CLASSI SUBALTERNE E RELIGIOSITA' POPOLARE NELLA PROCESSIONE DEI MISTERI

di  Salvatore Corso 

In F. Saija (a cura di) “Questione meridionale, religione e classi subalterne” Guida Ed. Napoli 1978


  Tra le forme della religiosità popolare che sopravvivono nella nostra Sicilia meritano un posto di rilievo le processioni che scandiscono i giorni del Triduo pasquale nella Settimana Santa.

Distinte dalle feste religiose a carattere commemorativo-miracolistico, queste della Settimana Santa sono incentrate nella rievocazione di quell’evento storico che continua ad attrarre lo animo dei siciliani.

Già dal martedì e dal mercoledì per le vie della città e dei paesi le processioni delle “Madonne” in cerca del Figlio si intersecano con residui di recitazione drammatica  eseguita da personaggi viventi, fino alla processione dell’alba del Sabato, quando al mistero del dolore subentra, anche se meno sentita e diffusa, la festa del Risorto.

Da San Fratello a Marsala, da Casteltermini a Francavilla, da Castroreale a Butera, da Palermo a Montedoro alcune di queste tradizioni sono scomparse, ma altre sussistono, almeno nella parte spettacolare.

Cominciando a scendere nei dettagli, non si può anzitutto tralasciare di richiamare da un lato il senso marcatamente drammatico impresso alle singole manifestazioni e dall’altro quella certa refrattarietà al cristianesimo e a tutto ciò che sa di mistero, tranne il dolore umano, propria dell’animo siciliano.

Uno sfondo pessimistico e chiuso ad ogni speranza di risurrezione, dove le amarezze e le secolari delusioni dell’intero popolo sembrano trovare la loro plastificazione nella vicenda di un uomo oltraggiato e ingiustamente condannato, cui fa eco la straziante desolazione di una madre addolorata. Una interpretazione quindi secolare – in senso teologico – o immanentistica dell’evento salvifico cristiano, che non risparmia sfarzo di tinte spagnolesche per autoesaltare l’intimo più recondito di questo popolo, cioè la sua vera e perenne spiritualità.

Appunto in questo sottofondo le sacre rappresentazioni medievali, presenti nelle varie regioni italiane, rivivono in una maniera singolare nelle processioni che si svolgono in Sicilia nel Triduo pasquale e segnatamente nei Misteri di Trapani e di Erice , come in quelli di Caltanissetta, gruppi in cartapesta di notevole pregio che svolgono differenziatamente il tema della Passione.

Senza volere istituire un confronto tra le due processioni – quella di Trapani ed Erice da un lato e quella di Caltanissetta dall’altro – preme qui rimarcare tutti quegli aspetti che fanno della storia  e del folklore sorto intorno ai gruppi di Erice e Trapani un tipico esempio del ruolo esercitato dalle classi sociali nella manipolazione di sovrastrutture religiose.

 

ORIGINI E SVOLGIMENTO DELLA PROCESSIONE 

La processione dei Misteri sia a Trapani che ad Erice si svolge ancora il Venerdì Santo di ogni anno, mantenendo le due manifestazioni quelle caratteristiche comuni – ma solo in parte – dalle quali hanno avuto origine.

A Trapani la Processione si snoda dalle ore del primissimo pomeriggio del Venerdì alle ore che precedono il mezzogiorno del sabato, e viene oggi curata dall’Ente Prov. Turismo in collaborazione con le maestranze.

Venti sono i gruppi che la compongono e che sfilano tra migliaia e migliaia di persone assiepate sui balconi, nelle piazze, nei vicoli e lungo le grande arterie cittadine.

Illuminazione, torce a vento, numerose bande musicali, addobbi floreali sono la cornice esuberante che sovraccarica lo sfavillio degli argenti preziosi luccicanti dai personaggi portati a spalla e preceduti dai rappresentanti – ora anche da gente prezzolata – dei ceti operai e delle maestranze artigiane schierati in fila.

Trapani rivive ogni anno la sua notte di veglia, in una fantasmagoria di ebbrezza quasi collettiva che richiama dai paesi vicini e lontani gente sempre desiderosa di rivedere i Misteri, come per una autosuggestione di perennità singola e corporativa.

Opera di valentissimi artigiani che, usando legno, tela e colla con una tecnica tipica, hanno consegnato alle statue espressioni di autentica arte, i Misteri sono stati costruiti e restaurati in epoche diverse, a causa di varie vicende, non ultima la seconda guerra mondiale.

Della maggioranza dei gruppi non si conosce che il restauratore o colui che ebbe il compito di un totale rifacimento nel sec. XVII: segno questo della consistente tradizione artistica di così validi maestri e delle loro scuole.

Così ai nomi di valenti scultori si mescolano quelli di non meno bravi artigiani che hanno magari lavorano senza lasciare il nome all’opera loro, in vera e nascosta emulazione, rispettosa tuttavia di una qual certa unità di stile e di ispirazione. Contratti notarili di diverse epoche testimoniano ancora quel fervore di operosità e di organizzazione dei ceti e delle maestranze, cui i Misteri vennero affidati tra il 1612 e il 1788 dalla Confraternita del Sangue Prezioso di Cristo.

Anche a Trapani infatti questa Confraternita di origine medievale curava la rappresentazione della Passione, che poi prese  sviluppo e si articolò successivamente nella processione di impronta spagnola chiamata “La Casazas”, perdurata a Palermo fino all’unità d’Italia.

Quella di Trapani all’origine non doveva essere dissimile da quella attualmente conservata il Giovedì Santo a Marsala.

Senza dubbio gli influssi spagnoli costituirono uno stimolo al cambiamento di quanto già doveva essere decadente.

E’ databile da questo periodo la costruzione dei primi Misteri ad opera di artigiani rimasti quasi tutti ignoti. I preposti della Confraternita, che duravano in carica un triennio, iniziarono le  commissioni avendo la bozza di un disegno unitario, La processione “La Casazas” in tal modo fu solo un punto di passaggio, in quanto sostituiva alla rappresentazione sacra – recitata o muta – la sfilata di numerosi simulacri di Santi Patroni, quelli naturalmente che venivano venerati nella città.

La novità dei Misteri consistette invece nel raffigurare con gruppi originali i momenti della Passione.

Proprio questo periodo di cambiamenti è segnato dall’arrivo a Trapani dei Gesuiti dalla Spagna nel 1581, quegli stessi che poi divennero i possessori di un vastissimo quadrilatero di edifici al centro della città. La loro influenza doveva essere qualificata e considerevolmente estesa in tutti i campi della vita religiosa e culturale.

Per quanto riguarda la derivazione dei gruppi dei Misteri da analoghe costruzioni, a tutt’oggi presenti in Spagna, basterà citare la rassomiglianza iconografica con i gruppi che nella stessa circostanza sfilano in processione nella città spagnola di Murcia.

La processione dei Misteri a Trapani non dovette avere  all’inizio tutti i gruppi che ora la compongono; ma già nel 1621 vengono stabiliti i diritti di precedenza e quindi l’ordinamento dell’intera manifestazione.

Tali questioni, unitamente a quelle relative al passaggio di un gruppo dalla gestione affidata ad una corporazione artigiana all’altra si protraggono fino ai nostri giorni, mentre costituiscono validi indizi sulle alterne fortune di alcune maestranze e sul cambiamento dell’economia cittadina.

A questo proposito meritano attenzione due avvenimenti particolari.

Il primo si riferisce all’urna del Cristo morto associata alla processione nel 1782: portata inizialmente a spalla dai Confrati della Compagnia-Confraternita, alla quale rimaneva il possesso di tutti i gruppi, successivamente nel sec. XIX con l’affermarsi della categoria dei pastai di recente formazione, venne ceduta ad essi, segno questo che la Compagnia-Confraternita era già in disfacimento.

Altro avvenimento va rilevato e si riferisce alla statua dell’Addolorata, anch’essa entrata successivamente a chiudere la processione: condotta inizialmente a spalla dai patrizi e seguita dai senatori, dal Capitano di giustizia o dall’Intendente, nello stesso periodo venne affidata ai camerieri, cuochi e cocchieri, naturalmente in rappresentanza della nobiltà, segno anche questo delle mutate condizioni storico-ambientali.

Non è possibile soffermare, in questa sede, l’attenzione sul modo secondo il quale la religiosità dei trapanesi sia stata alimentata e a sua volta si sia espressa nella processione dei Misteri, poiché tutte le considerazioni sulla religiosità del popolo meridionale andrebbero circostanziate in un’analisi particolare.Non c’è dubbio tuttavia che le interpretazioni di tale religiosità non possono coincidere né con le esaltazioni panegiriche scritte da autore della fine del secolo scorso e neppure con le trionfalistiche stucchevolezze riportate fino ai nostri giorni. Vanno invece precisate le caratterizzazioni sociali che distinguono la processione dei Misteri dalle altre, per scoprire le motivazioni e i fattori che coinvolgono il senso religioso.

Una menzione a parte merita, anche a questo proposito, la processione dei Misteri che nella stessa ricorrenza percorre le stradine di Erice, sia per la compostezza conservata – almeno fino ad un certo punto – e del resto possibile in un ambiente singolare come quello della Vetta, sia ancora per il numero limitato a sei dei gruppi, che peraltro ricalcano, nella fattura e nel tipo di gestione, la plateale manifestazione di Trapani.

Ambedue le processioni tuttavia – fatte le precedenti puntualizzazioni, sono abbinate per le motivazioni di stampo sociale che le hanno originate e per lo sviluppo raggiunto, sviluppo secondo il quale la storia delle due città si compenetra, pur nella distinzione dei ruoli specifici. Per quanto riguarda l’organizzazione delle due processioni, basterà constatare che essa rimane nelle mani dei ceti e delle maestranze a cui spetta curare la pulizia e l’addobbo, la raccolta dei fondi, la designazione dei consoli preposti alla sfilata, l’ingaggio e il pagamento dei massari-portatori e la contabilità da un’annata all’altra.

DALLE CONFRATERNITE ALLA FINE DELLE CORPORAZIONI

L’anacronismo di una tale gestione ha una sua giustificazione storica che illumina l’indagine sulla tipica religiosità propria alle due manifestazioni.

Risalire alla costituzione dei ceti e delle maestranze  in Corporazioni per scoprire quegli aspetti della religiosità che ne hanno fatto i gestori e, in certo senso, anche i protagonisti della processione dei Misteri: questa sembra la traccia da seguire.

Ora proprio alle origini della costituzione delle prime Corporazioni a Trapani e ad Erice si intreccia un particolare sviluppo delle Confraternite medievali verso le Compagnie o Congregazioni del sec. XVII. Proprio questo sviluppo dalle Confraternite alle Compagnie coincide con l’affermarsi delle Corporazioni nella zona trapanese e con il sorgere della processione dei Misteri a Trapani e ad Erice.

La spinta data dalla Compagnia dei Gesuiti nella trasformazione delle Confraternite, ormai che le Corporazioni si erano imposte, determina un nuovo assetto dei movimenti laici all’interno della Chiesa.

I Gesuiti – che si definiscono una Compagnia ovviamente in quanto religiosi – anche a Trapani dovettero influenzare il sorgere di Compagnie di laici avvenute dal tempo della loro venuta e la trasformazione delle Confraternite medievali.

Ciò si desume già dagli atti di fondazione dei singoli organismi o da quelli che attestano la loro trasformazione.

In verità, quelle denominazioni che ricorrono – “Confraternita” “Compagnia” “Fratria” e Congregazione” – andrebbero studiate e selezionate dall’uso promiscuo.

Ne consegue che ad un’attenta analisi non può sfuggire che appunto tale sviluppo deve essere qualificato come una singolare involuzione manovrata per il perseguimento di ben precise finalità che hanno portato all’espandersi della Controriforma sul piano religioso e sociale.

Fissando così la ricerca alla zona trapanese è lecito individuare nella Confraternita  la struttura primitiva di tipo liturgico e assistenziale che trovò la sua fioritura nell’ultimo scorcio del medioevo. Si ha notizia, per esempio, che ad Erice fin dal 1451 erano in auge tre Confraternite, nelle quali il principio della gestione comunitaria e dell’elezione erano pacifiche acquisizioni e attorno alle quali si agglomeravano i nuclei familiari che ne sostenevano le iniziative a tutti i livelli.

E’ sintomatico che l’erezione delle parrocchie – sempre ad Erice -, determinata dal vescovo di Mazara in attuazione del Concilio Tridentino, scavalca le Confraternite, le disgrega e le ridimensiona a semplici associazioni, senza quella prerogativa giuridica che ne aveva intessuto l’esistenza.

Da una parte  quindi queste tipiche Confraternite perdono di vitalità, mentre altri tipi resistono ai nuovi indirizzi tridentini e ne subiscono le trasformazioni.

Ovviamente tutto ciò si è potuto verificare perché un altro fattore di sfaldamento agiva all’interno delle Confraternite con il consolidarsi di quelle categorie di ceti e di maestranze che ad Erice, come a Trapani e in tutta la Sicilia, dettavano i primi statuti delle corporazioni, mentre si verificavano le condizioni economiche adatte al libero scambio e al fiorire dell’artigianato soprattutto nelle terre demaniali – solo successivamente anche in quelle feudali – come appunto le due cittadine di Trapani ed Erice.

Il primo fermo al quale riferirsi è pertanto l’assetto delle Corporazioni come si è venuto delineando a partire dal sec. XVI in ambedue le città, come del resto in tutta l’isola, dove però le origini di esse appaiono più direttamente collegate alle istituzioni medievali, datate come sono i più antichi, quelli di Catania, al 1435. La diffusione di tali statuti arriva anche a Trapani, dove quelli del ceto dei calzolai portano la data 18 settembre 1587, ma dove evidentemente i ceti operai erano raggruppati prima come associazioni di fatto, sorte già in autonomia dalle Confraternite per difendere interessi e prerogative di ciascuna categoria, come risulta, per esempio, dal fatto che nel 1476 il ceto dei naviganti fece costruire a proprie spese la Cappella del Cristo Risorto nella Chiesa dell’Annunziata.

Bisogna riconoscere che le prerogative giuridiche incentrate nel privilegio di foro o di arbitrato di lavoro – che stava alla base dell’economia – diedero alle Corporazioni, anche prima che ne avessero riconosciuto il diritto, la necessaria forza di controllo all’interno della stessa categoria e, per riflesso, su tutta la collettività.

Direttamente legate alla produzione, protette dagli statuti approvati e garantiti dal Supremo Tribunale del Real Patrimonio di Palermo, le Corporazioni esercitarono da allora un monopolio indiscusso nell’ambito della propria attività.

E mentre poi cercavano di investire l’accumulazione di capitali frutto di lavoro nel commercio e nell’acquisto di proprietà terriere, e avviavano contemporaneamente le generazioni più giovani alle professioni liberali o alla carriera ecclesiastica, contribuivano al superamento delle stesse Corporazioni e alla nascita di una nuova classe borghese.

Venne di conseguenza ad accrescersi il peso sociale e politico delle Corporazioni, soprattutto dove esse riuscirono a saldare i loro interessi con quelli degli altri ceti, per imporsi prima di fronte al patriziato e per partecipare poi ai moti di riscossa.

Lo spirito religioso e assistenziale delle Confraternite non venne apparentemente meno nei nuovi organismi delle Corporazioni.

Tuttavia si precisarono man mano gli ambiti e le competenze , nacquero anche liti  e controversie  con i Cappellani e il Vescovo per le ore di mercato domenicale o per diritti di processioni. Ma appena balenò l’impegno politico, la reazione venne dal Vescovo e dal Vicerè, fino alla soppressione delle Corporazioni al tempo del Vicerè Caracciolo.

Una volta che le Confraternite avevano perduto la loro consistenza e di fronte all’affermarsi delle Corporazioni lo spirito della Controriforma doveva penetrare nei nuovi organismi, ad opera dei Gesuiti e delle Congregazioni di religiosi che vennero ad impiantarsi nel territorio trapanese.

Allo spirito trionfalistico della Controriforma la sacra rappresentazione medievale curata dalla Confraternita del Sangue Prezioso di Cristo a Trapani non risultò conforme ai nuovi indirizzi. Questa Confraternita già marciava verso la decadenza , se nel 1646 si fuse con quella di S. Michele, anch’essa di origine medievale e impiantata su finalità assistenziali. Ambedue resistono, ma mutano gli scopi, avvicinandosi quest’ultima alle caratteristiche della prima che curava la rappresentazione della Passione.

Gli inconvenienti della sacra rappresentazione medievale venivano superati  e l’effetto sortito dalla processione della Casazas prima e da quella  che si organizzò con l’allestimento dei gruppi dei Misteri, oltre ad ingaggiare le Corporazioni in emulazioni e organizzazioni più strettamente religiose, almeno per alcune solennità come quelle pasquali – con la processione del Venerdì Santo e con quella cosiddetta del Celio nel periodo della Pasqua – consolidò il rapporto tra le Corporazioni e il nuovo spirito religioso.

A Trapani dunque la processione dei Misteri assolse a questa funzione di veicolo prezioso attraverso il quale trasmettere alle generazioni, che tentavano di esorbitare dall’ambito religioso-chiesastico, le deliberazioni del Concilio tridentino e lo spirito della Controriforma.

La stessa sorte doveva toccare alla vicina Erice, dove pure le Corporazioni stavano organizzandosi nella stessa maniera.

Un tale spirito di chiusura e di intransigenza non corrispondeva ai più vasti interessi delle categorie, che riuscirono così a formalizzare la processione e la loro partecipazione, fino ai nostri giorni.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Quello che oggi si lamenta è proprio quest’immobilismo religioso, legato a forme esteriori in una società che non è più medievale e neppure spagnola. La chiesa trapanese, dato il primo avvio all’organizzazione della Processione dei Misteri, è intervenuta occasionalmente e solo marginalmente per questioni di partecipazione del clero o delle donzelle dell’Orfanotrofio, per questioni di orario, e di discorsi commemorativi, e per ultimo per attestare almeno una presenza mediante la benedizione con la reliquia della Croce riservata al Vescovo.

Obbiettivamente bisogna constatare l’impossibilità di attuare una riforma in una organizzazione che per nulla si differenzia dal contesto di culti non cristiani che per il suo oggetto specifico. Forse la colpa della Comunità ecclesiale trapanese non consiste nel non aver tentato riforme che non potevano essere attuate, quanto piuttosto nel lasciare sopravvivere quell’immagine trionfalistica della Passione, propria di questa Processione, alla quale non è neppure possibile togliere gli abusi più sconcertanti.

Se nella processione di Erice è stato consentito un certo riformismo – e qualche anno è stata sospesa la banda musicale, sono stati eseguiti canti popolari e sono stati commentati passi biblici – non si può affermare che siano stati fatti dei passi in avanti. L’immagine distorta di un cristianesimo trionfalista e perciò integrista può far comodo alla chiesa istituzionale, ma anche a quelle forze ideologiche che pensano di sovvertire l’ordinamento della presente società capitalistica senza curare le sovrastrutture popolari e religiose.

                                                                                                                               Salvatore Corso

 

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