QUATTROCENTO ANNI DI STORIA E TRADIZIONE

 di Salvatore Costanza 

Pubblicato su
I Gruppi Sacri, arte e tradizioni popolari ” - Aprile 1987


  La processione dei Misteri, dei gruppi sacri riproducenti la Passione di Gesù che si svolge il venerdì di Pasqua lungo le strade del centro storico (ma ora anche nelle sue lontane diramazioni extra moenia, fino alla vecchia piazza Stovigliai) nasce dal particolare clima culturale e devozionale trapanese. Ciò è bene ricordarlo, perché le indiscutibili ascendenze spagnole o genovesi ( la processione de las casazas) che, di solito, vengono richiamate, per questa come per altre processioni simili della settimana santa in Sicilia, hanno solo un valore di riferimento filologico, non semantico: cioè non chiariscono appieno il senso che, per Trapani e per il suo mondo culturale e devozionale, ha sempre avuto questa manifestazione.
Giovan Francesco Pugnatore, lo storico che, per prima raccolse con felice prospettiva ecostorica le memorie della  città, scrisse alla fine del ‘500 (tra il 1591 e il 1595, per l’esattezza); e non fa menzione dei Misteri: parla invece ampiamente di una processione che si può pensare agevolmente, ne sia l’antesignana cioè la processione del Cilio (o cereo). La stessa partecipazione degli artigiani, gli stessi addobbi, gli stessi circuiti, lo stesso intervento delle autorità politiche e civili, per quella saldatura tra pubblico e sacro che allora costituiva il medium indispensabile di ogni governo che volesse confidare su un minimo di consenso popolare.

Quando nasce la processione dei Misteri, che qualcuno ha supposto possa avere anche trasvalutato il segno dei mestieri che vi si figuravano, il rapporto tra confraternite, corporazioni artigiane e amministrazione civile (Città o municipio) era talmente intrecciato  da aver prodotto, specialmente per questo tipo di manifestazioni, un inestricabile groviglio di dipendenze, ruoli e competenze che, tuttavia, riuscirono a durare nel tempo senza sostanziali, e insormontabili, contrarietà. Ciò che era importante per tutti erano i tempi e i modi dell’organizzazione dei Misteri, regolati con straordinaria passione  (e devozione) dalle varie maestranze artigiane che curavano, ciascuna, il proprio gruppo sacro. 
Le cronache cittadine  sono fitte di episodi, più o meno minuti e marginali (ma, nella sostanza, indicativi e probabitivi), di tale culto e devozione. 
Si tratta di una trasfigurazione animata e commossa di sentimenti quasi domestici: il sacrificio del Figlio e il dolore della Madre, la prepotenza dei potenti di turno, i segni distanti e nemici della Giustizia, la fede insopprimibile nel Giusto, che è assai più della speranza terrena, perché non soffre le smentite o gli inganni della Storia.

Sicchè la processione  diventa, coi suoi effluvi sentimentali, che si sostengono sulle sottese sensazioni coloristiche, musicali, olfattive che, l’accompagnano, una sorta di metafora della vita quella che è e quella che si vorrebbe che fosse. Non si spiegherebbe altrimenti il grumo di sentimenti e di provocazioni, tra razionalità dispersa e irrazionalità  pacata, che lo spettacolo dei Misteri suscita nell’animo di fedeli e di non credenti. 
E’ un nodo che si svolge lungo gli itinerari dei ricordi storici (di sui, certo, l’ambientazione nei vecchi quartieri del Centro costituisce un necessario supporto), ma che poi refluisce nella coscienza di ciascuno, risuscitando perplessità mai sopite, o almeno velate e fraintese, facendo riemergere dal fondo di un’oscura sensazione di colpa il desiderio  di riscatto che è in tutti noi. Se questa è la segreta  pulsione della processione dei sacri gruppi dei Misteri (diciamo, la storia interna, intima e soffocata, della nostra fragile esistenzialità al cospetto di un grandioso e simbolico dramma umano, quello della Passione), non è meno intensa e doviziosa di risonanze sociali la storia, per così dire, fenomenica della stessa processione: quella che è vissuta attraverso il ruolo che gli artigiani., i veri protagonisti della “esemplificazione” oggettivata dei gruppi, hanno avuto nelle vivende turbinose della città. 
Non a caso la processione, organizzata secondo le particolari sequenze che ancora oggi si tenta di perpetuare, rifletteva il prestigio sociale dei vari ceti artigianali. Alcuni ricchi e opulenti (almeno in alcune frange economiche), altri operanti con alterne fortune nel tessuto produttivo della città. Ma tutti fieri dei loro statuti, della loro “deontologia” professionale, dei loro patroni(proiezione simbolica della loro devozione, ma soprattutto incarnata assunzione di ritualità e forme di mestiere). 
Il secolo XVII è il secolo della loro efflorescenza artistica, produttiva e sociale, il secolo “d’oro” dell’artigianato trapanese.Ma è anche  un periodo di crisi e di travaglio spirituale, di cadute economiche, di gravi disfunzioni politiche. 
Non è un caso che il caratteristico “assemblaggio” rappresentato dai gruppi dei Misteri sia il frutto della perizia artigiana dei costruttori (i Milanti, i Ciotta, i Nolfo), del fastigio sociale cui erano pervenuti i ceti artigianali, che per questo avrebbero chiesto maggiori garanzie di rappresentanza alle autorità del tempo, e, infine, della reviviscenza religiosa di cui si caricavano quegli anni così pieni di angoscie e turbamenti. 
Da un tale  intreccio di motivazioni e spinte morali, sociali,artistiche doveva nascere anche la straordinaria inventività dei corallari, che proiettarono, allora Trapani, la sua immagine e la sua cultura, in tutto il mondo. Sarebbe ora irrilevante, o fuorviante, considerare il tempo storico (cioè i valori e il senso) che ci separa da quel secolo, per il tramite della residua processione dei Misteri. Cerchiamo almeno, di non disperdere ulteriormente l’occasione che ci viene da questa offerta di passione e di vita.

                                                                                                                         Salvatore Costanza

 

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