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Tra
le forme della religiosità popolare che sopravvivono nella nostra
Sicilia meritano un posto di rilievo le processioni che scandiscono i
giorni del Triduo pasquale nella Settimana Santa.
Distinte
dalle feste religiose a carattere commemorativo-miracolistico, queste
della Settimana Santa sono incentrate nella rievocazione di
quell’evento storico che continua ad attrarre lo animo dei
siciliani.
Già
dal martedì e dal mercoledì per le vie della città e dei paesi le
processioni delle “Madonne” in cerca del Figlio si intersecano con
residui di recitazione drammatica
eseguita da personaggi viventi, fino alla processione
dell’alba del Sabato, quando al mistero del dolore subentra, anche
se meno sentita e diffusa, la festa del Risorto.
Da
San Fratello a Marsala, da Casteltermini a Francavilla, da Castroreale
a Butera, da Palermo a Montedoro alcune di queste tradizioni sono
scomparse, ma altre sussistono, almeno nella parte spettacolare.
Cominciando
a scendere nei dettagli, non si può anzitutto tralasciare di
richiamare da un lato il senso marcatamente drammatico impresso alle
singole manifestazioni e dall’altro quella certa refrattarietà al
cristianesimo e a tutto ciò che sa di mistero, tranne il dolore
umano, propria dell’animo siciliano.
Uno
sfondo pessimistico e chiuso ad ogni speranza di risurrezione, dove le
amarezze e le secolari delusioni dell’intero popolo sembrano trovare
la loro plastificazione nella vicenda di un uomo oltraggiato e
ingiustamente condannato, cui fa eco la straziante desolazione di una
madre addolorata. Una interpretazione quindi secolare – in senso
teologico – o immanentistica dell’evento salvifico cristiano, che
non risparmia sfarzo di tinte spagnolesche per autoesaltare l’intimo
più recondito di questo popolo, cioè la sua vera e perenne
spiritualità.
Appunto
in questo sottofondo le sacre rappresentazioni medievali, presenti
nelle varie regioni italiane, rivivono in una maniera singolare nelle
processioni che si svolgono in Sicilia nel Triduo pasquale e
segnatamente nei Misteri di Trapani e di Erice , come in quelli di
Caltanissetta, gruppi in cartapesta di notevole pregio che svolgono
differenziatamente il tema della Passione.
Senza
volere istituire un confronto tra le due processioni – quella di
Trapani ed Erice da un lato e quella di Caltanissetta dall’altro –
preme qui rimarcare tutti quegli aspetti che fanno della storia
e del folklore sorto intorno ai gruppi di Erice e Trapani un
tipico esempio del ruolo esercitato dalle classi sociali nella
manipolazione di sovrastrutture religiose.
ORIGINI
E SVOLGIMENTO DELLA PROCESSIONE
La
processione dei Misteri sia a Trapani che ad Erice si svolge ancora il
Venerdì Santo di ogni anno, mantenendo le due manifestazioni quelle
caratteristiche comuni – ma solo in parte – dalle quali hanno
avuto origine.
A
Trapani la Processione si snoda dalle ore del primissimo pomeriggio
del Venerdì alle ore che precedono il mezzogiorno del sabato, e viene
oggi curata dall’Ente Prov. Turismo in collaborazione con le
maestranze.
Venti
sono i gruppi che la compongono e che sfilano tra migliaia e migliaia
di persone assiepate sui balconi, nelle piazze, nei vicoli e lungo le
grande arterie cittadine.
Illuminazione,
torce a vento, numerose bande musicali, addobbi floreali sono la
cornice esuberante che sovraccarica lo sfavillio degli argenti
preziosi luccicanti dai personaggi portati a spalla e preceduti dai
rappresentanti – ora anche da gente prezzolata – dei ceti operai e
delle maestranze artigiane schierati in fila.
Trapani
rivive ogni anno la sua notte di veglia, in una fantasmagoria di
ebbrezza quasi collettiva che richiama dai paesi vicini e lontani
gente sempre desiderosa di rivedere i Misteri, come per una
autosuggestione di perennità singola e corporativa.
Opera
di valentissimi artigiani che, usando legno, tela e colla con una
tecnica tipica, hanno consegnato alle statue espressioni di autentica
arte, i Misteri sono stati costruiti e restaurati in epoche diverse, a
causa di varie vicende, non ultima la seconda guerra mondiale.
Della
maggioranza dei gruppi non si conosce che il restauratore o colui che
ebbe il compito di un totale rifacimento nel sec. XVII: segno questo
della consistente tradizione artistica di così validi maestri e delle
loro scuole.
Così
ai nomi di valenti scultori si mescolano quelli di non meno bravi
artigiani che hanno magari lavorano senza lasciare il nome all’opera
loro, in vera e nascosta emulazione, rispettosa tuttavia di una qual
certa unità di stile e di ispirazione. Contratti notarili di diverse
epoche testimoniano ancora quel fervore di operosità e di
organizzazione dei ceti e delle maestranze, cui i Misteri vennero
affidati tra il 1612 e il 1788 dalla Confraternita del Sangue Prezioso
di Cristo.
Anche
a Trapani infatti questa Confraternita di origine medievale curava la
rappresentazione della Passione, che poi prese
sviluppo e si articolò successivamente nella processione di
impronta spagnola chiamata “La
Casazas”, perdurata a Palermo fino all’unità d’Italia.
Quella
di Trapani all’origine non doveva essere dissimile da quella
attualmente conservata il Giovedì Santo a Marsala.
Senza
dubbio gli influssi spagnoli costituirono uno stimolo al cambiamento
di quanto già doveva essere decadente.
E’
databile da questo periodo la costruzione dei primi Misteri ad opera
di artigiani rimasti quasi tutti ignoti. I preposti della
Confraternita, che duravano in carica un triennio, iniziarono le
commissioni avendo la bozza di un disegno unitario, La
processione “La Casazas” in tal modo fu solo un punto di
passaggio, in quanto sostituiva alla rappresentazione sacra –
recitata o muta – la sfilata di numerosi simulacri di Santi Patroni,
quelli naturalmente che venivano venerati nella città.
La
novità dei Misteri consistette invece nel raffigurare con gruppi
originali i momenti della Passione.
Proprio
questo periodo di cambiamenti è segnato dall’arrivo a Trapani dei
Gesuiti dalla Spagna nel 1581, quegli stessi che poi divennero i
possessori di un vastissimo quadrilatero di edifici al centro della
città. La loro influenza doveva essere qualificata e
considerevolmente estesa in tutti i campi della vita religiosa e
culturale.
Per
quanto riguarda la derivazione dei gruppi dei Misteri da analoghe
costruzioni, a tutt’oggi presenti in Spagna, basterà citare la
rassomiglianza iconografica con i gruppi che nella stessa circostanza
sfilano in processione nella città spagnola di Murcia.
La
processione dei Misteri a Trapani non dovette avere all’inizio tutti i gruppi che ora la compongono; ma già
nel 1621 vengono stabiliti i diritti di precedenza e quindi
l’ordinamento dell’intera manifestazione.
Tali
questioni, unitamente a quelle relative al passaggio di un gruppo
dalla gestione affidata ad una corporazione artigiana all’altra si
protraggono fino ai nostri giorni, mentre costituiscono validi indizi
sulle alterne fortune di alcune maestranze e sul cambiamento
dell’economia cittadina.
A
questo proposito meritano attenzione due avvenimenti particolari.
Il
primo si riferisce all’urna del Cristo morto associata alla
processione nel 1782: portata inizialmente a spalla dai Confrati della
Compagnia-Confraternita, alla quale rimaneva il possesso di tutti i
gruppi, successivamente nel sec. XIX con l’affermarsi della
categoria dei pastai di recente formazione, venne ceduta ad essi,
segno questo che la Compagnia-Confraternita era già in disfacimento.
Altro
avvenimento va rilevato e si riferisce alla statua dell’Addolorata,
anch’essa entrata successivamente a chiudere la processione:
condotta inizialmente a spalla dai patrizi e seguita dai senatori, dal
Capitano di giustizia o dall’Intendente, nello stesso periodo venne
affidata ai camerieri, cuochi e cocchieri, naturalmente in
rappresentanza della nobiltà, segno anche questo delle mutate
condizioni storico-ambientali.
Non
è possibile soffermare, in questa sede, l’attenzione sul modo
secondo il quale la religiosità dei trapanesi sia stata alimentata e
a sua volta si sia espressa nella processione dei Misteri, poiché
tutte le considerazioni sulla religiosità del popolo meridionale
andrebbero circostanziate in un’analisi particolare.Non c’è
dubbio tuttavia che le interpretazioni di tale religiosità non
possono coincidere né con le esaltazioni panegiriche scritte da
autore della fine del secolo scorso e neppure con le trionfalistiche
stucchevolezze riportate fino ai nostri giorni. Vanno invece precisate
le caratterizzazioni sociali che distinguono la processione dei
Misteri dalle altre, per scoprire le motivazioni e i fattori che
coinvolgono il senso religioso.
Una
menzione a parte merita, anche a questo proposito, la processione dei
Misteri che nella stessa ricorrenza percorre le stradine di Erice, sia
per la compostezza conservata – almeno fino ad un certo punto – e
del resto possibile in un ambiente singolare come quello della Vetta,
sia ancora per il numero limitato a sei dei gruppi, che peraltro
ricalcano, nella fattura e nel tipo di gestione, la plateale
manifestazione di Trapani.
Ambedue
le processioni tuttavia – fatte le precedenti puntualizzazioni, sono
abbinate per le motivazioni di stampo sociale che le hanno originate e
per lo sviluppo raggiunto, sviluppo secondo il quale la storia delle
due città si compenetra, pur nella distinzione dei ruoli specifici.
Per quanto riguarda l’organizzazione delle due processioni, basterà
constatare che essa rimane nelle mani dei ceti e delle maestranze a
cui spetta curare la pulizia e l’addobbo, la raccolta dei fondi, la
designazione dei consoli preposti alla sfilata, l’ingaggio e il
pagamento dei massari-portatori e la contabilità da un’annata
all’altra.
DALLE
CONFRATERNITE ALLA FINE DELLE CORPORAZIONI
L’anacronismo
di una tale gestione ha una sua giustificazione storica che illumina
l’indagine sulla tipica religiosità propria alle due
manifestazioni.
Risalire
alla costituzione dei ceti e delle maestranze
in Corporazioni per scoprire quegli aspetti della religiosità
che ne hanno fatto i gestori e, in certo senso, anche i protagonisti
della processione dei Misteri: questa sembra la traccia da seguire.
Ora
proprio alle origini della costituzione delle prime Corporazioni a
Trapani e ad Erice si intreccia un particolare sviluppo delle
Confraternite medievali verso le Compagnie o Congregazioni del sec.
XVII. Proprio questo sviluppo dalle Confraternite alle Compagnie
coincide con l’affermarsi delle Corporazioni nella zona trapanese e
con il sorgere della processione dei Misteri a Trapani e ad Erice.
La
spinta data dalla Compagnia dei Gesuiti nella trasformazione delle
Confraternite, ormai che le Corporazioni si erano imposte, determina
un nuovo assetto dei movimenti laici all’interno della Chiesa.
I
Gesuiti – che si definiscono una Compagnia ovviamente in quanto
religiosi – anche a Trapani dovettero influenzare il sorgere di
Compagnie di laici avvenute dal tempo della loro venuta e la
trasformazione delle Confraternite medievali.
Ciò
si desume già dagli atti di fondazione dei singoli organismi o da
quelli che attestano la loro trasformazione.
In
verità, quelle denominazioni che ricorrono – “Confraternita”
“Compagnia” “Fratria” e Congregazione” – andrebbero
studiate e selezionate dall’uso promiscuo.
Ne
consegue che ad un’attenta analisi non può sfuggire che appunto
tale sviluppo deve essere qualificato come una singolare involuzione
manovrata per il perseguimento di ben precise finalità che hanno
portato all’espandersi della Controriforma sul piano religioso e
sociale.
Fissando
così la ricerca alla zona trapanese è lecito individuare nella
Confraternita la
struttura primitiva di tipo liturgico e assistenziale che trovò la
sua fioritura nell’ultimo scorcio del medioevo. Si ha notizia, per
esempio, che ad Erice fin dal 1451 erano in auge tre Confraternite,
nelle quali il principio della gestione comunitaria e dell’elezione
erano pacifiche acquisizioni e attorno alle quali si agglomeravano i
nuclei familiari che ne sostenevano le iniziative a tutti i livelli.
E’
sintomatico che l’erezione delle parrocchie – sempre ad Erice -,
determinata dal vescovo di Mazara in attuazione del Concilio
Tridentino, scavalca le Confraternite, le disgrega e le ridimensiona a
semplici associazioni, senza quella prerogativa giuridica che ne aveva
intessuto l’esistenza.
Da
una parte quindi queste
tipiche Confraternite perdono di vitalità, mentre altri tipi
resistono ai nuovi indirizzi tridentini e ne subiscono le
trasformazioni.
Ovviamente
tutto ciò si è potuto verificare perché un altro fattore di
sfaldamento agiva all’interno delle Confraternite con il
consolidarsi di quelle categorie di ceti e di maestranze che ad Erice,
come a Trapani e in tutta la Sicilia, dettavano i primi statuti delle
corporazioni, mentre si verificavano le condizioni economiche adatte
al libero scambio e al fiorire dell’artigianato soprattutto nelle
terre demaniali – solo successivamente anche in quelle feudali –
come appunto le due cittadine di Trapani ed Erice.
Il
primo fermo al quale riferirsi è pertanto l’assetto delle
Corporazioni come si è venuto delineando a partire dal sec. XVI in
ambedue le città, come del resto in tutta l’isola, dove però le
origini di esse appaiono più direttamente collegate alle istituzioni
medievali, datate come sono i più antichi, quelli di Catania, al
1435. La diffusione di tali statuti arriva anche a Trapani, dove
quelli del ceto dei calzolai portano la data 18 settembre 1587, ma
dove evidentemente i ceti operai erano raggruppati prima come
associazioni di fatto, sorte già in autonomia dalle Confraternite per
difendere interessi e prerogative di ciascuna categoria, come risulta,
per esempio, dal fatto che nel 1476 il ceto dei naviganti fece
costruire a proprie spese la Cappella del Cristo Risorto nella Chiesa
dell’Annunziata.
Bisogna
riconoscere che le prerogative giuridiche incentrate nel privilegio di
foro o di arbitrato di lavoro – che stava alla base dell’economia
– diedero alle Corporazioni, anche prima che ne avessero
riconosciuto il diritto, la necessaria forza di controllo
all’interno della stessa categoria e, per riflesso, su tutta la
collettività.
Direttamente
legate alla produzione, protette dagli statuti approvati e garantiti
dal Supremo Tribunale del Real Patrimonio di Palermo, le Corporazioni
esercitarono da allora un monopolio indiscusso nell’ambito della
propria attività.
E
mentre poi cercavano di investire l’accumulazione di capitali frutto
di lavoro nel commercio e nell’acquisto di proprietà terriere, e
avviavano contemporaneamente le generazioni più giovani alle
professioni liberali o alla carriera ecclesiastica, contribuivano al
superamento delle stesse Corporazioni e alla nascita di una nuova
classe borghese.
Venne
di conseguenza ad accrescersi il peso sociale e politico delle
Corporazioni, soprattutto dove esse riuscirono a saldare i loro
interessi con quelli degli altri ceti, per imporsi prima di fronte al
patriziato e per partecipare poi ai moti di riscossa.
Lo
spirito religioso e assistenziale delle Confraternite non venne
apparentemente meno nei nuovi organismi delle Corporazioni.
Tuttavia
si precisarono man mano gli ambiti e le competenze , nacquero anche
liti e controversie
con i Cappellani e il Vescovo per le ore di mercato domenicale
o per diritti di processioni. Ma appena balenò l’impegno politico,
la reazione venne dal Vescovo e dal Vicerè, fino alla soppressione
delle Corporazioni al tempo del Vicerè Caracciolo.
Una
volta che le Confraternite avevano perduto la loro consistenza e di
fronte all’affermarsi delle Corporazioni lo spirito della
Controriforma doveva penetrare nei nuovi organismi, ad opera dei
Gesuiti e delle Congregazioni di religiosi che vennero ad impiantarsi
nel territorio trapanese.
Allo
spirito trionfalistico della Controriforma la sacra rappresentazione
medievale curata dalla Confraternita del Sangue Prezioso di Cristo a
Trapani non risultò conforme ai nuovi indirizzi. Questa Confraternita
già marciava verso la decadenza , se nel 1646 si fuse con quella di
S. Michele, anch’essa di origine medievale e impiantata su finalità
assistenziali. Ambedue resistono, ma mutano gli scopi, avvicinandosi
quest’ultima alle caratteristiche della prima che curava la
rappresentazione della Passione.
Gli
inconvenienti della sacra rappresentazione medievale venivano superati
e l’effetto sortito dalla processione della Casazas
prima e da quella che si
organizzò con l’allestimento dei gruppi dei Misteri, oltre ad
ingaggiare le Corporazioni in emulazioni e organizzazioni più
strettamente religiose, almeno per alcune solennità come quelle
pasquali – con la processione del Venerdì Santo e con quella
cosiddetta del Celio nel periodo della Pasqua – consolidò il
rapporto tra le Corporazioni e il nuovo spirito religioso.
A
Trapani dunque la processione dei Misteri assolse a questa funzione di
veicolo prezioso attraverso il quale trasmettere alle generazioni, che
tentavano di esorbitare dall’ambito religioso-chiesastico, le
deliberazioni del Concilio tridentino e lo spirito della
Controriforma.
La
stessa sorte doveva toccare alla vicina Erice, dove pure le
Corporazioni stavano organizzandosi nella stessa maniera.
Un
tale spirito di chiusura e di intransigenza non corrispondeva ai più
vasti interessi delle categorie, che riuscirono così a formalizzare
la processione e la loro partecipazione, fino ai nostri giorni.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Quello
che oggi si lamenta è proprio quest’immobilismo religioso, legato a
forme esteriori in una società che non è più medievale e neppure
spagnola. La chiesa trapanese, dato il primo avvio
all’organizzazione della Processione dei Misteri, è intervenuta
occasionalmente e solo marginalmente per questioni di partecipazione
del clero o delle donzelle dell’Orfanotrofio, per questioni di
orario, e di discorsi commemorativi, e per ultimo per attestare almeno
una presenza mediante la benedizione con la reliquia della Croce
riservata al Vescovo.
Obbiettivamente
bisogna constatare l’impossibilità di attuare una riforma in una
organizzazione che per nulla si differenzia dal contesto di culti non
cristiani che per il suo oggetto specifico. Forse la colpa della
Comunità ecclesiale trapanese non consiste nel non aver tentato
riforme che non potevano essere attuate, quanto piuttosto nel lasciare
sopravvivere quell’immagine trionfalistica della Passione, propria
di questa Processione, alla quale non è neppure possibile togliere
gli abusi più sconcertanti.
Se
nella processione di Erice è stato consentito un certo riformismo –
e qualche anno è stata sospesa la banda musicale, sono stati eseguiti
canti popolari e sono stati commentati passi biblici – non si può
affermare che siano stati fatti dei passi in avanti. L’immagine
distorta di un cristianesimo trionfalista e perciò integrista può
far comodo alla chiesa istituzionale, ma anche a quelle forze
ideologiche che pensano di sovvertire l’ordinamento della presente
società capitalistica senza curare le sovrastrutture popolari e
religiose.
Salvatore Corso |