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Venerdì
Santo di un anno qualunque. Una “troupe” televisiva registra i
Misteri per conto di una televisione straniera.
La
telecamera “zooma” sui volti dei personaggi, poi gradualmente si
sposta sulla processione.
Il
volto di Mazzabubù è un po’ corroso dall’alcol e il suo corpo è
un peso inerte che cerca di arrampicarsi sugli scalini della banca
Operaia di via XXX gennaio.
Cinquanta
metri più in là, il cameraman, nella rosticceria di Biagio, riesce a
scovare, “Peppi u batterista” il quale suona la fisarmonica
raccogliendo attorno a se un notevole stuolo di simpatizzanti che gli
richiedono “tutto il calcio minuto per minuto”.
Via
Fardella ci sono loro, i Misteri, che continuano a scivolare con
cadenza lentissima, i portatori col vino ben nascosto sotto le
tradizionali “cappe” di colore blu, le vare portate a mò di
danza, una danza blanda che a Trapani chiamano “annacata”.
E’
una serata caldissima.
Un
vento proveniente dall’Africa ha permesso alla primavera di giungere
con un certo anticipo ai tempi previsti.
C’è
– come ogni anno – l’atmosfera della festa. In apparenza la
moltitudine si diverte.
Si
nota subito per molta gente non è sede autentica.
Centomila
persone stanotte si sono date convegno nella strada: artigiani,
contadini, professionisti, impiegati.
Per
una volta all’anno non c’è differenza di classe ne di ceto.
C’è
chi indossa il “valentino” e chi un modesto doppio petto
rispolverato dall’armadio per l’occasione. I ragazzi volano sugli
“ottovolante” del luna park in piazza Vittorio; le luci
multicolori, la musica di Nino D’Angelo miscelata alle note tristi
di Chopin che accompagnano i Misteri, il cameraman è contento della
buona riuscita delle riprese e parla in milanese, ma subito dopo si
viene a sapere che è di Gibellina.
Inquadra
le vare appartenenti ai ceti dei calzolai, dei pastai, dei
fruttivendoli, degli scalpellini, dei muratori.
C’è
anche la vara del popolo che pesa più delle altre e viene portata a
spalla da 12 persone robuste.
Dietro,
le donne in gramaglie seguono in composto silenzio e qualcuna ha le
lagrime agli occhi.
C’è
qualcosa di misterioso, in quelle lagrime: qualcosa che si avvicina
alla morte, ma che tuttavia sembra profondamente vivo negli occhi e
nelle coscienze di
qualcuno. Ma cosa? La processione sta completando il giro di via
Giovan Battista Fardella e gradualmente si avvia per le antiche viuzze
del centro storico.
Una
volta, quando ancora la città nuova
doveva sorgere, era in quel dedalo di stradine che le maestranze
facevano sfilare le vare.
Ed
è proprio in quelle stradine che la processione assume un aspetto
poetico, quasi magico, perché tutto sembra improvvisamente
armonizzarsi: i colori meno violenti,le luci più discrete, la gente
più assorta.
Piazza
Vittorio sembra proprio lontana.
Nella
taverna di largo Franchì, l’ultima rimasta, c’è un accattone che
con le mani prende un pezzettino di bollito di vitello e lo porta alla
bocca. Il cuore della vecchia Trapani pulsa. La “troope”
televisiva anticipa tutti e si piazza davanti a “Calvino”, dove
per la sera dei Misteri giovani si danno appuntamento nel farsi la
solita “rianata”.
Poco
dopo arrivano le telecamere delle emittenti locali “per la
diretta” ed un tizio afferma che nei Misteri c’è qualcosa di
erotico. Lo dice a bassa voce, però.
“Quell’annacata
– dice – è la metafora dell’atto amoroso.
E
poi quegli sguardi repressi delle ragazzine che dopo un anno escono di
casa”.
Ma
fortunatamente non lo sente nessuno.
Luciano
Mirone |