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La
processione dei Misteri, dei gruppi sacri riproducenti la Passione di
Gesù che si svolge il venerdì di Pasqua lungo le strade del centro
storico (ma ora anche nelle sue lontane diramazioni extra moenia, fino
alla vecchia piazza Stovigliai) nasce dal particolare clima culturale
e devozionale trapanese. Ciò è bene ricordarlo, perché le
indiscutibili ascendenze spagnole o genovesi ( la processione de las
casazas) che, di solito, vengono richiamate, per questa come per altre
processioni simili della settimana santa in Sicilia, hanno solo un
valore di riferimento filologico, non semantico: cioè non chiariscono
appieno il senso che, per Trapani e per il suo mondo culturale e
devozionale, ha sempre avuto questa manifestazione.
Giovan Francesco Pugnatore, lo storico che, per prima raccolse con
felice prospettiva ecostorica le memorie della
città, scrisse alla fine del ‘500 (tra il 1591 e il 1595,
per l’esattezza); e non fa menzione dei Misteri: parla invece
ampiamente di una processione che si può pensare agevolmente, ne sia
l’antesignana cioè la processione del Cilio (o cereo). La stessa
partecipazione degli artigiani, gli stessi addobbi, gli stessi
circuiti, lo stesso intervento delle autorità politiche e civili, per
quella saldatura tra pubblico e sacro che allora costituiva il medium
indispensabile di ogni governo che volesse confidare su un minimo di
consenso popolare.
Quando
nasce la processione dei Misteri, che qualcuno ha supposto possa avere
anche trasvalutato il segno dei mestieri che vi si figuravano, il
rapporto tra confraternite, corporazioni artigiane e amministrazione
civile (Città o municipio) era talmente intrecciato
da aver prodotto, specialmente per questo tipo di
manifestazioni, un inestricabile groviglio di dipendenze, ruoli e
competenze che, tuttavia, riuscirono a durare nel tempo senza
sostanziali, e insormontabili, contrarietà. Ciò che era importante
per tutti erano i tempi e i modi dell’organizzazione dei Misteri,
regolati con straordinaria passione
(e devozione) dalle varie maestranze artigiane che curavano,
ciascuna, il proprio gruppo sacro.
Le cronache cittadine sono
fitte di episodi, più o meno minuti e marginali (ma, nella sostanza,
indicativi e probabitivi), di tale culto e devozione.
Si tratta di una trasfigurazione animata e commossa di sentimenti
quasi domestici: il sacrificio del Figlio e il dolore della Madre, la
prepotenza dei potenti di turno, i segni distanti e nemici della
Giustizia, la fede insopprimibile nel Giusto, che è assai più della
speranza terrena, perché non soffre le smentite o gli inganni della
Storia.
Sicchè
la processione
diventa, coi suoi effluvi sentimentali, che si sostengono sulle
sottese sensazioni coloristiche, musicali, olfattive che,
l’accompagnano, una sorta di metafora della vita quella che è e
quella che si vorrebbe che fosse. Non si spiegherebbe altrimenti il
grumo di sentimenti e di provocazioni, tra razionalità dispersa e
irrazionalità
pacata, che lo spettacolo dei Misteri suscita nell’animo di
fedeli e di non credenti.
E’ un nodo che si svolge lungo gli itinerari dei ricordi storici (di
sui, certo, l’ambientazione nei vecchi quartieri del Centro
costituisce un necessario supporto), ma che poi refluisce nella
coscienza di ciascuno, risuscitando perplessità mai sopite, o almeno
velate e fraintese, facendo riemergere dal fondo di un’oscura
sensazione di colpa il desiderio
di riscatto che è in tutti noi. Se questa è la segreta
pulsione della processione dei sacri gruppi dei Misteri
(diciamo, la storia interna, intima e soffocata, della nostra fragile
esistenzialità al cospetto di un grandioso e simbolico dramma umano,
quello della Passione), non è meno intensa e doviziosa di risonanze
sociali la storia, per così dire, fenomenica della stessa
processione: quella che è vissuta attraverso il ruolo che gli
artigiani., i veri protagonisti della “esemplificazione”
oggettivata dei gruppi, hanno avuto nelle vivende turbinose della città.
Non a caso la processione, organizzata secondo le particolari sequenze
che ancora oggi si tenta di perpetuare, rifletteva il prestigio
sociale dei vari ceti artigianali. Alcuni ricchi e opulenti (almeno in
alcune frange economiche), altri operanti con alterne fortune nel
tessuto produttivo della città. Ma tutti fieri dei loro statuti,
della loro “deontologia” professionale, dei loro
patroni(proiezione simbolica della loro devozione, ma soprattutto
incarnata assunzione di ritualità e forme di mestiere).
Il secolo XVII è il secolo della loro efflorescenza artistica,
produttiva e sociale, il secolo “d’oro” dell’artigianato
trapanese.Ma è anche
un periodo di crisi e di travaglio spirituale, di cadute
economiche, di gravi disfunzioni politiche.
Non è un caso che il caratteristico “assemblaggio” rappresentato
dai gruppi dei Misteri sia il frutto della perizia artigiana dei
costruttori (i Milanti, i Ciotta, i Nolfo), del fastigio sociale cui
erano pervenuti i ceti artigianali, che per questo avrebbero chiesto
maggiori garanzie di rappresentanza alle autorità del tempo, e,
infine, della reviviscenza religiosa di cui si caricavano quegli anni
così pieni di angoscie e turbamenti.
Da un tale
intreccio di motivazioni e spinte morali, sociali,artistiche
doveva nascere anche la straordinaria inventività dei corallari, che
proiettarono, allora Trapani, la sua immagine e la sua cultura, in
tutto il mondo. Sarebbe ora irrilevante, o fuorviante, considerare il
tempo storico (cioè i valori e il senso) che ci separa da quel
secolo, per il tramite della residua processione dei Misteri.
Cerchiamo almeno, di non disperdere ulteriormente l’occasione che ci
viene da questa offerta di passione e di vita.
Salvatore Costanza |