I PENNACCHI D'ARGENTO

 

di Giovanni Cammareri



Pubblicato su MONITOR  n.14 - anno 2008


   

Un gran numero di notizie in merito agli argentieri trapanesi operanti nella Sicilia occidentale ci sono fornite da Maria Accascina. Meticoloso risulta l'elenco da lei compilato a riguardo dei marchi che, a partire dalla prima metà del XVII sec. fino al XIX, venivano punzonati sui manufatti eseguiti a Trapani.

Frattanto, la produzione di immagini sacre continuava in quegli anni a perpetrare l'inconscio legame con le primordiali recite, dalle quali non fu facile uscire, soprattutto se riferite a Gruppi di Misteri che andavano via via a realizzarsi in Spagna, in Sicilia, in Liguria. Episodi comici e scandalosi, di cui l'aneddotica siciliana è ricca, avevano offerto elementi affatto ipotetici affinché il Concilio di Trento potesse avvertire, soprattutto nel corso delle rappresentazioni figurate della Settimana Santa, atteggiamenti quasi profanatori, suggerendone pertanto la metamorfosi.

Nei secoli XVII e XVIII le rappresentazioni figurate continuarono però a influenzare una iconografia a soggetto sacro ricca di raffigurazioni di gruppi statuari ma anche di santi i cui gesti richiedevano il completamento mediante sovrapposizioni di oggetti preziosi. Per esempio lance, spade, fruste catene per i primi; oppure libri, aureole, bastoni ed altro per i secondi.

 Gli stessi simulacri di san Giuseppe e san Francesco di Paola, qui a Trapani, fanno parte di questo tipo di realizzazioni artistiche. Le statue venivano perciò create già predisposte ad essere, come usa ancora dirsi, vestite per poi, terminata la processione, essere prontamente spogliate.

La realizzazione delle suppellettili rappresentava inoltre l'ostentazione più o meno inconscia della ricchezza di un determinato gruppo sociale che provvedeva a proprie spese alla committenza che avveniva contestualmente alla consegna dell'opera. Non fosse stata per questa contemporanea fioritura di scultori da un lato e orafi-argentieri dall'altro, artisti gli uni e gli altri, probabilmente le statue sarebbe uscite dalle botteghe con una gestualità compiuta. Ma non scordiamo l'essenza teatrale. Prendiamo i Misteri di Trapani.

Fino a qualche decennio addietro, quando i vari personaggi venivano privati completamente dei loro strumenti (oggi i pezzi d'argento vengono sostituiti da pezzi analoghi, ovviamente di poco valore) rimanendo senza per tutto l'anno, emergeva puntualmente, prepotentemente, quell'essenza teatrale di cui si diceva. I personaggi esternavano una vera e propria mimica e, singolarissimo, per esempio, appariva il Pietro dell'Arresto il quale, senza la spada, pare stesse sferrando un pugno a Malco. Insomma, quelle affascinanti statue potevano essere assimilate ad attori in attesa di entrare in scena.

La scelta e la diffusione di siffatti modelli risultò perciò sostenuta dal massimo sviluppo registratosi proprio nel '700, secolo in cui vennero realizzati a Trapani i Misteri, di quel fiorente artigianato capace di produrre interessantissimi oggetti in argento ad uso prevalentemente religioso.

Non a caso, nel 1768, a Palermo le ben settantaquattro associazioni artigiane di argentieri, regolate da norme corporative, risultano legate ad istituzioni religiose.

Riepilogando, tre sono gli elementi originari da ribadire: matrice teatrale, senso religioso, coesistenza di bravi scultori e valenti argentieri.

I Misteri vennero perciò concepiti per essere arredati, completati, vestiti. La produzione delle suppellettili contribuì a sviscerare lo spirito di emulazione dei ceti traducendosi, per i posteri, in un veicolo di scoperta di bravi artisti locali quali Vito Parisi, Giuseppe Piazza, Ottavio Martinez, Michele Tumbarello ed altri. Negli intendimenti delle antiche maestranze spiccava il desiderio di abbellire - termine peraltro ben evidenziato negli atti notarili di concessione - più e meglio degli altri e nel pieno rispetto degli impegni assunti.

Nell'atto stipulato in favore dei Muratori si legge: beninteso che li detti consuli si lo possano abbelliri a loro voluntà et spese… Ma lo si legge anche negli altri atti. Un passo decisamente in avanti. Quando verso la fine degli anni '80 Dominique Fernandez entrò per la prima volta nella sua vita nella chiesa del Purgatorio, pare venne deluso dalla staticità di taluni Gruppi e fortemente attratto dal movimento scenico di altri. Ne Le radeau de la Gorgone, il libro che pubblicò nel 1988, ciò lo dichiara apertamente. Il tribuno romano, ma vestito all'araba, della Sollevazione della Croce gli richiamò immediatamente alla mente Pier Luigi Pizzi, il grande organizzatore di spettacoli barocchi, magari - azzardo una traduzione dal francese - per la sua messa in scena del Rinaldo, dice, facendo subito riferimento al Longino de La ferita al Costato, con quel suo alto pennacchio sull'elmo che ricasca sul cimiero in piume multicolori.

Sia chiaro, i pennacchi dei soldati, infatti, inizialmente esularono dall'essere realizzati in argento. Meglio il colore e il movimento di una dinamicità pronta a richiamare magari il teatro dei pupi. La nostrana Chanson de Roland sembrò mischiarsi a una tragedia del Golgota, quella trapanese, dove lo spagnolismo dei panneggi, delle armature, dei lineamenti degli sgherri, nulla aveva da spartire con l'effettiva epoca storica dei fatti evangelici. Successivamente ciò si tradusse nella vera, grande originalità dei nostri Misteri.

Dopo la prima decade del '900 però, i pennacchi in piume di struzzo dei soldati cominciarono a essere sostituiti da manufatti in argento, generalmente a forma di foglie, adeguate al contesto stilistico generale, ben propense al solito movimento nel corso del cammino processionale dei Gruppi e al rispetto di quella dinamicità pretesa dalle origini.

 

Tale rispetto, unitamente al valore storico-artistico dei pezzi, talvolta definiti veri capolavori di cesello, non può assolutamente farci condividere la scelta dell'elmo di foggia romana, ritornato sul capo del soldato dell'Ascesa al Calvario che romano non è, né nelle caratteristiche somatiche, né nei panneggi, né nell'armatura cesellata e sbalzata da Michele Tumbarello, spada compresa.

 

La condivisione del nuovo elmo da parte dell'amico Tartaro nelle pagine web del suo bellissimo sito mi ha sorpreso. Mi è sembrata parecchio in contraddizione con la linea da lui sempre assunta, tendente a difendere strenuamente ogni angolo della tradizione. Se egli condivide, come del resto chi scrive, il turbante arabo di Pilato e la scimitarra di Pietro (chè se qualcuno osasse cambiarla sarebbe l'ennesimo insulto ai Misteri), diventano fragili le sue argomentazioni, comprese quelle riferite a suo tempo all'aureola del Gesù dinanzi ad Hanna, altro scempio ai danni dell'estetica oltre che a un pezzo del '700 forse messo da parte, forse fuso, chi lo sa.

 Oppure la nuova aureola dobbiamo considerarla parimenti una pagliuzza. Solo che le troppe pagliuzze, delle quali potremmo anche fornire un dettagliato elenco, hanno generato la trave.

 Ancora a riguardo dello stesso Gruppo, vero è che sicuramente qualcuno avrà storto il naso davanti alla corazza di Malco apparsa per la prima volta nel 1932, tuttavia il pezzo fu un'aggiunta, non una sostituzione di altro e poi, allora, quando il rispetto per le scelte dei padri contava, il senso della tutela artistica non era così spiccato come diciamo che sia ai nostri giorni; tempi di uomini pronti ad arrogarci del senso del sapere e della cultura, pronti, a parole, nel dichiararci competenti e rispettosi del passato.

 Ma nei fatti? Nei fatti cerchiamo in realtà solo la nostra, personale e assoluta visibilità alla faccia di qualsiasi cosa.

Perciò non cambio idea a proposito di quell'elmo.

Dissi che è anacronistico, di pessimo gusto, che ruba ogni dinamismo all'incedere del Gruppo, e lo ripeto.

Per dirla tutta, anzi, sto dalla parte dell'ancora più antico pennacchio di piume, con i suoi colori forti e quel gran movimento che doveva avere e che era in grado di trasmettere all'intera scena, una ineccepibile teatralità barocca, anima, storia e tradizione dei nostri Misteri.

 Ma ve lo immaginate che spettacolo sarebbe ancora i

 

Giovanni Cammareri 

 

 

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