AD ERICE CINQUE GRUPPI PORTATI A SPALLA
VARE SULL'ARIA DI DIO CASTIGANDO LA VITA

 

di Vincenzo Adragna



    Quella della processione dei Misteri del Venerdì santo è, ad Erice, una fra le tradizioni più vive. Essa ha resistito tenacemente al tempo e continua ad esprimere quella particolare sensibilità spirituale del Medioevo, assai legata al Mistero dell’Incarnazione  e della Passione, che celebrava la Settimana Santa , in ogni città grande o piccola, con la cura pia ed assidura che ancora qui sopravvive in un contesto ambientale, urbano e viario, rimasto prodigiosamente integro pur nel trascorrere dei secoli, che conferisce alta suggestione ad ogni fase o momento della itinerante cerimonia. La processione muove dalla chiesa quattrocentesca di sant’Orsola, che sorge sull’estremo angolo settentrionale della città ed è circondata dagli ultimi spalti delle mura elico-puniche e da pinete che avvolgono il sito di ombra e di verde. Nell’interno di essa, dalla severa architettura gotica , immersi in muto chiaroscuro, sono conservati i “gruppi”  settecenteschi dei “Misteri”, curati dalle Corporazioni artigiane e di mestiere, dal popolo e dalla “Universitas”. Essi sono sempre i medesim: “La preghiera nel Getsemani”(mulattieri e carrettieri); “La flagellazione” (calzolai oggi: pubblico impiego); “L’incoronazione di spine”(fabbri ferrai – oggi:ceramisti); “L’ascesa al Calvario” (muratori). Seguono, la bella statua lignea di Maria Addolorata, curata dalla popolazione ericina (e, per essa, dal Comune) e l’Urna del Cristo deposto dalla croce, curata dai giovani.

Nella chiesa trova  dunque come il suo epicentro questa antica espressione di pia religiosità collettiva. Essa, fin dal 1451, fu sede della Compagnia della Disciplina , che aveva  come compito proprio quello di ricordare e celebrare la Passione di Gesù Cristo ed il dolore della Madre. Per questo motivo la chiesa ebbe abbinato il titolo di “Addolorata”, che finì poi  con il distinguerla. Dall’”Addolorata”  muove dunque la processione, nelle prime ore del pomeriggio del Venerdì Santo, al ritmo lento e morbidamente triste della banda musicale. Una folla di fedeli, da qualche anno sempre più puntuale e numerosa, assiste muta al passaggio  o si accinge a seguire il corteo, che sempre più si arricchirà di fedeli. I “gruppi”, portati a spalla, decorati con fiori e sobriamente illuminati con grosse torce di cera, si allineano dinanzi al sagrato della chiesa, all’inizio della antica strada fiancheggiata dalle mura che conduce verso la piazzetta del Carmine. Poi cominciano ad incedere lentamente. Il rullare sordo del tamburo diffonde tutt’intorno come un arcaico sentimento di dolce malinconia. Poi, quando la processione comincia a percorrere il centro abitato, del quale percorrerà il consueto tradizionale itinerario (“la strada delle processioni”, sempre la stessa da secoli) questo medesimo rullio rimbomberà, ma ovattato, sui muri degli edifici che fiancheggiano la strada, preannunciando l’imminente transito del corteo.

Al passare di esso, ogni angolo di starda, e larghi e piazze si affollano; le finestre si aprono r la gente vi fa capolino; tutti si segnano piamente. Nella piazza principale, la “Loggia”, i gruppi si schierano in sosta e sosta anche la folla, in muta preghiera, in computo silenzio.

Poi la processione  riprende il suo cammino, per le strade che, nonostante le denominazioni ottocentesche che si riferiscono a figure o “notabili più o meno vivi nella mempria collettiva, conservano sempre, nella parlata e nelle indicazioni correnti, antichi nomi che si riferiscono a chiese, monasteri e conventi, a santi, ad una tradizione di vita e di costume scomparsa, la cui eco perdura, ed ancora viva, in questa manifestazione  di fede, che tuttora si svolge perché da sempre profondamente sentita dalle generazioni passate e dalla presente….

La folla  continua a seguire il corteo che si snoda lentamente per questo percorso, ed accompagna l’immagine della Madonna Addolorata, travvolta nel suo manto nero (il tipico costume antico delle donne ericine), il viso atteggiato ad un dolore struggente e soave. Al calar delle prime ombre, schiarite dal lume tremolante delle torce rimaste sempre accese, la processione ridiscende la “strada dei Misteri” e rientra nella “sua” Sant’Orsola. Il predicatore, in abito di penitenza, esorta alla riflessione  ed alla preghiera la folla che gremisce ogni angolo della chiesa. Poi tutto ritorna silenzio, che sarà pienamente interrotto, il venerdì di ogni settimana, dai fedeli (ma ora ormai pochi) che non mancano, quel giorno all’appuntamento di preghiera alla “loro” Addolorata…

                                                                                                        

Vincenzo Adragna                                                              

 

 

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