IL SANTO VIAGGIATORE

 

di Giovanni Cammareri



Pubblicato su MONITOR  n.29 - anno 2009


   

Qualcuno osò dire, ma si trattava di una battuta, sardonica e comunque incisiva, che le chiavi da consegnare quest’anno a sant’ Alberto sarebbero state piccole.

 

Eravamo ancora verso la fine di luglio. Appresa la notizia lo spiritoso antropologo intendeva ovviamente rapportarle alle diverse dimensioni delle città e dei quartieri.

 

Le chiavi, ovviamente, saranno state le solite, ma il simbolismo della consegna, appena all’ingresso della città antica oppure in una periferia non può mai assumere lo stesso significato neanche se il quartiere prende il nome… dell’affidatario.

 

Da quella sera del 6 agosto è trascorso frattanto più di un mese. Come spesso accade certi echi qui si spengono presto, i mugugni nessuno può ascoltarli e le proteste, improvvisate e banali per quanto possano essere state, sono morte sul nascere.

 

Eravamo in ferie quando il giorno dopo, 7 agosto, Trapani segnava il giorno solitamente riservato alla ricorrenza patronale. Ricorrenza, semplicemente data. Ogni anno arriva quasi di nascosto, senza attese, senza dar luogo a gioiose catarsi, a coinvolgimenti emotivi, senza botti né tamburi. Da tempi remoti è così, ormai.

 

In uno scritto mai pubblicato intitolai il capitolo dedicato giusto a sant’ Alberto, Un patrono dimenticato sebbene, pensando poi a patroni come san Eucarpio a Villafranca Sicula o al san Castrenze di Monreale o san Gerlando ad Agrigento, occorre ammettere che in quei centri l’amnesia diventa pressoché totale. Magra consolazione.

 

A Trapani il santo carmelitano ha vivacchiato a lungo fra un’agonia latente e l’illusione di un’improvvisa rinascita. Dagli anni ’70 ad ora dunque, l’ipotetica grafica del suo respiro ha registrato istanti da indurre alle più buie previsioni ma qualche volta perfino alla speranza.

 

Rimangono lontani i giorni della festa globale, popolare e rionale (il riferimento è alla via Biscottai), cittadina e ufficiale. Magari qualche volta tenteremo di raccontarla pubblicando a puntate Un patrono dimenticato; così, proprio per non lasciare all’oblio il senso della più assoluta arrendevolezza. I tempi sono cambiati di parecchio e nessuno pretenderebbe quella festa patronale assoluta. 

 

I bombardamenti dell’ultima Guerra Mondiale che irrimediabilmente hanno colpito le strade di Trapani  adiacenti al porto, per esempio, contribuirono a modificare non solo l’urbanistica, ma non pochi usi e costumi cittadini. Pure la festa di sant’Alberto.

 

Subito dopo il conflitto cessano i festeggiamenti rionali in via Biscottai per i quali veniva utilizzata la statua del Nolfo, il sant’Alberto detto della Marinella (la Piccola Marineria) che nel 1963 venne definitivamente condotta nella chiesa del rione Palme. O S. Alberto.

 

Crollata pure la chiesa di S. Maria delle Grazie, dove la Piccola Marineria conservava il simulacro, quest’ultimo era stato intanto condotto nella chiesa dell’Epifania, o dei Cappuccini, impropriamente e meglio conosciuta come chiesa di S. Lucia. Fu il primo colpo inferto a una tradizione che perdendo i cortili imbandierati, le orchestrine e gli aspetti frivoli, ludici e alimentari delle serate del 6 e del 7, continuò a rinnovarsi soltanto con il sant’Alberto per così dire, ufficiale.

 

Il 6 agosto lo si andava a prendere, il 7 usciva ritirandosi nella chiesa del Carmine, il 10 lo si andava a lasciare. Notare gli imperfetti.

 

Divenuta la chiesa del Carmine centro raccolta indumenti, la processione ufficiale del 7 - quella con trasporto a spalla effettuato da incappucciati in bianco, dediti anche a reggere sopra la statua le lunghe aste di un baldacchino - cominciò a fare rientro in Cattedrale.

 

Dal 2001, mai prima, ci si accorse però che il 10 agosto coincideva con il giorno di san Lorenzo e per questo il ritorno al Borgo venne anticipato al 9. Solo La Casazza, associazione culturale sorta nel 1991, addirittura un anno prima protestò ufficialmente e con una certa veemenza: lettera del 8/8/ 2000, scritta e indirizzata oltre a vescovo, sindaco, carmelitani e parroco della cattedrale, pure agli organi di stampa, peraltro poco interessati alla faccenda. L’associazione comunque faceva la sua parte vista la sua specifica finalità di…. salvaguardare le feste religiose sotto il profilo della tradizione. Di Don Chisciotte, infatti, non se ne seppe più nulla.

 

Nel maggio 2006, tre splendidi pomeriggi di un convegno presso il seminario vescovile aprivano l’anno giubilare per il settimo secolo dalla morte del beato Alberto. Furono esattamente quelli i giorni in cui distendemmo le labbra a speranzosi sorrisi che divennero disillusione.

 

In quell’anno il rione Palma prende la denominazione di Quartiere S. Alberto, luogo in cui avviene, per la prima volta lontano dalla città antica, l’atto di consegna delle chiavi da parte di un sindaco che né allora, né adesso, nulla ha avuto in contrario. Come se gli atti simbolici all’interno dei codici rituali fossero momenti da potere liberamente modificare. Tuttavia era l’anno delle rinate speranze e andò perfino bene anche così.

 

L’anno successivo venne inaugurato il monumento in Piazza Martiri d’Ungheria e restaurata la chiesa di S. Alberto a Erice, fatti che contribuirono ad alimentare l’idea di un progetto destinato a un recupero. Così, nell’anno del settimo secolo, da perfetti idealisti ci aspettavamo forse qualche alborata, una banda musicale al mattino del 7 e a sera la possibilità di un rientro nella frattanto riaperta chiesa del Carmine. E con il recupero del giorno 10 come data di ritorno al Borgo, lasciando la Cattedrale sgravata dall’incombenza patronale per la piena dedizione al suo san Lorenzo.

 

I puristi della tradizione sarebbero stati contenti. Ma forse anche i fedeli (sant’Alberto ha ancora un suo seguito devozionale) e perfino il quartiere neo titolato che nel confermare la sua nuova identità si sarebbe potuto gratificare… chessò, con un’uscita della bella statua di sant’Alberto della Marinella.

 

Utopie, d’accordo, ma sarebbe stato almeno un tentativo volto a ritornare a coinvolgere l’intera città. Invece, ecco che la statua reliquiario arrivata in Cattedrale il 6 ritorna al santuario il giorno successivo. Prime perplessità legittimamente suggerite da un evidente controsenso se si pensa a quanto si era fatto a partire dal maggio 2006.

 

L’anno sciagurato dell’aliscafo che giusto mentre aveva luogo la processione del santo Patrono andò a schiantarsi contro una scogliera frangiflutti, fu perciò un cattivo auspicio. Perché l’anno dopo fu il 2009, il primo in cui, dal 1624, sant’Alberto non raggiunge quella che una volta era la sola città plausibile, fermandosi in un quartiere ed esaurendo i festeggiamenti, se tali possono chiamarsi, ancora in due soli giorni.

 

Scrisse Eugenio Nanni: ...la religiosità, il sacrum, è legato a luoghi ben determinati, quelli stessi nei quali una volta almeno l’uomo ha sentito uno spirito divino.   Trapani, non si capisce perché, si ostina a voler riplasmare, attraverso un’occulta regia, la tradizione del sacro fondando certe scelte sul mancato rispetto per la memoria e l’errata convinzione che tutto è facilmente modificabile di anno in anno. La comunità locale rimane la maggiore responsabile della metamorfosi culturale, disattenta e irriguardosa com’è per la propria storia e avvolta dall’apatia se non proprio dall’ignavia. E’ una comunità, questa, arida e indifferente, e che ha perso da tempo le proprie radici senza mai esternare accenni di qualche rimpianto. I testamenti traditi, ecco, nient’altro che quelli. Mentre l’associazione La Casazza ha raggiunto Don Chisciotte nel paese delle vergogne.

 

Giovanni Cammareri 

 

 

Foto Nino Lombardo