SCENE DI UNA NOTTE DI VENTO E PASSIONE

 di Luciano Mirone 

Pubblicato su
I Gruppi Sacri, arte e tradizioni popolari ” - Aprile 1987


  Venerdì Santo di un anno qualunque. Una “troupe” televisiva registra i Misteri per conto di una televisione straniera.

La telecamera “zooma” sui volti dei personaggi, poi gradualmente si sposta sulla processione.

Il volto di Mazzabubù è un po’ corroso dall’alcol e il suo corpo è un peso inerte che cerca di arrampicarsi sugli scalini della banca Operaia di via XXX gennaio.

Cinquanta metri più in là, il cameraman, nella rosticceria di Biagio, riesce a scovare, “Peppi u batterista” il quale suona la fisarmonica raccogliendo attorno a se un notevole stuolo di simpatizzanti che gli richiedono “tutto il calcio minuto per minuto”.

 Via Fardella ci sono loro, i Misteri, che continuano a scivolare con cadenza lentissima, i portatori col vino ben nascosto sotto le tradizionali “cappe” di colore blu, le vare portate a mò di danza, una danza blanda che a Trapani chiamano “annacata”.

E’ una serata caldissima.

Un vento proveniente dall’Africa ha permesso alla primavera di giungere con un certo anticipo ai tempi previsti.

C’è – come ogni anno – l’atmosfera della festa. In apparenza la moltitudine si diverte.

Si nota subito per molta gente non è sede autentica.

Centomila persone stanotte si sono date convegno nella strada: artigiani, contadini, professionisti, impiegati.

Per una volta all’anno non c’è differenza di classe ne di ceto.

C’è chi indossa il “valentino” e chi un modesto doppio petto rispolverato dall’armadio per l’occasione. I ragazzi volano sugli “ottovolante” del luna park in piazza Vittorio; le luci multicolori, la musica di Nino D’Angelo miscelata alle note tristi di Chopin che accompagnano i Misteri, il cameraman è contento della buona riuscita delle riprese e parla in milanese, ma subito dopo si viene a sapere che è di Gibellina.

Inquadra le vare appartenenti ai ceti dei calzolai, dei pastai, dei fruttivendoli, degli scalpellini, dei muratori.

C’è anche la vara del popolo che pesa più delle altre e viene portata a spalla da 12 persone robuste.

Dietro, le donne in gramaglie seguono in composto silenzio e qualcuna ha le lagrime agli occhi.

C’è qualcosa di misterioso, in quelle lagrime: qualcosa che si avvicina alla morte, ma che tuttavia sembra profondamente vivo negli occhi e nelle coscienze  di qualcuno. Ma cosa? La processione sta completando il giro di via Giovan Battista Fardella e gradualmente si avvia per le antiche viuzze del centro storico.

Una volta, quando ancora la città  nuova doveva sorgere, era in quel dedalo di stradine che le maestranze facevano sfilare le vare.

Ed è proprio in quelle stradine che la processione assume un aspetto poetico, quasi magico, perché tutto sembra improvvisamente armonizzarsi: i colori meno violenti,le luci più discrete, la gente più assorta.

Piazza Vittorio sembra proprio lontana.

Nella taverna di largo Franchì, l’ultima rimasta, c’è un accattone che con le mani prende un pezzettino di bollito di vitello e lo porta alla bocca. Il cuore della vecchia Trapani pulsa. La “troope” televisiva anticipa tutti e si piazza davanti a “Calvino”, dove per la sera dei Misteri giovani si danno appuntamento nel farsi la solita “rianata”.

Poco dopo arrivano le telecamere delle emittenti locali “per la diretta” ed un tizio afferma che nei Misteri c’è qualcosa di erotico. Lo dice a bassa voce, però.

“Quell’annacata – dice – è la metafora dell’atto amoroso.

E poi quegli sguardi repressi delle ragazzine che dopo un anno escono di casa”.

Ma fortunatamente non lo sente nessuno.

                                                                                                     Luciano Mirone

 

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