

 

che si ha fare una divota e solenne processione dove si dichi una predica mostrando la necessità dell’istituzione dell’Opera;

che si farrà una tassa o colletta per nobili e ricchi della città;

che si habbia cura di far chiamare nel primo giuntamento tutti i Consoli delle Arti e li Officiali delle Compagnie e delle Confraternite, e che fazino una colletta;

che si creeranno otto o dieci Signori e Signore che vadano raccogliendo elimosine;

che si avertiscano i notai che nei testamenti lo ricordino a quelli che testeranno;

che si farrà una cascia con quattro chiavi, una delle quali terranno i Giurati e l’altra i Rettori;

che la somma si habbia da mandare nella tavola della città di Palermo;

che ogni anno si mandi per il pescato delle tonnare;

che si faranno più cascie in diverse chiese che dica: “Cascia per la redenzione di captivi”.

 

Nella stessa deliberazione viene accordata dai Giurati un’elemosina di once 200 da corrispondersi in tre anni.

Ancora, dopo altri sette anni, finalmente, perviene a Trapani, in data 19-8-1602, la normativa del Vicerè Lorenzo de Figueroa, datata 10-7-1602, comprendente:

 

-   la regolamentazione delle attività che saranno svolte dalla Confraternita di Trapani, esposte in lunghe ed analitiche disposizioni concernenti l’amministrazione ed il governo di tutte le cose riguardanti la Santa Opera della redenzione;

-   il recupero delle somme già disposte dai Consigli Comunali;

-   l’ordine di depositare subito le somme in potere dei Mastri Notari, magari ricorrendo alla loro incarcerazione;

-   l’obbligo dei notai di informare i Giurati sui legati di privati cittadini a favore del riscatto degli schiavi;

-   l’esortazione alle persone di conto di favorire l’opera della Confraternita;

-   l’obbligo di aprire la casse delle elemosine in presenza di almeno due Deputati;

-   il divieto assoluto che nessun altra persona possa chiedere elemosina per la redenzione dei cattivi, la cui facoltà è stata concessa all’Arciconfraternita per la redenzione dei Captivi, istituita presso la Chiesa di S. Maria la Nova in Palermo.

 

Si deve rilevare che l’Arciconfraternita chiese, a volte, speciali agevolazioni e deroghe alle norme fiscali del tempo, e concesse autorizzazioni ad altri ordini religiosi di potere ricevere somme da privati cittadini per il riscatto di schiavi.

 

Alcuni esempi:

 

■ Con lettera del 19-11-1637, il Vicerè ordina al Secreto di Trapani di consentire ai Rettori della Confraternita, di estrarre, franchi di gabella, generi vari per fare una copiosa et generale redentione di cristiani schiavi e consistenti in 60 botti di vino, 6 cantara di cascavallo, rotula 50 di confetture et alcuni drappi di sita per regalo a Bascià et alla dogana di Tunisi, in una con 33.000 pezzi di 8 reali di Spagna.

 

■ Padre Francesco Agliano, religioso della SS. Trinitatis pro redentione captivorum, missionarius apostolicus, con licenza dell’Arciconfraternita, riceve dal Sac. Alberto Adragna, trapanese, 173 pezzi di 8 reali di Spagna, in auxilium et augmentum di elemosina dati per il riscatto di Bartolomeo Riva, suo cognato; pezzi dai quali però si devono detrarre 10 pezzi per diritti spettanti al Bascià di Tunisi.

■ Lo stesso Padre Agliano riceve once 40 da Brigida Roccaforti, moglie di Giuseppe Cipollina, schiavo in Tunisi da circa 6 anni, la quale non avendo mezzi propri si rivolge al nipote Leonardo Buffa ed il cognato Sac. Giosuè Cipollina al quale vende, cum pacto reddimendi il palazzotto di case sito in contrada S. Lucia.

■ Ed ancora lo stesso Padre Agliano riceve 120 pezzi di 8 reali di Spagna dal detto Sac. Giosuè, in auxilium et augmentum di elemosina dati per il riscatto di Giuseppe Cipollina; pezzi dai quali però si devono detrarre 7 pezzi dovuti al Bascià di Tunisi.

 

L‘attività dell’Arciconfraternita procede senza risultati esaltanti, tanto che il Vicerè invia, sollecitato dai Rettori un lettera, datata 1l-11-1660, con la quale ordina ai Giurati di promulgare bando nella “piazza Publica e solita che ogni persona che havesse padre, madre, figli, figlie, fratelli, sorelle, parenti e amici o conoscenti, schiavi dei Turchi habbi da fare revelo subito al mastro notaro, fecendo scrivere nomi cognomi di tali schiavi, dove sono nati, di che età siano, quanto tempo che sono cattivi, dove al presente si trovano e che professione o arte facevano, se sono maritati e di che età è la moglie, e se hanno figli e quanti, e di che età, e che facoltà habbiano e li facciano registrare e mandino l’elenco entro 30 giorni dopo fatti gli atti del mastro notaro.

Ed un mese dopo un’altra lettera per la redenzione dei Cattivi alla quale è allegata l’Ordinattione con la quale s’hanno a regolare i Deputati eletti nelle Città e Terre del Regno in aiuto e beneficio dell’Opera della Redenzione de’ Cattivati da Infedeli, fondata nella Chiesa di Santa Maria la Nova nella città di Palermo.

 

In essa è detto:

 

1.      che i Deputati eletti abbiano cura dei negozi e degli interessi dell’Opera e di intrattenere diligente corrispondenza con l’ Arciconfraternita;

2.      che si riuniscano nella stanza della chiesa da loro scelta;

3.      che procurino ogni anno si faccia solenne processione generale, accompagnati dal Capitano, Giudici ed altre persone nobili per accrescere nel popolo la devozione verso questa Opera;

4.      che mandino i riveli dei Cattivati all’Arciconfraternita e rinnovino ogni anno la pubblicazione del bando;

5.      che ricordino ai Predicatori e Curati che nelle loro chiese raccomandino al popolo quest’Opera;

6.      che il Vicario e l’Arciprete incarichino i Confessori ed i Guardiani dei Conventi di raccomandare quest’Opera;

7.      che raccolgano dai notai i legati fatti a favore della Redenzione, e ne mandino copia all’Arciconfraternita;

8.      che mettano nella chiesa dove si riuniscono, e nelle altre chiese delle città più popolate, una cassa con tre chiavi differenti nella quale i devoti possano offrire le loro elemosine per il riscatto dei Cattivi, con fare dipingere la Santa Croce con le figure stampate nel Breve Apostolico con la scritta cassa di elemosine per la Redenzione dei Cattivi;

9.      che ogni domenica vadano questuando per la loro Città o Terra con una cassetta in mano per raccogliere le elemosine;

10.   che discorrano fra loro di quelli espedienti per beneficare ed aumentare quest’ Opera;

11.    che tengano diligenza perché nessun’altra Confratria, compresi quelli della Mercede e quelli della SS. Trinità, possano sotto nome di Redenzione dei Cattivi domandare ed accettare elemosine, ancorché spontaneamente.

Dell’attività svolta dalla Confraternita che si protrasse fino agli inizi dell’800, sono certamente negli archivi della nostra città sufficienti documenti con i qual poter fare luce su quei dolorosi e tragici anni.

 

 

Antonio Buscaino

 

 

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