NOTE DOLOROSE A CRISTO 

 di Elisabetta Noto 

Pubblicato su
I Gruppi Sacri, arte e tradizioni popolari ” - Aprile 1987


  Concepire i Misteri senza le solenni scansioni delle bande musicali significa svuotare l’essenziale tragicità espressa dai gruppi artistici.

Le ritmiche cadenze dei tamburi “scordati” introducono i tempi lenti delle marce funebri.

Così definiti in gergo in quanto riproducenti una particolare – dei toni gravi – timbrica non brillante, inseguito all’allentamento delle fibre metalliche, tese sulla faccia di inferiore del tamburo.

Guizzanti colpi di piatti e squilli di trombe per lasciar vibrare i cuori dei presenti e le avite mura del centro storico.

Nelle angustità delle viuzze dei vecchi quartieri i Misteri appaiono ingigantiti, producendo effetti di austera imponenza, accentuata dal tragico accompagnamento musicale.

E sulla scia dell’acre odore dei ceri accesi risuonano le note di “Vella”, “Jone”, “Tristezza”: marce funebri famosissime, ormai da decenni radicate nell’animo dei trapanesi. L’inserimento dei gruppi bandistici nell’ambito della processione del Venerdì Santo risale al periodo in cui i Sacri Gruppi vennero affidati alle cure delle categorie artigiane (corallai, naviganti, orefici, pescatori, etc.).

E se tra il XVII e il XVIII secolo l’intervento musicale era di carattere essenzialmente vocale, data la partecipazione, seppur sporadica di cori, successivamente il “sostegno” bandistico fu ritenuto più efficace e quindi essenziale, perché più aderente al carattere della manifestazione.

Ogni ceto cominciò a puntare non soltanto al miglior addobbo floreale, ma anche alla banda organicamente più compatta, per consolidare il fascino delle figurazioni lignee, avvolgendole in un alone più mistico e arricchendone la pateticità dell’andatura.

Lo scatenarsi di un’accanita competizione tra i ceti spronò anche alcuni compositori i quali si dedicarono alla stesura di nuove marce funebri o all’adattamento bandistico di altre preesistenti, quali ad esempio quella di Chopin, o la famosa “Jone”. Tratta dall’omonima opera di Errico Petrella (compositore palermitano vissuto tra il 1812 e il 1877) “Jone” è una tra le marce funebri più eseguite durante la processione dei Misteri.

Strumentata per banda da Manente, sprizza drammaticità sin dalle quattro battute introduttive affidate alle trombe.

E la strutturale tonalità di re minore contribuisce  ad accentuare la pateticità, accanto alle caratterizzazioni brillanti prodotte dagli effetti di “staccato”, (consistenti nell’esenzione di suoni tra loro disgiunti) che  facilmente si imprimono nell’orecchio degli ascoltatori.

Spesso eseguita  anche la celebre ( ma meno locale) Marcia funebre di Chopin, in re bemolle maggiore, tratta  dalla Sonata per pianoforte op. 35 n.2, e trascritta per banda da Salvatore Pucci.

Ritmo lento, solenni ribattuti e attimi dolcissimi di distensione che lasciano trasparire la sensibilità del pianismo chopiniano, nonostante l’esecuzione sia affidata a strumenti con possibilità timbriche completamente diverse dal pianoforte.

Dalle cupe sonorità delle bombarde ai tromboni, e poi via via ai sax, flauti, ottavino, clarinetti; fondamentalmente più adatti ad esprimere il più crudo realismo, fatto di arcaiche verità.

Assai celebre la marcia funebre di Amedeo Vella (in do minore) dal titolo”Una lacrima sulla tomba di mia madre”. E sulla scia delle più eseguite si inseriscono: “Tristezza2 di Pucci, “Cara memoria” di Eusebietti, “Strazio del cuore” di Navazio, “Eterna pace” di Nicoletti, le due marce di Bartolucci “Mater dolorosa” e “In memoria di Tito Belati”.

E ancora la marcia funebre di Signorelli, “Per l’eternità” di Domenico Messina (autore trapanese), “Estremo addio” di Giovanni Mester, “Sulla tomba di Elvira” di Nicoletti, “Il pianto della mamma” di Manfredi, “Lo sconforto” di Marini. Composizioni toccanti anche per la particolare scelta delle tonalità minori, più rispondenti alla tragicità: re minore, sol minore, do minore le prevalenti.

Numerose le composizioni anonime tramandate da generazioni di “musicanti” e manoscritte sui libretti dalla non sempre fedele opera  di copisti volontari.

Opere semplici ma permeate d’efficacia, probabilmente attribuibili a maestri di banda della prima metà dell’800, i quali, forse per modestia, o solo per dimendicanza (o per sbadataggine dei trascrittori) non hanno aggiunto il loro nome.

Vengono ancor oggi eseguite e con meno disagi rispetto al passato: un tempo bisognava spesso “ arrangiare” le musiche adattandole ai “musicanti” presenti non sempre in numero omogeneo.

E la realtà delle bande, inizialmente costituitesi come compagnie girovaghe di suonatori, tende oggi ad inquadrarsi in un più coerente schema organizzativo data anche la costituzione di cooperative musicali.

Un esempio è l’attuale banda di Trapani, che ha un organico di 47 elementi.

L’età media dei componenti è di 17 anni, con punte minime di 14 e massime di 63 anni. Dal 1981(anno della costituzione della cooperativa) sono state inserite nella banda anche alcune ragazze: circa il 30 per cento.

                                                                                                                               
Elisabetta Noto 

 

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