SANT'ALBERTO DEGLI ABBATI

 

TRACCIA PER UN APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

 a cura di Frà Vincenzo Boschetto


   

Alberto nacque verso la metà del secolo XIII. Fin da piccolo frequenta i frati Carmelitani di Borgo Annunziata a Trapani. Preso d’amore per il Signore e per la Vergine Santissima volle indossare l’abito di quei religiosi a Lei consacrati.

 

Si formò e visse presso i Carmelitani di Trapani e, divenendo sacerdote, si distinse per la pietà, la predicazione e la fama dei miracoli che il Signore operava per sua intercessione.

 

Fu costretto ad accettare l’ufficio di Priore Provinciale dei Carmelitani di Sicilia (1296 - …) visitò numerose città in cui i religiosi erano presenti.

 

Uomo di preghiera e di pace intercedette presso Dio per liberare la città di Messina dalla fame e dalla guerra e ivi nel 1307 morì.

 

I messinesi lo venerarono subito come un santo. Si narra che due angeli, discesi dal cielo, spinsero i fedeli, riuniti nella cattedrale per la liturgia funebre, a cantare non una Messa di “Requiem”, ma di “Gloria”.

 

Alberto è Patrono di Trapani, Erice, Messina e altre città.

 

 

 

1. Lettura spirituale del santo attraverso i testi eucologici della Liturgia

 

O Dio, che in sant’Alberto, fedele servitore della Beata Vergine del Carmelo, hai dato alla tua Chiesa un modello di purezza e di preghiera, fa’ che imitiamo la sua vita evangelica per condividerne la gloria del cielo…[1].

 

a.1. Modello di purezza e di preghiera: Chi è o che cosa è un modello?

Se prendiamo un qualunque vocabolario, alla voce modello leggiamo: esemplare perfetto da imitare o degno di essere imitato. Prototipo.Possiamo agevolmente proporre, allora, che Alberto degli Abbati, in virtù delle sue peculiari qualità di uomo di Dio è per noi un modello degno di essere imitato! Perché? Non stiamo parlando di una “moda”, né di un “mito”, ma di un modello, di una persona capace di suscitare adesioni interiori tanto profonde da condurre ad un impegno stabile, definitivo. In questa prospettiva, Sant’Alberto potrebbe essere annoverato tra quelle “sorgenti limpide e feconde cui abbeverarci in ogni tempo»[2].

Oggi più che mai resta valido quanto Paolo VI disse: «La testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, - dicevamo lo scorso anno ad un gruppo di laici - o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”»[3]. Questo è un dato di fatto che nel tempo si è consolidata come lex vivendi.

Ora, questa regola di vita è espressa nella tradizione liturgica (lex orandi) e nell’esercizio della fede (lex credendi).

lex orandi. La celebrazione liturgica nella memoria di un santo, è lode innalzata a Dio per l’esempio testimoniato dalla sua stessa vita: «Nella loro vita ci offri un esempio, nell’intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno»[4].

Anche il Prefazio della solennità di “Tutti i santi” si esprime in modo analogo: «Oggi ci dai la gioia di contemplare la città dei cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita». Sant’Alberto, è dono di Dio per essere nostro amico e modello di vita.

lex credenti. Con la professione di fede nel Credo apostolico, esprimiamo l’unione che lega la Chiesa pellegrina con la Chiesa celeste: la comunione dei santi[5].

Cosa significa?

Il cammino di unione con quanti ci hanno preceduto nell’incontro con Cristo non è minimamente finito, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidato dalla comunicazione dei beni spirituali.

Quest’unione viene attuata in maniera nobilissima, in particolare nella liturgia, nella quale, in virtù dell’azione santificante dello Spirito Santo, in fraterna esultanza, innalziamo lodi glorificando Dio uno e trino.

Infatti, celebrando l’Eucaristia, tale unione ha la sua piena realizzazione come bene esprime la parte conclusiva di molti prefazi: «Noi ci uniamo con gioia a questo immenso coro, uniti in eterna esultanza… Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscono le nostre umili voci nell’inno di lode».

lex vivendi. Ritorniamo al punto di partenza. Il vero culto di sant’Alberto non consiste tanto nell’esteriorità, ma piuttosto nell’intensità dell’imitazione di colui che ha saputo tradurre nella sua vita gli insegnamenti del Maestro. Sant’Agostino insegna: “Se si sono fatti santi loro, che sono di carne e ossa come me, perché non posso e non devo farmi santo anch’io?”

Il mondo di oggi ha sempre più bisogno di santi, modelli di vita da imitare, da indossare per essere «Irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita»[6].

 

 

a.2. Modello di purezza e di preghiera: Purità e preghiera nel Carmelo

La purità di cuore

 

Dire purità di cuore e dire Carmelo è come esprimere lo stesso concetto.  Infatti, come suo carattere precipuo, il Carmelo come Fraternità orante, come luogo di vita contemplativa di relazione con Dio, vuol esprimere la propria vocazione nella purità di cuore.

 

In questa sezione tracciamo i punti salienti per una comprensione della puritas cordis nella tradizione carmelitana. Per meglio capire il periodo di Sant’Alberto cercheremo di individuarlo su tre punti: Regola; Nicolò Gallico; Filippo Riboti.

 

 

 

1. LA REGOLA DEL CARMELO (1206-1214)

 

All’inizio della Regola (n° 2), troviamo subito l’espressione che indica la vita del carmelitano nella purità di cuore.

 

Alberto, Patriarca di Gerusalemme, estensore della Regola del Carmelo, probabilmente ha come sostrato spirituale l’esperienza di Dio testimoniata dai Padri del deserto che hanno proposto di vivere nell’ossequio di Gesù Cristo mediante l’uso delle armi spirituali.

Credo che due siamo i cardini della vita carmelitana: obbedienza e sequela. Nel messaggio della Regola, che è cristocentrico, la Bibbia viene ad essere l’unica autorità.

L’esperienza dei Santi Padri  insegna a vivere una vita di ascesi, vale a dire una vita imperniata sul proprio sforzo personale che, ogni cristiano, pur se sorretto dalla Grazia di Dio,  deve compiere per raggiungere la perfezione soprannaturale. È lo stato di unione cui fa riferimento san Giovanni della Croce: «Lo stato di unione divina consiste essenzialmente nel tenere l’anima secondo la volontà del tutto trasformata in quella di Dio, in modo che non vi sia in lei alcuna cosa contraria alla volontà divina, e le sue azioni siano in tutto e per tutto solamente volontà di Dio»[7].

Nel primo libro della Salita, il Santo afferma che per arrivare all’unione intima con Dio, l’anima deve essere spoglia di ogni attaccamento alle creature. Questa progressiva spoliazione è sinonimo del conseguimento di un cuore puro. Soltanto chi abbia un cuore puro e ponga Dio al di sopra di tutto, è in grado di amare il prossimo.

La Regola ci invita ad agire “con cuore puro e retta coscienza” in modo tale da fortificare l’uomo interiore perché «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro»[8].

Rileviamo i punti salienti per vivere questo cammino di ascesi nella purità di cuore.

Il precetto della carità,  strettamente connesso alla castità prende forma nel comandamento di Cristo di amarci gli uni gli altri, come Egli ci ha amato. La verginità, scelta dai religiosi, è vista come atto che consacra a Dio e non limita l’amore verso gli uomini.

Infatti, è vergine o puro di cuore, colui/colei che si trova nelle migliori condizioni per amare Dio e l’umanità.

Senza fede è impossibile piacere a Dio. Tutta la vita dei religiosi è imperniata sulla fede, senza la quale sarebbe destituita di ogni valore. Per chi osserva la Regola, la fede non è semplicemente missione profetica annunciatrice di verità escatologiche, mèta e caparra della sua speranza, ma senso primo alla stessa vita.

La virtù teologale della speranza è infusa da Dio mediante il battesimo. Per essa noi aspettiamo la beatitudine eterna nell’unione con Lui, confidenti nella Sua onnipotenza, bontà e fedeltà alle promesse. L’oggetto proprio e sublime della speranza cristiana è Dio. Come la fede è indispensabile per conseguire l’eterna beatitudine, così lo è anche la speranza: in essa siamo stati salvati[9].

Condizione prima per ottenere la salvezza è la conversione a Cristo nella fede, nella speranza e nella conversione. È, tuttavia,  necessaria la preghiera, così come l’adempimento dei precetti, se si vuole partecipare soggettivamente alla salvezza che Cristo ha operato immolandosi sulla croce.

Per vivere la puritas cordis è di grande importanza la raccomandazione dell’ascolto fattivo della Parola in grado di creare una parentela con Dio.

Gesù, Verbo del Padre che nel silenzio meditativo della Parola ci riveste, desidera correggere il concetto di parentela. La vera parentela con Lui, infatti,  non si fonda su dimensioni transitorie, instabili, ma sulle durevoli qualità della Parola.

Non siamo in presenza di un rapporto giuridico, ma di un flusso di comunione, di unità e di solidarietà nell’unico vero intento: realizzare la Parola del Padre.

Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»[10]. Il testo greco del Vangelo traduce l’espressione “mettere in pratica” con un attivo “fare”; quasi a ispirare non un ordine da osservare quanto piuttosto un piano da realizzare.

Chi ascolta costruisce! Costruire in ordine ad una parentela vuol dire che Dio si dona a me e, donandosi, mi rende perfetto. Questo perché, ascoltare e vivere la Parola non è altro che vivere in armonia con la rivelazione espressa dalla Parola: entrare in comunione con Lui; è accogliere la comunicazione del Figlio: «In principio era la Parola… e la Parola si fece carne ed abitò tra noi»[11].

Accogliendo la Parola per farla, significa, in ultima analisi, offrirle una dimora, una tenda dove possa abitare, crescere e portare frutto, ma nello stesso tempo ci si lascia accogliere, coltivare e generare da Essa fino a diventare seme buono.          [12].

 

 

 

2. NICCOLO’ GALLICO (+ 1272): La Freccia di Fuoco

 

Niccolò Gallico fu Priore Generale dal 1265 al 1270. Scrisse la Freccia di fuoco (Ignea Sagitta) per un ritorno alla vita carmelitana pura.

 Gallico fa iniziare la sua argomentazione dal passo in cui il salmista si chiede: «“Chi salirà sul monte del Signore, o chi starà sul suo luogo santo?” per poi rispondere alla sua domanda: “Colui che ha mani innocenti e cuore puro”. Se, dunque, volete salire sul monte del Signore o stare sul suo luogo santo, perché cercate l’innocenza in azioni nocive e la purezza del cuore in luoghi impuri? Dato che cercate Dio nella città impura, mi meraviglio che crediate di trovare una cosa in un’altra ad essa contraria. Vi dico che bisogna che i monti salgano di monte in monte: cioè che tutti coloro che giustamente, a causa dell’eccellenza della loro vita, sono ritenuti monti, giungano con certezza dal monte della circoncisione dei vizi al monte che è Cristo, salendo gradatamente di virtù in virtù»[13].

Niccolò concepisce la purità di cuore come vita spirituale in un continuo ascendere dell’anima verso l’incontro intimo con Dio. Ma per vivere questa purità bisogna aver fatto una scelta radicale perché è il cammino ascendente implica  un combattimento contro i tre nemici: «Benché infatti i tre nemici assaltino ferocemente noi e la nostra castità, secondo quanto si canta nella Prosa: “Il mondo la carne i demoni ci combattono in modi diversi”, credo che non ci sia nessun dubbio per una persona ragionevole che in questo combattimento la carne con le sue brame sia la più violenta nel tentare di soggiogare lo spirito»[14].

Il Gallico, riprendendo la Regola dell’Ordine, invita a far ricorso all’arma della Parola di Dio. Essa, infatti, «Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore»[15]; quindi sarà la Parola del Signore a unire il cuore dell’uomo con il cuore di Dio, invitando a legare «Strettamente il proprio uomo interiore alla roccia che è Cristo con la solida triplice fune della fede, della speranza e della carità, perché non sia strappato via dall’uomo esteriore»[16].

Per il Gallico l’esperienza dei Carmelitani si rifà al passo profetico: «La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore»[17].

È un cammino di purificazione del cuore che Il Carmelitano. vivendo nel silenzio e nella solitudine della cella attua un cammino di purificazione. Troviamo un stretto rapporto tra “cella” e i “loca in eremis” nella Regola del Carmelo. Nel Vangelo, il desertum locum è un luogo solitario, adatto alla preghiera e all’incontro con Dio. E qui che Gesù si ritira a pregare dopo una intensa giornata di attività apostolica. Lo stesso Gesù invita i Dodici in desertum locum per riposarsi un po’[18].È l’esercizio della lectio divina che il Gallico invita a fare, perché da questa familiarità con la Parola di Dio avviene l’ascesi purificatrice del cuore. Questo avviene meglio nel silenzio della cella dove il Signore costruirà l’uomo interiore con “pensieri santi”.

Da questo continuo ascolto della Parola nasce la puritas cordis.

 

«Nella cella lo Spirito Santo ci insegna con soavità che cosa bisogna fare o evitare, affinché non veniamo sedotti e ingannati, secondo il detto dei Proverbi: “Con la scienza si riempiono le celle” (Pr 24,4). Ecco, nella cella ci viene mostrata la soave contemplazione, tesoro inestimabile e incomparabile, perché disprezzando totalmente le cose terrene e caduche, il nostro animo con libertà e fervore si dedichi totalmente alla sua ricerca. Si legge in Isaia: “Ezechia mostrò loro la stanza degli aromi, dell’oro e dell’argento, dei profumi e degli unguenti migliori” (Is 39,2); tutte queste cose e molte altre ancora ci vengono mostrate in modo spirituale nella solitudine della cella dal nostro vero Ezechia. Ecco veniamo introdotti nella cella del vino dal Re dei re e raggiungiamo la vera carità»[19].

Tutto questo perché la puritas cordis disponga il nostro cuore “nel glorioso letto della soave contemplazione”[20].

 

 

 

3. FILIPPO RIBOTI (+ 1391): Istituzione dei primi monaci

 

Alla luce della puritas cordis, verso il XIV secolo Filippo Riboti rianalizza la vita di Elia evincendone il faticoso esercizio e la pratica delle virtù per «offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni macchia attuale di peccato»[21]. Il Riboti afferma che per vivere la purità di cuore la nostra vita deve essere nascosta nell’Amore, perché  è attraverso l’Amore il nostro cuore verrà purificato e trasformato.

La purità di cuore, quindi, ha un suo legame con l’Amore che copre ogni colpa. È l’esperienza amorosa del Dio vivente che ci fa gustare ogni pienezza di vita, e per fare questo, anche a noi è rivolta una parola: «Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo»[22].

Il contemplativo è colui che deve liberarsi da ogni attaccamento; deve fuggire il peccato, deve “orientare” i propri passi verso Dio-Amore. «Quindi, figlio mio, se vuoi essere perfetto e raggiungere il fine della vita monastica eremitica, se vuoi nasconderti nel modo dovuto “a oriente del Giordano”, cioè contro la discesa dei peccati, “presso il torrente Cherit”, cioè nella carità, e qui bere “al torrente”, “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22,37)»[23]; dove tutto sboccerà nell’amore per il prossimo.

Nella sua opera Riboti afferma con insistenza che soltanto in un cuore puro può sbocciare la carità. Chi ha un cuore puro eleva la sua anima all’intima unione con Dio in un cammino di trasformazione nel quale il cuore di pietra verrà soppiantato da un cuore di carne[24].

 

 

 

La Preghiera

 

Siamo ben consci di come mondo viva disorientato, manchi di valori, viva il non-senso, la sindrome del falso problema…

A queste situazioni e ad altre simili il Carmelo vuole rispondere lasciando che Dio sia Dio. È quel che fece Elia con i profeti di Baal: distruggere l’idolatria dell’uomo che è un’entità perfettista e distante, fredda e indifferente al suo stesso creato.

Il Carmelo ha fatto la sua scelta nel vivere Cristo: mettere al centro della sua esistenza la persona di Cristo e, continuamente, cercare di somigliargli, per intraprendere un cammino di fede: custodire e far crescere la comunione nella volontà di camminare alla sequela di Cristo.

In questo cammino di fede occorre dirsi e ridirsi il comune progetto che è stato comunicato dallo Spirito Santo a tutti e ad ognuno, per poter approfondire il motivo della fraternità. Non c’è vera fraternità se non si accetta di entrare nella vita del nostro fratello e se non si consente a lui di entrare nella nostra.

«Di questa vita viene riconosciuto un duplice fine. Uno è quello che conseguiamo con l’aiuto della grazia divina attraverso l’esercizio faticoso e la pratica delle virtù; questo fine, che consiste nell’offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni macchia attuale di peccato, lo conseguiamo quando siamo perfetti e nascosti “in Cherit”, cioè in quell’ “amore” che, secondo il Sapiente, “ricopre ogni colpa” (Prv 10,12). E volendo Dio che Elia conseguisse questo fine, gli disse: “Nasconditi presso il torrente Cherit”.

L’altro fine di questa vita che vi viene assegnato per esclusivo dono di Dio, consiste nel gustare in qualche modo nel proprio cuore e nello sperimentare nella propria mente, non solo dopo la morte, ma anche in questa vita mortale, la potenza della presenza divina e la dolcezza della gloria celeste. proprio questo significa dissetarsi al torrente dell’amore di Dio. E questo fine Diopromise ad Elia, dicendogli: “Ivi berrai al torrente” [1Re 17,4; cf Sal 109,7][25].

Nella storia, il Carmelo ha risposto a questa necessità con l’occuparsi di Dio. Tale atteggiamento è ben delineato nella Regola: «Rimanga ognuno nella propria cella, meditando giorno e notte la legge del Signore e vigilando in preghiera»[26].

«Innanzi tutto, quindi, dobbiamo “meditare la legge del Signore”, cioè aver piena conoscenza delle divine perfezioni, per mezzo della lettura e della meditazione o contemplazione o altri pii esercizi del genere, non solo per meglio comprenderle nella nostra mente, ma per imprimerle nell’anima e nel cuore, gustarle e conformare ad esse la nostra vita medesima… È necessario, poi, “vegliare nelle orazioni”, cioè cantare le divine lodi, mediante la recita dell’Ufficio divino e conversare con Dio…»[27].

Questo lo possiamo fare nel cammino ordinato della Lectio divina, un cammino antico, ma sempre nuovo. È un impegno urgente per poter essere fedeli a quello che Dio ci domanda oggi; è come ricercare le vene entro le quali deve scorrere il sangue che ci mantiene in vita.

 

 

 

a.3. Vita evangelica

 

Vivere la propria vita secondo il Vangelo non è stato facile per nessuno, nemmeno per Alberto e gli altri che, come lui, hanno scelto di seguire il Cristo.

Alberto è nato in Sicilia, una terra colma di agrumi, che, fiorendo, riempiono l’aria con il loro odore.

Il profumo di un fiore è dono e originalità che Dio ha posto nel cuore di questa terra antica che è la Sicilia, spesso incompresa.

Alberto dietro questo profumo raccoglie quella stessa brezza mattutina che colse Elia per mettersi in cammino. È uno stile originale, dal momento che originale è la sua missione.

Alberto è originale come il profumo di zagara perché si sente anche se non si scorge. È dentro le pieghe del camminare e dello stare in mezzo alla gente che Alberto manifesta questo profumo.

Egli ha sentito nel Carisma del Carmelo questo profumo unico e tipico che Dio gli ha donato.

Siamo capaci anche noi di inspirare, assimilare il carisma del Carmelo per essere unici e originali?

È un cammino di assimilazione lungo, lento, quotidiano che passa sia attraverso lo studio, sia nella diuturna meditazione. È in questo processo che si plasma il tutto divenendo messaggio e fecondità evangelica.

Alberto ha assimilato, interiorizzato il profumo del carisma carmelitano, il respiro della sua terra, della sua gente, l’ansia di ogni uomo e donna.

Nella preghiera chiediamo di vivere una vita evangelica: come Alberto, come Elia, siamo chiamati a metterci in cammino nel quotidiano per scoprire la volontà di Dio, amante della vita, che ci attrae a sé con lacci d’amore.

 

 

 

a.4. Condividerne la gloria in cielo

 

Leggiamo nel vangelo: «Il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»[28]. Questa frase del Maestro è un cardine nella vita di Alberto di Trapani, che ha accettato di “perdersi” nel campo della Chiesa, come il chicco di grano, perché tutto fiorisse e portasse frutto.

È la diaconia della fede che ci chiama ad essere testimoni radicali di Cristo ed “epifania dell’amore del Padre in ogni epoca e cultura” sull’esempio di chi ci ha preceduto nell’incontro con Cristo.

In questo cammino non bisogna mai dimenticare che la vita consacrata rivela l’intima natura proiettata alla santità: «La professione dei consigli evangelici è intimamente connessa col mistero di Cristo, avendo il compito di rendere in qualche modo presente la forma di vita che Egli prescelse, additandola come valore assoluto ed escatologico»[29].

Di questo valore san Bernardo insegna: «Che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti felici nella comunione di tutti i santi… Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto»[30]; i nostri santi ci aspettano[31].

Nel frattempo guardiamo al futuro dove non c’è semplicemente una storia da ricordare e da raccontare, ma anche da costruire. «Fate della vostra vita un’attesa fervida di Cristo, andando incontro a Lui come le vergini sagge che vanno incontro allo Sposo. Siate sempre pronti, fedeli a Cristo, alla Chiesa, al vostro istituto e all’uomo del nostro tempo»[32] come lo fu sant’Alberto.

Ti sia gradita, o Signore, l’offerta di questi doni e concedi nella tua misericordia che, seguendo l’esempio di sant’Alberto, ci dedichiamo alla contemplazione delle realtà divine e soccorriamo i fratelli nelle loro necessità…[33].

 

 

 

b.1. La contemplazione delle realtà divine

 

Nell’Iconologia della Gloriosa Vergine Madre di Dio (Edito da Giacomo Mattei, Messina 1644, pp. 640), il gesuita messinese Placido Samperi descrive il luogo dove vivevano gli eremiti del Carmelo: «Luogo ameno, adatto per il ritiro religioso, verdi prati e silenzio tanto da immaginarsi di abitare ancora nel Santo Monte Carmelo».

A Trapani, un documento notarile datato il 24 agosto 1250 (che cita la donazione a favore dei Carmelitani ricevettero per vivere meglio il loro stile di vita eremitico-cenobitico) indica un luogo adatto al silenzio, allo stesso ideale delle origini.

Quest’ambiente in cui Alberto visse, sono state di aiuto per vivere meglio la dimensione contemplativa delle realtà divine. «Infatti, chi desidera coltivare degnamente la vita solitaria deve abitare in una dimora nascosta, escludendo da sé tutto il mondo per rinchiudersi completamente in Dio»[34].

Questa dimora nascosta è la cella: un luogo appartato, un luogo che racchiude il mistero. Un luogo che si trasforma in “azione orante”[35].È una esperienza trasformante quella di Alberto, che come i primi Carmelitani, voleva dedicarsi esclusivamente alla contemplazione del mistero di Dio in un contesto socio-culturale (il Borgo Annunziata a Trapani) che a quei tempi era in aperta campagna. Si rivive l’esperienza di coloro, che “dimorarono presso la fonte”[36], cioè l’esperienza del fermarsi-restare permanentemente in un determinato luogo, e in quel luogo avviene un incontro. Infatti, «la dinamica fondamentale della Regola è il movimento dialogico-mistico del radunarsi nell’Amore, il convenire nell’Uno, nel Mezzo. La fraternità carmelitana non è costituita da un circolo di fratelli che condividono assieme, ma dal semplice fatto che ciascun fratello cammina verso il centro vuoto in mezzo alle celle»[37].

Questa dinamica fondamentale indica la crescita dell’uomo nella sua totalità. Alberto meditando «meditando giorno e notte la Legge del Signore e vigilando in preghiera»[38] si eleva, nella sua cella, ad amare la nascosta contemplazione della divinità.

In questa crescita Alberto continua a ripetere «Rabbì, dove abiti?»[39], cioè, fa una continua richiesta di un “dimorare alla formazione del Maestro”, un continuo Giubileo della vita consacrata, quotidiana.

 

 

b.2. Il soccorrere i fratelli in necessità

 

Per via dei prodigi che compiva, frate Alberto era diventato per la gente l’amico di Dio che completava nella sua carne il grido dei fratelli in necessità. Alberto si era fatto “buon samaritano” per dare risposta alla domanda “chi è il mio prossimo?”[40], mettendosi in cammino per le vie della Sicilia, tra pianure e monti dove ogni giorno si è fatto prossimo a quanti incontrava per via.

Si narra che Alberto, in tempi di carestia, si rivolgesse al buon Dio a favore della città di Messina e che miracolosamente nel porto approdassero vascelli carichi di frumento. «Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all'uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che dà se stesso, il suo proprio “io”, aprendo quest'io all'altro. Tocchiamo qui uno dei punti-chiave di tutta l'antropologia cristiana. L'uomo non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. Buon Samaritano è l'uomo capace appunto di tale dono di sé»[41].

Oggi noi ricordiamo ancora le gesta di quest’uomo invocato come amico di Dio[42]. Per antichissima tradizione durante la Liturgia viene benedetta l’acqua in ricordo del prodigio fatto in favore del figlio del re Pietro III d’Aragona, che stava morendo e che miracolosamente guarì dopo aver bevuto dell’acqua nella quale c’erano degli sfilacci dell’abito del santo.

Ricordare le gesta di Alberto significa assumere i lineamenti di Cristo, calpestare le sue orme, farsi buon Samaritano. Significa entrare nel cuore di Dio per fare il passaggio dalla contemplazione all’azione: «Il Cristo incontrato nella contemplazione è lo stesso che vive e soffre nei poveri»[43]. Essere contemplativi non significa stare a mani giunte, camminare per se stessi, ma vedere quanto ci circonda con gli occhi, con il cuore di Dio e agire di conseguenza.

Questo è celebrare, ricordare le gesta di un santo come Alberto.

 

O Dio che ci hai raccolti alla tua mensa, fa’ che, per l’intercessione di Sant’Alberto, aderiamo pienamente a Cristo nel filiale ossequio a Maria sua Madre…[44].

 

 

c.1. aderiamo pienamente a Cristo nel filiale ossequio a Maria

 

La Regola del Carmelo al n° 2 dice: «Molte volte e in diversi modi i santi Padri hanno stabilito come ognuno, a qualunque stato di vita egli appartenga o quale che sia la forma di vita religiosa scelta, deve vivere nell’ossequio di Gesù Cristo».

1.      GESU’ CRISTO come

-         obbediente al Padre nel dono della vita: Regola, 2; Fil 2,5-8; Eb 5,7-9

-         Uomo nuovo: Regola, 18-19; Ef 6,11-17; 4,22-24; Col 3,10; Is 59, 16-20

-         Servo: regola, 22-23; Mt 20,26-27; Lc 22,27; Mc 10,45; Gv 13,12-17; Fil 2,7

-         Buon Samaritano che “da di più”: Regola, 24; Lc 10,45

 

Pronunciando il termine Regola, è come se pronunciassimo il nome di Gesù Cristo, che si presenta come il primo e unico modello di chi sceglie di vivere un certo stile di vita.

 

Gesù Cristo, Alfa e Omega, il principio e la fine, ci viene presentato come figura itinerante da seguire, per “avere gli stessi suoi sentimenti”, imparando l’obbedienza dalla vita ordinaria fino a donarla.

 

2.      MARIA:

-         Regola, 14; At 1,14

-         Regola, 2; Lc 1,38 (cuore puro)

-         Regola, 10; Lc 2,19.51

-         Regola, 18-19; Lc 1,42-44; Gv 2,5; Lc 8,21

 

I nn. 14; 10; 18-19 e il n. 2 della Regola, vogliono darci una sfumatura particolare come modello particolare di vita: Maria.

Questa caratteristica mariana fa riferimento al “propositum” dei primi eremiti del Carmelo: l’ossequio o dedicazione totale a Cristo, come Padrone e Signore del luogo, nel nostro caso la Terra Santa. Di conseguenza, esso porta con sé, secondo la mentalità medievale, la relazione con Maria, Madre di Gesù.

 

I Carmelitani hanno coltivato fin dall’inizio la devozione a Maria come vergine dell’Annunciazione. Questa devozione si è sviluppata in quella dell’Immacolata, in continuità con il richiamo della Regola alla preghiera continua. «L’argomento della Vergine Purissima venne collegato con la caratteristica carmelitana della vita interiore. Era del resto dottrina comunissima che la verginità immacolata, ossia la purità, unisce in modo particolare l’uomo a Dio… I carmelitani del medioevo venerarono la Vergine Immacolata pensando che per questo suo privilegio ella era stata disposta all’unione con Dio» (L. Saggi).

 

La figura di Maria diviene ispirante dal punto di vista contemplativo, consolo ma anche sul piano degli atteggiamenti vitali concreti: ascolto della Parola, disponibilità nel servizio, impegno concreto nel quotidiano, continua conversione del cuore, appartenenza ai poveri del Signore.

 

Pertanto, si ha una riscoperta di valori profondi della nostra tradizione come Maria la Virgo Purissima, Maria Patrona e Madre, Maria Sorella.

 

In questo orizzonte di fondo collochiamo la persona di sant’Alberto, la sua vita in obsequio Jesu Christi et Mariae. Certamente il santo portava strettamente a sé lo scapolare che gli ricordava la cura materna di Maria, sempre presente in ogni necessità[45], come richiamo alle sue vesti battesimali, al tipo di vita scelto che lo qualifica davanti agli altri come discepolo di Cristo. Alberto capì che la vita scelta era un cammino di conformazione al Cristo e lo fa in compagnia di Maria che, giorno dopo giorno, lo ha rivestito delle stessi vesti di Cristo.

 

Di questo ci da testimonianza l’iconologia del santo. Nella chiesa di Santa Maria del Carmine di Brescia, nella quinta cappella della navata di destra vi è un olio su tela di Giuseppe Tortelli, raffigurante l’Apparizione della Madonna a Sant’Alberto.

 

La tela è molto significativa: la Madonna toglie le vesti del piccolo Gesù e le dona al santo che, in un tenero abbraccio, in un continuo sì, le riveste… Rivestirsi del Cristo: ecco la vera vocazione di ogni carmelitano, di ogni uomo, di ogni vero devoto di Alberto.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA

 

Monaco, G. Vita di S. Alberto, Napoli 1979.

 

Della vita di Sant’Alberto non abbiamo una bibliografia, ma per leggerne la sua vita in chiave spirituale, citiamo alcuni testi:

 

Brenninger, G., Dottrina spirituale del Carmelo, Roma 1952.

Cicconetti, C., La Regola del Carmelo, origine – natura – significato, Roma 1973.

Cioli, T. G.,  Vivere nell’ossequio di Cristo. Commento alla Regola Carmelitana, Roma 1956.

Rizzi, A., Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità, Cinisello Balsamo 1987.

 

Secondin, B., Sequela e profezia. Eredità e avvenire della vita consacrata, Roma 1983.

 

Fr. Vincenzo Boschetto, O.Carm.


 

[1] Messale Carmelitano, Liturgia del 7 Agosto, Colletta.

[2] Provincia Italiana dei Carmelitani, Il Carmelo, preghiere e vita. Per la vita spirituale del laico carmelitano, Roma 1993, p. 115.

[3] Paolo VI, Esortazione Apostolica, Evangelii nuntiandi, 41, Roma 8 dicembre, 1975.

[4] Messale Romano, Preghiera Eucaristica dei santi I.

[5] L’espressione “comunione dei santi” ha due significati, strettamente legati: “comunione delle cose sante” (“sancta”) e “comunione tra le persone sante” (“sancti”); i fedeli (“sancti”) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (“sancta”) per crescere nella comunione dello Spirito (“Koinonia”) e comunicarla al mondo. Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 948.

[6] Fil 2,15-16.

[7] Giovanni della Croce, Salita, 1,11,2.

[8] Lc 11,21.

[9] Rm 8,24.

[10] Lc 8,21: “… qui verbum Dei audiunt et faciunt”.

[11] Gv 1,1.14.

[12] Is 55, 10-11.

[13] D. Cumer, Primi scritti Carmelitani, La freccia di fuoco, Roma 1986, pp. 92-93.

[14] La freccia di fuoco, pp. 89-90.

[15] Eb 4,12.

[16] La freccia di fuoco, p. 100.

[17] Os 2,16.

[18] Cfr Mc 6,31.

[19] La freccia di fuoco, p. 90.

[20] Ibidem.

[21] Istituzione e gesta dei primi monaci, cap. II, p.35.

[22] 1 Re 17,2-4.

[23] Istituzione e gesta dei primi monaci, cap. VI, p.46.

[24] Cfr Ez 11,19; 36,26.

[25] Istituzione e gesta dei primi monaci, cap. II, pp. 35-36.

[26] Regola, 10.

[27] G. Brenninger, Dottrina spirituale del Carmelo, Roma 1952, p. 552.

[28] Gv 12,24.

[29] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996 (d’ora in poi VC), 29.

[30] San Bernardo, Discorsi, 2 Opera Omnia, 5 (1968) 364-368; cfr. Liturgia delle Ore, IV, pp. 1418-1419.

[31] San Pio da Pietrelcina disse: «Quando morirò, chiederò al Signore di farmi sostare sulla soglia del Paradiso e non entrerò fino a quando non sarà entrato l’ultimo dei miei figli spirituali». Citato in S. Gaeta, Sulla soglia del Paradiso, Cinisello Balsamo 2002, p. 11.

[32] VC, 110.

[33] Messale Carmelitano, Liturgia del 7 Agosto, Sulle Offerte.

[34] Istituzione e gesta dei primi monaci, cap. III, p. 6.

[35] Cfr Mt 6,6. Cfr anche Regola, 10.

[36] Cfr Regola, 1-2.

[37] K. Waaijman – H. Blommestjin, The Carmelite Rule as a Model of Mistical Transformation, in The Land of Carmel, Roma 1991, traduzione italiana di E. Monari, Roma 1992, p. 40.

[38] Regola, 10.

[39] Gv 1,38.

[40] Lc 10,29.

[41] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici Doloris sul senso cristiano della sofferenza umana, Roma 11 febbraio 1984, VII, 28.

[42] G. Monaco, Vita di S. Alberto, Napoli 1979, p. 23.

[43] VC, 82.

[44] Messale Carmelitano, Liturgia del 7 Agosto, Dopo comunione.

[45] «Sono qua, io», ripete l’attrice Maia Morgenstern che interpreta Maria nel Film di Mel Gibson, The passion of the Christ, intepreta Maria, al figlio Gesù.

 

 

 


Sant'Alberto degli Abbati. Olio su tela - sec. XVIII - Chiesa San Paolo - Nocera Umbra (PG)
 

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