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Concepire
i Misteri senza le solenni scansioni delle bande musicali significa
svuotare l’essenziale tragicità espressa dai gruppi artistici.
Le
ritmiche cadenze dei tamburi “scordati” introducono i tempi lenti
delle marce funebri.
Così
definiti in gergo in quanto riproducenti una particolare – dei toni
gravi – timbrica non brillante, inseguito all’allentamento delle
fibre metalliche, tese sulla faccia di inferiore del tamburo.
Guizzanti
colpi di piatti e squilli di trombe per lasciar vibrare i cuori dei
presenti e le avite mura del centro storico.
Nelle
angustità delle viuzze dei vecchi quartieri i Misteri appaiono
ingigantiti, producendo effetti di austera imponenza, accentuata dal
tragico accompagnamento musicale.
E
sulla scia dell’acre odore dei ceri accesi risuonano le note di “Vella”,
“Jone”, “Tristezza”: marce funebri famosissime, ormai da
decenni radicate nell’animo dei trapanesi. L’inserimento dei
gruppi bandistici nell’ambito della processione del Venerdì Santo
risale al periodo in cui i Sacri Gruppi vennero affidati alle cure
delle categorie artigiane (corallai, naviganti, orefici, pescatori,
etc.).
E
se tra il XVII e il XVIII secolo l’intervento musicale era di
carattere essenzialmente vocale, data la partecipazione, seppur
sporadica di cori, successivamente il “sostegno” bandistico fu
ritenuto più efficace e quindi essenziale, perché più aderente al
carattere della manifestazione.
Ogni
ceto cominciò a puntare non soltanto al miglior addobbo floreale, ma
anche alla banda organicamente più compatta, per consolidare il
fascino delle figurazioni lignee, avvolgendole in un alone più
mistico e arricchendone la pateticità dell’andatura.
Lo
scatenarsi di un’accanita competizione tra i ceti spronò anche
alcuni compositori i quali si dedicarono alla stesura di nuove marce
funebri o all’adattamento bandistico di altre preesistenti, quali ad
esempio quella di Chopin, o la famosa “Jone”. Tratta
dall’omonima opera di Errico Petrella (compositore palermitano
vissuto tra il 1812 e il 1877) “Jone” è una tra le marce funebri
più eseguite durante la processione dei Misteri.
Strumentata
per banda da Manente, sprizza drammaticità sin dalle quattro battute
introduttive affidate alle trombe.
E
la strutturale tonalità di re minore contribuisce
ad accentuare la pateticità, accanto alle caratterizzazioni
brillanti prodotte dagli effetti di “staccato”, (consistenti
nell’esenzione di suoni tra loro disgiunti) che
facilmente si imprimono nell’orecchio degli ascoltatori.
Spesso
eseguita anche la celebre
( ma meno locale) Marcia funebre di Chopin, in re bemolle maggiore,
tratta dalla Sonata per
pianoforte op. 35 n.2, e trascritta per banda da Salvatore Pucci.
Ritmo
lento, solenni ribattuti e attimi dolcissimi di distensione che
lasciano trasparire la sensibilità del pianismo chopiniano,
nonostante l’esecuzione sia affidata a strumenti con possibilità
timbriche completamente diverse dal pianoforte.
Dalle
cupe sonorità delle bombarde ai tromboni, e poi via via ai sax,
flauti, ottavino, clarinetti; fondamentalmente più adatti ad
esprimere il più crudo realismo, fatto di arcaiche verità.
Assai
celebre la marcia funebre di Amedeo Vella (in do minore) dal
titolo”Una lacrima sulla tomba di mia madre”. E sulla scia delle
più eseguite si inseriscono: “Tristezza2 di Pucci, “Cara
memoria” di Eusebietti, “Strazio del cuore” di Navazio,
“Eterna pace” di Nicoletti, le due marce di Bartolucci “Mater
dolorosa” e “In memoria di Tito Belati”.
E
ancora la marcia funebre di Signorelli, “Per l’eternità” di
Domenico Messina (autore trapanese), “Estremo addio” di Giovanni
Mester, “Sulla tomba di Elvira” di Nicoletti, “Il pianto della
mamma” di Manfredi, “Lo sconforto” di Marini. Composizioni
toccanti anche per la particolare scelta delle tonalità minori, più
rispondenti alla tragicità: re minore, sol minore, do minore le
prevalenti.
Numerose
le composizioni anonime tramandate da generazioni di “musicanti” e
manoscritte sui libretti dalla non sempre fedele opera
di copisti volontari.
Opere
semplici ma permeate d’efficacia, probabilmente attribuibili a
maestri di banda della prima metà dell’800, i quali, forse per
modestia, o solo per dimendicanza (o per sbadataggine dei
trascrittori) non hanno aggiunto il loro nome.
Vengono
ancor oggi eseguite e con meno disagi rispetto al passato: un tempo
bisognava spesso “ arrangiare” le musiche adattandole ai
“musicanti” presenti non sempre in numero omogeneo.
E
la realtà delle bande, inizialmente costituitesi come compagnie
girovaghe di suonatori, tende oggi ad inquadrarsi in un più coerente
schema organizzativo data anche la costituzione di cooperative
musicali.
Un
esempio è l’attuale banda di Trapani, che ha un organico di 47
elementi.
L’età
media dei componenti è di 17 anni, con punte minime di 14 e massime
di 63 anni. Dal 1981(anno della costituzione della cooperativa) sono
state inserite nella banda anche alcune ragazze: circa il 30 per
cento.
Elisabetta
Noto |